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15 nov 2011

Francesco Guccini "Eskimo"

Questa domenica in Settembre non sarebbe pesata così,
l' estate finiva più "nature" vent' anni fa o giù di lì...
Con l' incoscienza dentro al basso ventre e alcuni audaci,in tasca "l'Unità",la paghi tutta,
e a prezzi d' inflazione,quella che chiaman la maturità...
Ma tu non sei cambiata di molto anche se adesso è al vento quello che
io per vederlo ci ho impiegato tanto filosofando pure sui perchè,
ma tu non sei cambiata di tanto e se cos' è un orgasmo ora lo sai
potrai capire i miei vent' anni allora,i quasi cento adesso capirai...
Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà,
non era la rivolta permanente:diciamo che non c' era e tanto fa.
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere,però
inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o paletò...
E quanto son cambiato da allora e l'eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più,
bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà:
tu giri adesso con le tette al vento,io ci giravo già vent' anni fa!
Ricordi fui con te a Santa Lucia,al portico dei Servi per Natale,
credevo che Bologna fosse mia:ballammo insieme all' anno o a Carnevale.
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so,
ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletò...
Ma avevo la rivolta fra le dita,dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai!
Perchè mi amavi non l' ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché,
perchè fra i tanti, bella,che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me...
Infatti i fiori della prima volta non c' erano già più nel sessantotto,
scoppiava finalmente la rivolta oppure in qualche modo mi ero rotto,
tu li aspettavi ancora,ma io già urlavo che Dio era morto,a monte,ma però
contro il sistema anch' io mi ribellavo cioè,sognando Dylan e i provos..
E Gianni, ritornato da Londra, a lungo ci parlò dell' LSD,
tenne una quasi conferenza colta sul suo viaggio di nozze stile freak
e noi non l' avevamo mai fatto e noi che non l' avremmo fatto mai,
quell' erba ci cresceva tutt' attorno,per noi crescevan solo i nostri guai...
Forse ci consolava far l' amore,ma precari in quel senso si era già
un buco da un amico,un letto a ore su cui passava tutta la città.
L'amore fatto alla "boia d' un Giuda" e al freddo in quella stanza di altri e spoglia:
vederti o non vederti tutta nuda era un fatto di clima e non di voglia!
E adesso che potremmo anche farlo e adesso che problemi non ne ho,
che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può...
E adesso che sappiam quasi tutto e adesso che problemi non ne hai,
per nostalgia,lo rifaremmo in piedi scordando la moquette stile e l'Hi-Fi...
Diciamolo per dire,ma davvero si ride per non piangere perchè
se penso a quella che eri,a quel che ero,che compassione che ho per me e per te.
Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là,
sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità..
Perchè a vent' anni è tutto ancora intero,perchè a vent' anni è tutto chi lo sa,
a vent'anni si è stupidi davvero,quante balle si ha in testa a quell' età,
oppure allora si era solo noi non c' entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli,eroi quel ch'è rimasto dimmelo un po' tu..
E questa domenica in Settembre se ne sta lentamente per finire
come le tante via,distrattamente,a cercare di fare o di capire.
Forse lo stan pensando anche gli amici,gli andati,i rassegnati,i soddisfatti,
giocando a dire che si era più felici,pensando a chi s' è perso o no a quei party...
Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,
io,come sempre,faccio quel che posso,domani poi ci penserò se mai
ed io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai:
ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai...

25 ago 2011

Francesco Guccini "L'antisociale"

Sono un tipo antisociale, non m'importa mai di niente,
non m'importa dei giudizi della gente.
Odio in modo naturale ogni ipocrisia morale,
odio guerre ed armamenti in generale.
Odio il gusto del retorico, il miracolo economico
il valore permanente e duraturo,
radio a premi, caroselli, T.V., cine, radio, rallies,
frigo ed auto non c'è "Ford nel mio futuro"!
E voi bimbe sognatrici della vita delle attrici,
attenzione da me state alla lontana:
non mi piace esser per bene, far la faccia che conviene
poi alla fine sono sempre senza grana...
Odio la vita moderna fatta a scandali e cambiali,
i rumori, gli impegnati intellettuali.
odio i fusti carrozzati dalle spider incantati
coi vestiti e le camicie tutte uguali
che non sanno che parlare di automobili e di moda,
di avventure estive fatte ai monti e al mare,
Vuoti e pieni di sussiego se il vestito non fa un piego,
mentre io mi metto quello che mi pare...
Sono senza patrimonio, sono contro il matrimonio,
non ho quello che si dice un posto al sole;
non mi piaccion le gran dame, preferisco le mondane
perchè ad essere sincere son le sole...
Non mi piaccion l'avvocato, il borghese, l'arrivato,
odio il bravo e onesto padre di famiglia
quasi sempre preoccupato di vedermi sistemato
se mi metto a far l'amore con sua figlia...
Sono un tipo antisociale, non ho voglia di far niente,
sulle scatole mi sta tutta la gente.
In un'isola deserta voglio andare ad abitare
e nessuno mi potrà più disturbare
e nessuno mi potrà più disturbare
e nessuno mi potrà più disturbare...
Non amo viver con tutta la gente, mi piace solo la gente "bene":
come si dice comunemente "bene si nasce non si diviene"...
c'è chi nasce per le scienze o per le arti: io sono nato solamente per i party
Amo oltremodo parlare male, fare il maiale con le ragazze,
la Pasqua vado in confessionale e tutte quante per me vanno pazze
perchè fra i "bene" poi non conta l'astinenza, basta ci sia soltanto l'apparenza
Quindi non curo la mia intelligenza, la gente bene con questo non lega,
ma alle canaste di beneficenza so sempre tutto sull'ultimo"Strega":
l'intelligenza c'è sol coi milioni e ammiro i film di Monica e Antonioni
Sono elegante ed è inutile dire che le mie vesti son sempre curate
perchè senz'altro è importante vestire, perchè è la tonaca che fa il frate...
In fondo poi due cose hanno importanza e sono il conto in banca e l'eleganza
Andiamo matti per cocktail e feste, amo oltremodo le donne mondane:
non fraintendete non parlo di "quelle", star con la gente più in basso sta male...
non ho rapporti con i proletari... soltanto a tarda notte lungo i viali
Ma non trascuro la scienza umanista e si può dire che sono impegnato,
anzi alle volte sono comunista, ma non mi sono sempre interessato:
la lotta delle classi sol mi va per far bella figura in società
Non si può dire che sia clericale, come Boccaccio amo rider dei frati,
ma ossequio sempre lo zio cardinale e vado a messa nei dì comandati.
Il mio credo vi dico brevemente: pensare a ciò che può dire la gente
La gente "bene" è la mia vera patria, la gente "bene" è il mio unico Dio,
l'unica cosa che ho sempre sognata, la sola cosa che voglio io...
è solo essere un bene sempre ed ora e tutto il resto vada alla malora

20 lug 2011

Piazza Alimonda "Francesco Guccini"


Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l'orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale,
d'anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d'un caldo torrido
d'Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l'uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l'odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l'urlare estatico dei bambini.
Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.
Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d'incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l'attimo, per un istante, resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l'assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell'aspro odore della cordite.
Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l'odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l'urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c'è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l'onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.
La "salvia splendens" luccica, copre un'aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un'edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita

26 mar 2011

ACQUE, di Francesco Guccini

L'acqua che passa fra il fango di certi canali
tra ratti sapienti e pneumatici e ruggine e vetri
chissà se è la stessa lucente di sole o fanali
che guardo oleosa passare rinchiusa in tre metri.
Si può stare ore a cercare se c'è in qualche fosso
quell'acqua bevuta di sete o che lava te stesso
o se c'è nel suo correre un segno od un suo filo rosso
che leghi un qualcosa a qualcosa, un pensiero a un riflesso.
Ma l'acqua gira e passa e non sa dirmi niente
di gente, me, o di quest'aria bassa;
ottusa e indifferente cammina e corre via
lascia una scia e non gliene frega niente.
E cade su me che la prendo e la sento filtrare,
leggera infeltrisce i vestiti e intristisce i giardini,
portandomi odore d'ozono, giocando a danzare,
proietta ricordi sfiniti di vecchi bambini;
colpendo implacabile il tetto di lunghi vagoni,
creando annoiato interesse negli occhi di un gatto,
coprendo col proprio scrosciare lo spacco dei tuoni
che restano appesi un momento nel cielo distratto.
E l'acqua passa e gira e colora e poi stinge,
cos'è che mi respinge e che m'attira;
acqua come sudore, acqua fetida e chiara,
amara senza gusto né colore.
Ma l'acqua gira e passa e non sa dirmi niente
di gente, me, o di quest'aria bassa;
ottusa e indifferente cammina e corre via
lascia una scia e non gliene frega niente.
E mormora e urla, sussurra, ti parla e ti schianta,
evapora in nuvole cupe rigonfie di nero
e cade e rimbalza e si muta in persona od in pianta
diventa di terra, di vento, di sangue e pensiero.
Ma a volte vorresti mangiarla o sentirtici dentro,
un sasso che l'apre, che affonda e sparisce e non sente,
vorresti scavarla, afferrarla, lo senti che è il centro
di questo ingranaggio continuo, confuso e vivente.
Acque del mondo intorno di pozzanghere e pianto,
di me che canto al limite del giorno,
fra il buio e la paura del tempo e del destino
freddo assassino della notte scura
Ma l'acqua gira e passa e non sa dirmi niente
di gente, me, o di quest'aria bassa;
ottusa e indifferente cammina e corre via
lascia una scia e non gliene frega niente.

20 mar 2011

Francesco Guccini "Che tempo che fa" video presentazione libro MALASTAGIONE


Ieri Francesco Guccini era a "Che tempo che fa" di Fazio a presentare il libro "Malastagione" uscito il 25 gennaio scorso... Devo ammettere che ancora non l'ho letto...In questa opera come già successo in passato si è avvalso della compagnia di Loriano Macchiavelli con cui ha già avuto modo di scrivere altri 5 romanzi. Macaronì (1997) inaugurava la serie del maresciallo Benedetto Santovito e delle sue investigazioni nella Bologna del Dopoguerra.Il personaggio si ritrova in tutti i gialli scritti a quattro mani dai due autori: Un disco dei Platters – romanzo di un maresciallo e una regina (1998), Questo sangue che impasta la terra (2001), Lo spirito e altri briganti (2002), Tango e gli altri (2007).

Santovito è ormai diventato una delle figure di punta del giallo italiano e la riconoscibile penna di Macchiavelli ha fatto sì che le storie assumessero la forma più classica del genere poliziesco,con i suoi meccanismi rodati e oliati.L’apporto di Guccini si legge nella creazione degli apparati storici e linguistici di queste storie: l’Emilia cara al cantante e allo scrittore è lo scenario per i delitti di provincia, indagati e risolti dal maresciallo ex partigiano.Cosa cambia con Malastagione? Poco o tutto, dipende da come lo si guarda. Il racconto è ancora un giallo, ma stavolta è ambientato sugli Appennini tra l’Emilia e la Toscana, in un piccolo paese chiamato Casedisopra.Da quello che dice Francesco il protagonista non è più Santovito,ma tale Marco Gherardini, detto il Poiana,ispettore della Forestale.Infine la contemporaneità della narrazione si discosta dagli altri romanzi,tutti ambientati nel passato: non è più la Bologna del Dopoguerra,ma sono la montagna e la provincia dei nostri giorni.Il giovane ispettore della Forestale si trova a dover indagare su uno strano episodio: un vecchio cacciatore, forse a causa di un bicchiere in più, mentre è appostato vede un grosso cinghiale con la gamba di un uomo in bocca. Inizia un’indagine che sembra non interessare a nessuno, se non a chi tiene alla serenità del territorio e dei boschi. È una storia di vecchi luoghi che parlano a loro modo alla gente di oggi. Un giallo ecologico, o meglio, come dice Guccini, “un noir appenninico”. Cambia il tempo, cambiano gli scenari, cambia il protagonista.Non ci resta che leggere....

10 mar 2011

Francesco Guccini L'ALBERO ED IO

"L'albero ed io" è un pezzo non molto conosciuto di Francesco Guccini uno dei suoi primi pezzi precisamente dell'anno 1970 dal secondo album di Francesco dal titolo "DUE ANNI DOPO"
Quando il mio ultimo giorno verrà, dopo il mio ultimo sguardo sul mondo, non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà. Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio…”. Considero che questa canzone (L’albero ed io)sia la più bella dell'intero album.Pensandoci bene l’idea di esistere in eterno attraverso il ciclo di vita di un albero (la gemma che germogliando riporterà in vita sia la pianta sia parte del corpo del cantautore) è fantastica.Non è originale in quanto si ritrovano di esempi in letteratura,ma l’averlo messo in musica ha reso la cosa sublime.Fa pensare a tutte le miriadi di uomini esistite dagli albori del tempo.Una piccola minoranza vive tra le pagine dei libri.Penso ai grandi condottieri,scienziati,filosofi e matematici. I libri sono pieni di nomi.Anche i cimiteri sono pieni di nomi,sebbene meno famosi.Molti di loro esistono solo in quanto esiste una lapide.La morte dei loro discendenti ne ha cancellato la memoria.Quanti sono i morti che sembra non sono mai esistiti? Quelli di cui non se ne ritrova traccia né nei libri né nei cimiteri.Quel soldato semplice per esempio di Napoleone morto a 22 anni in una delle tante battaglie,il cui corpo fu sotterrato  da qualche compagno..Anche se non fosse mai esistito non sarebbe cambiato nulla.Per noi è come se non fosse mai esistito.Eppure vi è un albero da qualche parte che lo tiene in vita,lo rigenera con i suoi fiori,le sue bacche,i suoi semi.Un tassello importante questo.È possibile crearne uno da ogni canzone di Francesco. Non è sempre facile,non è immediato,ma riuscendo a metterli insieme viene a crearsi un puzzle dal quale è possibile capire qualcosa di questa vita.Forse ci arrabbieremmo meno se la nostra camicia non è stirata alla perfezione.Forse capiremmo un qualche cosa in più della vita,qualcosa che potrebbe essere utile nei momenti difficili.

Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo,
non voglio pietra su questo mio corpo, perchè pesante mi sembrerà.
Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio;
voglio tornare anche dopo la morte sotto quel cielo che chiaman di Dio.
Ed in inverno nel lungo riposo,ancora vivo,alla pianta vicino,
come dormendo,starò fiducioso nel mio risveglio in un qualche mattino.
E a primavera, fra mille richiami,ancora vivi saremo di nuovo
e innalzerò le mie dita di rami verso quel cielo così misterioso.
Ed in estate,se il vento raccoglie l'invito fatto da ogni gemma fiorita,
sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita.
E così, assieme,vivremo in eterno qua sulla terra,l'albero e io
sempre svettanti,in estate e in inverno contro quel cielo che dicon di Dio.

28 gen 2011

Guccini "La locomotiva" e la storia dell'Anarchico Pietro Rigosi

Alla fine di ogni concerto Francesco Guccini  propone sempre la sua ballata più popolare:ovvero "La locomotiva", un pezzo che avevo già citato presentando l'album Radici (vedi link Radici)..Questa canzone dal sapore libertario,continua a smuovere (da quasi 40 anni)qualcosa negli animi di tutti, giovani e meno giovani in quella parte che vuole,malgrado tutto,continuare a credere.E quando arriva il momento della chiusura del concerto e Francesco intona questo pezzo.... un tripudio di cori e pugni chiusi si alzano in cielo,al grido di:
trionfi la giustizia proletaria,
trionfi la giustizia proletaria,
trionfi la giustizia proletaria.
e così quella locomotiva "come una cosa viva lanciata a bomba contro l'ingiustizia" mantiene il suo fascino col passare delle generazioni.Non tutti sanno che questa ballata si richiama a un fatto realmente accaduto esattamente il 20 luglio 1893 e, per quanto riguarda i fatti,vi si attiene fedelmente,motore tematicoe narrativo della "locomotiva" come spesso Guccini ha detto è il libro "Trent'anni in officina" che racconta le memorie dell'ex operaio Romolo Bianconi,che nel testo tratta di un episodio singolare,rimasto se non unico abbastanza raro negli annali ferroviari,protagonista il fuochista anarchico Pietro Rigosi,che si impadronì di una locomotiva e la mando a schiantarsi contro una vettura in sosta nella stazione di Bologna "piena di signori"


"Il disastro di ieri alla ferrovia - l'aberrazione di un macchinista", titola il quotidiano bolognese “Il Resto del Carlino” del 21 luglio 1893. Nell'articolo si legge:
"Poco prima delle 5 pomeridiane di ieri, l'Ufficio Telegrafico della stazione (di Bologna) riceveva dalla stazione di Poggio Renatico un dispaccio urgentissimo (ore 4,45) annunziante che la locomotiva del treno merci 1343 era in fuga da Poggio verso Bologna. Lo stesso dispaccio era stato comunicato a tutte le stazioni della linea, perché venissero prese le disposizioni opportune per mettere la locomotiva fuggente in binari sgombri dandole libero il passo in modo da evitare urti, scontri o disgrazie.... Capo stazione, ingegneri e personale del movimento furono sossopra e chi diede ordini, chi si lanciò lungo la linea verso il bivio incontro alla locomotiva che stava per giungere. Non si sapeva ancora se la macchina in fuga era scortata da qualcuno del personale; e solo i telegrammi successivi delle stazioni di San Pietro in Casale e Castelmaggiore, che annunziavano il fulmineo passaggio della locomotiva, potevano constatare che su di essi stava un macchinista e un fuochista. Ma la corsa continuava e la preoccupazione alla ferrovia cresceva ...“All'epoca già confluivano alla stazione di Bologna quattro importanti linee ferroviarie e i binari di stazione erano soltanto cinque. In quell'ora i binari erano ingombri per treni in arrivo e in partenza Non c'erano sottopassaggi. La inevitabile concisione dei dispacci telegrafici impedì di comprendere chiaramente la situazione. Per evitare guai maggiori la locomotiva venne instradata sul binario cosiddetto "2 numeri", un binario tronco sulla destra, più o meno dove oggi c'è il fabbricato delle Poste. Allora c'erano le tettoie della gestione merci.

”Alle 5,10 [la locomotiva] entrava dal bivio e passava davanti allo scalo, fischiando disperatamente, con una velocità superiore ai 50 km. Sulla macchina c'era un uomo che, invece di dare il freno, cercare di fermare, metteva carbone.... Era un uomo che correva, che voleva correre alla morte! Il personale lungo la linea agitando le braccia, gridando, gli faceva cenno di fermare, di dare il freno; taluno gli urlò di gettarsi a terra, ma egli rimaneva imperterrito nella locomotiva. Un esperto macchinista, il Mazzoni, che era lungo la linea e lo vedeva correre incontro a morte sicura, gli gridò: "buttati a terra!"; ma il giovanotto - che giovane era lo sciagurato - dalla banchina a lato della piazza tubolare della caldaia tenendosi alla maniglia di ottone, si portò sul davanti della locomotiva sotto il fanale di fronte, attaccato sempre alla maniglia e colla schiena verso la stazione dov'era il pericolo.”La locomotiva andò quindi a sbattere contro la vettura di prima classe ed i sei carri merci che si trovavano in sosta sul binario tronco alla velocità di 50 chilometri orari."Al momento dell'urto egli era sulla fronte della macchina e i presenti che lo videro esterrefatti passare dinanzi a loro affermano che proprio al momento dell'urto egli si sporse in fuori, volgendo la testa verso la vettura, contro alla quale andava a dar di cozzo. L'urto, disastroso per la macchina e i carri, fu tremendo per l'uomo. Egli rimase preso fra la macchina e il vagone di la classe schiacciato orribilmente. Accorsero funzionari delle ferrovie, di P.S., guardie, personale viaggiante e manovali e il disgraziato fu tosto riconosciuto. È certo Pietro Rigosi di Bologna, di anni 28, fuochista da parecchi anni e buon impiegato... a Poggio Renatico, mentre il macchinista Rimondini Carlo era sceso un momento, il Rigosi aveva sganciato la locomotiva del treno merci e poi l'aveva lanciata a tutta velocità legando la valvola del fischio, per modo che destò l'allarme per tutta la corsa. Avrebbe potuto pentirsi durante il tragitto e dare il freno (che funzionava bene anche dopo la catastrofe) ma egli non volle. Probabilmente un'improvvisa alterazione di cervello che lo rese crudele contro se stesso, perché, per quanti pensieri di famiglia egli avesse, non giustificavano certo un tentativo di suicidio che poteva costare la vita a molte altre persone.”
Il fatto ebbe una grande risonanza su tutta la stampa nazionale. Vi fu chi immaginò che il macchinista avesse letto “La bête humaine” di Emile Zola, restandone suggestionato al punto da imitarne le vicende. Altri mossero critiche alle ferrovie per non aver provveduto ad insabbiare un binario allo scopo di far fermare la locomotiva senza danni. Un lettore del Resto del Carlino mandò un telegramma al giornale sostenendo che, inviando incontro alla locomotiva in fuga, una macchina di maggiore potenza, questa avrebbe potuto, una volta avvistatala, invertire la marcia e frenarne la corsa gradualmente. Tutti i commenti concordavano sulla imprevedibilità del gesto.Pietro Rigosi veniva indicato dal giornale come "fuochista da parecchi anni e buon impiegato". Sposato, padre di due bambine, di tre anni e di dieci mesi. Nessuna indagine sulle sue condizioni economiche e familiari consentì di capire quali motivi lo avessero spinto. Qualche debito di importo non rilevante, ma al tempo era abbastanza frequente, nessuna oscura vicenda personale, nessun dissapore familiare. Sorprendentemente il nostro uomo non rimase ucciso in quello scontro terribile nel quale aveva cercato deliberatamente la morte mettendosi fra la locomotiva e la vettura ferma. Evidentemente l'urto fortissimo lo fece schizzare via prima che i due veicoli si incastrassero l'uno nell'altro. Gli venne amputata una gamba, il viso rimase deformato dalle cicatrici, dovette sopportare una lunga degenza all'ospedale, ma dopo circa due mesi fece ritorno a casa. Inutilmente i giornalisti e i curiosi che gli facevano visita tentarono di chiedergli i motivi che lo avevano spinto ad un gesto tanto clamoroso. A nessuno venne risposto: il Rigosi si mantiene abbastanza tranquillo, parla con chi va a fargli visita, ma si astiene sempre ad accennare alle cause e al movente del suo atto, cambiando discorso o non rispondendo ogni volta che gli si richiede per quale ragione lanciò la sua macchina a tutto vapore da Poggio a Bologna e perché cercasse di morire. Un'unica frase, che il cronista del Carlino riprende da un articolo della Gazzetta Piemontese, sembra gli sia sfuggita subito dopo il ricovero: "Che importa morire? Meglio morire che essere legato!"
Un vero personaggio, Pietro Rigosi, fuochista delle Strade Ferrate Meridionali - Rete Adriatica, matricola 42918. E comprensibile che questo suo atteggiamento, dignitoso e ribelle insieme, abbia ispirato Francesco Guccini.Non era un ferroviere modello.Non tanto perché veniva spesso punito.Per i ferrovieri dell'esercizio allora ad ogni minimo errore corrispondeva una sanzione economica.Nel caso di Rigosi Pietro si tratta però di mancanze di omissione, negligenza, o diverbi con colleghi e superiori. Tutti chiari segni di affaticamento e insofferenza all'ambiente. Multa di £ 5 per aver risposto "con modo sconveniente al Capo Deposito di Piacenza mentre questi taceva delle giuste osservazioni al suo Macchinista". Sospensione per tre giorni dal soldo e dal servizio per essere "venuto a diverbio col Macch. Baroncini Federico per futili motivi tra Mestre e Marano. Diede poi luogo ad un deplorevole alterco sotto la tettoia della stazione di Padova". Tre mesi prima del fatto era stato punito con "sospensione dal soldo e dal servizio per giorni tre per aver preso in mala parte una frase detta per ischerzo da un macchinista del Deposito di Milano e non a lui rivolta, provocando così un diverbio, seguito da vie di fatto in stazione di Piacenza". Ma numerose sono le multe per mancata presentazione al treno. "Mancò alla partenza dal treno 1008 del 7 agosto sebbene avvisato il giorno prima e avanti alla partenza dallo svegliatore". Erano mancanze che costavano care: dalle 3 alle 5 lire quando la paga giornaliera era di 2 lire e 50. Alcune multe riguardavano mancanze oggi incomprensibili: venne trovato coricato nelle brande del dormitorio senza le prescritte lenzuola. I dormitori dotati di docce erano rarissimi e i macchinisti erano costretti a ripulirsi molto sommariamente prima di coricarsi. L'uso delle lenzuola da parte dei ferrovieri si rendeva quindi obbligatorio per evitare che venissero insudiciate le brande.C'è una vasta letteratura sulle pesanti condizioni di lavoro dei ferrovieri, in particolare dei macchinisti, alla fine del secolo scorso. Turni ininterrotti fino a trenta e anche quaranta ore consecutive, esposizione alle intemperie su macchine non di rado senza alcun riparo o con ripari che risultavano del tutto insufficienti, disciplina di tipo prussiano, tutto questo aggiunto ad un mestiere già duro: ricordiamo che una corsa da Venezia a Bologna significava per il fuochista spalare quaranta quintali di carbone. Non stupisce quindi che la mortalità nella categoria fosse tanto alta che non più del 10% dei macchinisti arrivava alla pensione. Forse fu tutto questo a spingere il nostro alla corsa forsennata verso Bologna. Anche se non volle mai dirlo pubblicamente ci doveva essere un rancore profondo in Pietro Rigosi verso la Società delle Strade Ferrate.

Qualche tempo dopo essere stato dimesso dall'ospedale, venne "esonerato dal servizio per motivi di salute". Il Consorzio di Mutuo Soccorso gli liquidò un sussidio di lire 308,13 e la Direzione delle Ferrovie ne dispose un secondo "a solo titolo di commiserazione, di £ 150, pari a due mesi della paga che percepiva". Al momento di ritirare il sussidio Pietro Rigosi si avvide che sul ruolo di pagamento, che avrebbe dovuto firmare per ricevuta, stava la scritta come motivazione "buona uscita". Tanto bastò per fargli rifiutare quella cifra di cui doveva avere certamente un gran bisogno. Evidentemente nessuno doveva pensare che la sua uscita dalle ferrovie fosse avvenuta in bontà di rapporti. Accettò la somma solamente dopo che la motivazione di buona uscita venne sostituita con 'per elargizione'. Anche l'atteggiamento della severissima Società delle Strade Ferrate Meridionali fu, nell'occasione, stranamente indulgente. Il fatto aveva provocato danni notevoli, tanto da venire citato nella relazione annuale agli azionisti fra le cause che avevano limitato l'ammontare degli utili corrisposti. Nessuna punizione per il ferroviere responsabile. Esonero per motivi di salute, invece del licenziamento,e corresponsione di un sussidio non certo elevato, ma certamente non dovuto. L'ipotesi della follia esonerava dalla necessità di approfondire le cause e, con i pazzi e i fanciulli, è sempre opportuna la clemenza.

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli
ma nella fantasia ho l'immagine sua,
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli.
Conosco invece l'epoca dei fatti, qual'era il suo mestiere:

i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,
i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti
sembrava il treno anch'esso un mito di progresso,
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti,
lanciato sopra i continenti.
E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
che l'uomo dominava con il pensiero e con la mano
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite
sembrava avesse dentro un potere tremendo,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite,
la stessa forza della dinamite.
Ma un'altra grande forza spiegava allora le sue ali
parole che dicevano: "gli uomini sono tutti uguali"
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria, ed illuminava l'aria
la fiaccola dell'anarchia,
la fiaccola dell'anarchia,
la fiaccola dell'anarchia.
Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione
un treno di lusso, lontana destinazione
vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori
pensava al magro giorno della sua gente attorno,
pensava a un treno pieno di signori,
pensava a un treno pieno di signori,
pensava a un treno pieno di signori.
Non so che cosa accadde, perché prese la decisione
forse una rabbia antica, generazioni senza nome
che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore

dimenticò pietà, scordò la sua bontà,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore.
E sul binario stava la locomotiva
la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva
sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
mordesse la rotaia con muscoli d'acciaio,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno,
con forza cieca di baleno.
E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto
salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura.
Correva l'altro treno ignaro, quasi senza fretta
nessuno immaginava di andare verso la vendetta
ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:
"notizia di emergenza, agite con urgenza,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno."
Ma intanto corre corre corre la locomotiva
e sibila il vapore, sembra quasi cosa viva
e sembra dire ai contadini curvi, il fischio che si spande in aria:
fratello non temere, che corro al mio dovere,
trionfi la giustizia proletaria,
trionfi la giustizia proletaria,
trionfi la giustizia proletaria.
Intanto corre corre corre sempre più forte
e corre corre corre corre verso la morte
e niente ormai può trattenere l'immensa forza distruttrice
aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto
della grande consolatrice,
della grande consolatrice,
della grande consolatrice.
La storia ci racconta come finì la corsa
la macchina deviata lungo una linea morta
con l'ultimo suo grido di animale la macchina eruttò lapilli e lava
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo,
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava.
Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l'ingiustizia,
lanciata a bomba contro l'ingiustizia,
lanciata a bomba contro l'ingiustizia.

27 gen 2011

Guccini " LAGER"


Cos'è un lager?
E' una cosa nata in tempi tristi, dove dopo passano i turisti,
occhi increduli agli orrori visti... "non gettar la pelle del salame!"...
Cos'è un lager?
E' una cosa come un monumento e il ricordo assieme agli anni è spento,
non ce n'è mai stati, solo in quel momento, l' uomo in fondo è buono, meno il nazi infame!
Ma ce n'è, ma c'è chi li ha veduti o son balle di sopravvissuti?
Illegali i testimoni muti, non si facciano nemmen parlare!
Cos'è un lager?
Sono mille e mille occhiaie vuote, sono mani magre abbarbicate ai fili,
son baracche, uffici, orari, timbri e ruote, son routine e risa dietro a dei fucili,
sono la paura, l' unica emozione, sono angoscia d' anni dove il niente è tutto,
sono una pazzia ed un' allucinazione che la nostra noia sembra quasi un rutto,
sono il lato buio della nostra mente, sono un qualche cosa da dimenticare,
sono eternità di risa di demente, sono un manifesto che si può firmare...
E un lager, cos'è un lager?
Il fenomeno ci fu. E' finito! Li commemoriamo, il resto è un mito!
l'hanno confermato ieri giù al partito, chi lo afferma è un qualunquista cane!
Cos'è un lager?
E' una cosa sporca, cosa dei padroni, cosa vergognosa di certe nazioni,
noi ammazziamo solo per motivi buoni... quando sono buoni? Sta a noi giudicare!
Cos'è un lager?
E' una fede certa e salverà la gente, l' utopia che un giorno si farà presente
millenaria idea, gran purga d' occidente, chi si oppone è un giuda e lo dovrai schiacciare!
Cos'è un lager?
Son recinti e stalli di animali strani, gambe che per anni fan gli stessi passi,
esseri diversi, scarsamente umani, cosa fra le cose, l' erba, i mitra, i sassi,
ironia per quella che chiamiam ragione, sbagli ammessi solo sempre troppo dopo,
prima sventolanti giustificazioni, una causa santa, un luminoso scopo,
sono la furiosa prassi del terrore sempre per qualcosa, sempre per la pace,
sono un posto in cui spesso la gente muore, sono un posto in cui, peggio, la gente nasce...
E un lager...
E' una cosa stata, cosa che sarà, può essere in un ghetto, fabbrica, città,
contro queste cose o chi non lo vorrà, contro chi va contro o le difenderà,
prima per chi perde e poi chi vincerà, uno ne finisce ed uno sorgerà
sempre per il bene dell'umanità, chi fra voi kapò, chi vittima sarà
in un lager?

16 gen 2011

GUCCINI (NOI NON CI SAREMO)

Qualche giorno fa ho pubblicato un pezzo di Caterina Caselli "Incubo" scritta da Guccini,oltre a questa ci sono numerose composizioni del cantautore di Pavana per altri artisti,un'altra è "Noi non ci saremo" scritta per i Nomadi nel lontano 1966..Si tratta di una profezia apocalittica dettata dal terrore delle armi nucleari ,per di più analizzando anche il titolo che dà il nome al pezzo(e che è posta a sigillo di ogni strofa)può assumere un doppio sigificato:la costatazione che l'umanità verrà integralmente distrutta da un'eventuale catastrofe nucleare,ma anche che i giovani non sono automaticamente disponibile a condividere il clichèe gli automatismi della civiltà occidentale...

Ciò che è morto rinasce è il messaggio di Francesco,anche la visione più pessimistica viene riscattata da una speranza ,che dipende dalla capacità della nuova generazione di non cedere ai compromessi e di non accettare passivamente le inerzie di una società ancora ferita "visto l'anno fine anni 60"da due guerre mondiali..

Vedremo soltanto una sfera di fuoco,
più grande del sole, più vasta del mondo;
nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà
fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.
Poi per un anno la pioggia cadrà giù dal cielo
e i fiumi correranno la terra di nuovo
verso gli oceani scorreranno e ancora le spiagge risuoneranno delle onde
e in alto nel cielo splenderà l'arcobaleno,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.
E catene di monti coperte di nevi
saranno confine a foreste di abeti:
mai mano d' uomo le toccherà, e ancora le spiagge risuoneranno delle onde
e in alto, lontano, ritornerà il sereno,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.
E il vento d'estate che viene dal mare
intonerà un canto fra mille rovine,
fra le macerie delle città, fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà,
fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.
E dai boschi e dal mare ritorna la vita,
e ancora la terra sarà popolata;
fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora il mondo percorrerà
gli spazi di sempre per mille secoli almeno,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo,
ma noi non ci saremo

31 dic 2010

Guccini "la canzone dei dodici mesi"

"La canzone dei dodici mesi" di Guccini è un pezzo che avevo già commentato nella recensione di Radici l'album capolavoro di Francesco...Questo testo è un esplicito omaggio alla tentazione poetica di Folgòre di San Gimignano con i suoi "sonetti dei mesi" e prendendo spunto da questi versi Franceco percorre tutti i mesi dell'anno e in ognuno trovano posto alcuni dei personaggi storici a lui più cari tra cui:T.S. Elliot,Charcer,J.Donne,Lorenzo il Magnifico ecc... Canzone dei dodici mesi è quasi una summa dei luoghi del Guccio la Toscana,l'Emilia da Pavana a Modena con il suo duomo,all'università e l'osterie di Bologna...In tutto questo vi si riuniscono suggestioni colte e popolari dalla collana dei  sonetti dedicata tra il 1306 al 1309 da Folgòre ai mesi dell'anno (in un raro equilibrio di realismo e allegoria),alla risposta giullaresca e parodica Cenne della Chitarra,fino alla memoria diretta,visiva delle magnifiche formelle in bassorilievo della porta della pescheria del duomo di Modena dovute nel dodicesimo secolo alla scuola del grande Wiligelmo e raffiguranti storie di vita contadina ambientate nei dodici mesi dell'anno...A questo intreccio di suggestioni Guccini prende spunto inserendo ai vari luoghi della sua vita artisti per ogni  mese...

Viene Gennaio silenzioso e lieve, un fiume addormentato
fra le cui rive giace come neve il mio corpo malato, il mio corpo malato...
Sono distese lungo la pianura bianche file di campi,
son come amanti dopo l'avventura neri alberi stanchi, neri alberi stanchi...
Viene Febbraio, e il mondo è a capo chino, ma nei convitti e in piazza
lascia i dolori e vesti da Arlecchino, il carnevale impazza, il carnevale impazza...
L'inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza
nei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza..
Cantando Marzo porta le sue piogge, la nebbia squarcia il velo,
porta la neve sciolta nelle rogge il riso del disgelo, il riso del disgelo...
Riempi il bicchiere, e con l'inverno butta la penitenza vana,
l'ala del tempo batte troppo in fretta, la guardi, è già lontana, la guardi, è già lontana...
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare.
Con giorni lunghi al sonno dedicati il dolce Aprile viene,
quali segreti scoprì in te il poeta che ti chiamò crudele, che ti chiamò crudele...
Ma nei tuoi giorni è bello addormentarsi dopo fatto l'amore,
come la terra dorme nella notte dopo un giorno di sole, dopo un giorno di sole...
Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera,
il nuovo amore getti via l'antico nell' ombra della sera, nell' ombra della sera...
Ben venga Maggio, ben venga la rosa che è dei poeti il fiore,
mentre la canto con la mia chitarra brindo a Cenne e a Folgore, brindo a Cenne e a Folgore...
Giugno, che sei maturità dell'anno, di te ringrazio Dio:
in un tuo giorno, sotto al sole caldo, ci sono nato io, ci sono nato io...
E con le messi che hai fra le tue mani ci porti il tuo tesoro,
con le tue spighe doni all' uomo il pane, alle femmine l' oro, alle femmine l' oro...
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare...
Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone,
riposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione, come in una visione...
Non si lavora Agosto, nelle stanche tue lunghe oziose ore
mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore...
Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull' età,
dopo l' estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità...
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità...
Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande bellezza:
nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza...
Lungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazze,
lungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse...
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare...
Cala Novembre e le inquietanti nebbie gravi coprono gli orti,
lungo i giardini consacrati al pianto si festeggiano i morti, si festeggiano i morti...
Cade la pioggia ed il tuo viso bagna di gocce di rugiada
te pure, un giorno, cambierà la sorte in fango della strada, in fango della strada...
E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porte,
lungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte, tristi semi di morte...
Uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre,
ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre...
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
che non sai mai giocare, che non sai mai giocare...

11 nov 2010

Guccini "canzone per Silvia" (Baraldini)

Sto ascoltando l'album "Parnassius" di Guccini ,come sapete adoro Francesco,mi piacciono quasi tutte le sue canzoni... e anche in questo disco ci sono alcuni brani capolavoro,sopratutto  la traccia “Canzone per Silvia”, forse è la più nota, forse anche un pò scontata ma evoca delle immagini chiare,tristi e belle al tempo stesso...quella prigione nel deserto battuto dal vento",quello straccio celeste di cielo guardato dalle sbarre e l'urlo finale dove l'ignoranza viene combattuta con le parole poichè il silenzio vorrebbe dire morte... Questa stupenda canzone  è dedicata a Silvia  Baraldini,forse qualcuno non è a conoscenza della sua triste storia,e mi dispiace costatare che spesso è facile dimenticare i fatti di cronaca,troppo velocemente..Avevo molto seguito l'assurda storia di Silvia sopratutto nell'ultimo periodo di detenzione..La ricordo adesso attraverso le parole di questa "Hurricane" di casa nostra  nella speranza che Silvia oggi viva con felicità la sua libertà,che in tanti abbiamo per lei sperato!!!!

La Storia di SILVIA BALARDINI:
Silvia Balardini; nasce in Italia, ma ben presto si trasferisce in America con il padre, dove trascorrere circa 30 anni, più della metà di questi però in carcere. Il motivo? Aver cercato di lottare per idee giuste, usando si anche mezzi avvolte estremi, ma senza uccidere nessuno e senza rubare nulla.
Giunta con il padre a New York Silvia, in età matura comincia ad interessarsi di politica e si iscrivere all’università del Wisconsin, l’università più attiva politicamente negli Usa. Sull’onda del movimento del ‘68 comincia a manifestare contro il Vietnam e per i diritti delle donne, in seguito contro il colonialismo in Africa e l’apartheid. Poi diventa attivista di movimenti radicali statunitensi, iscrivendosi al gruppo comunista “19 maggio” che sosteneva la BLA (Black Liberation Army).

Nel 1979 la Berardini si introdusse con un gruppo di persone in un carcere per liberare il Leader delle BLA, Assata Shakur, prendendo 2 poliziotti come ostaggi che vennero subito dopo liberati.Nel 1982 venne arrestata per la prima volta per azioni sovversive legate al mondo comunista e per appoggio ai movimenti afro-americani, venne rilasciata sotto pagamento di cauzione, ma soli 5 mesi dopo venne nuovamente arrestata. Il motivo di questo secondo arresto, fu una rapina fatta dal gruppo dove lei militava, ma alla quale lei non aveva preso parte.Dopo il secondo arresto per Silvia iniziò l’inferno e il processo. Venne accusata della liberazione del leader delle BLA del 1979, di essere la mente del movimento “19 Maggio”, di aver programmato diverse rapine, in verità mai realizzate, di ingiuria al tribunale per aver rifiutato di testimoniare sui nomi degli altri militanti.Tutte queste accuse, poco veritiere, le costarono ben 43 anni di carcere; se non bastasse, l’FBI le offrì una grande somma di denaro in caso di testimonianza, lei puntualmente rifiutò di collaborare ed in cambio ricevette il trasferimento in uno dei piu duri carceri degli Usa, a Lexington, dove fu sottoposta a isolamento, visite limitate ed sorveglianza anche nei momenti più intimi.L’America è una statua che ti accoglie e simboleggia, bianca e pura, la libertà, e dall’alto fiera abbraccia tutta quanta la nazione, per Silvia questa statua simboleggia solamente la prigione perchè di questa piccola italiana ora l’ America ha paura.

 Nel 1988 le fu diagnosticato un tumore maligno, il carcere tentò in tutti i modi di ostacolare le cure per la detenuta, e non bastasse questo nel 1990 fu trasferita in un carcere di massima sicurezza ancora più isolato rispetto al precedente penitenziario in modo da isolare il movimento d’opinione che si stava formando a suo favore in quegli anni. In Italia, nei primi anni ‘90 nacquero movimenti per riportare Silvia in Patria, a questi movimenti aderirono anche intellettuali come Dario Fo, Umberto Eco e Francesco Guccini, e quando nel 1992 si ebbe la quasi certezza del rientro in Italia della Baraldini, la magistratura americana emise un verdetto dove giudicava la donna con status di “pericolosità altissima” e quindi tutto sfumo.Solo nel 1999, fu possibile il rientro in Italia grazie al ministro Dilibero, che la accolse all’arrivo all’aeroporto con rose rosse; questo gestò provoco liti per diversi giorni tra i nostri onorevoli parlamentari. Nel 2001 le vennero concessi gli arresti domiciliari, e nel 2006 fu rilasciata per effetto dell’indulto.Silvia Baraldini oggi vive a Roma, nel 2007 ha compiuto 60 anni, 23 dei quali passati in carcere per colpe abbastanza fittizie ed in alcuni casi irreali!!

Penso a quante altre storie come quella di Silvia Baraldini ci sono,Penso a tutti quei prigionieri politici privi di ogni diritto perchè etichettati come "terroristi" che sono detenuti a Guantanamo ed in altre carceri segrete americane e non. Sottoposti a torture di vario genere subiscono umiliazioni allo scopo di piegarne l’autostima e di ridurli alla sottomissione totale.Non sono assistiti da legali e non hanno rapporti con la famiglie. Quando vengono liberati si trovano sdradicati e sospesi nel vuoto dal momento che tutti rifiutano di riceverli appunto perchè criminalizzati e circondati di una sinistra fama. Anche se liberi saranno civilmente morti.Non abbiamo mai sentito la voce di un detenuto di Guantanamo e mai la sentiremo. E’ come se fossero morti anche se continuano a vivere sotto la stretta sorveglianza di militari che spesso si comportano con sadismo, senza un briciolo di umanità.Ma questa come già dimostrato in altri casi (vedi Sacco e Vanzetti) è la politica americana dell’ultimo secolo, dove non si possono né cambiare le cose nè immaginare le cose in un modo migliore; il famoso “I Have a Dream” di Martin Lhuter King,aimè  è morto con lui!!!
TESTO Canzone guccini:
Il cielo dell'America son mille cieli sopra a un continente,
il cielo della Florida è uno straccio che è bagnato di celeste,
ma il cielo là in prigione non è cielo, è un qualche cosa che riveste
il giorno e il giorno dopo e un altro ancora sempre dello stesso niente.
E fuori c'è una strada all'infinito, lunga come la speranza,
e attorno c'è un villaggio sfilacciato, motel, chiese, case, aiuole,
paludi dove un tempo ormai lontano dominava il Seminole,
ma attorno alla prigione c'è un deserto dove spesso il vento danza.
Son tanti gli anni fatti e tanti in più che sono ancora da passare,
in giorni e giorni e giorni che fan mesi che fan anni ed anni amari;
a Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta che guardare
l'America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi occhi chiari...
Già, l'America è grandiosa ed è potente, tutto e niente, il bene e il male,
città coi grattacieli e con gli slum e nostalgia di un grande ieri,
tecnologia avanzata e all'orizzonte l'orizzonte dei pionieri,
ma a volte l'orizzonte ha solamente una prigione federale.
L'America è una statua che ti accoglie e simboleggia, bianca e pura,
la libertà, e dall'alto fiera abbraccia tutta quanta la nazione,
per Silvia questa statua simboleggia solamente la prigione
perchè di questa piccola italiana ora l'America ha paura.
Paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare,
paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera.
Nazione di bigotti! Ora vi chiedo di lasciarla ritornare
perchè non è possibile rinchiudere le idee in una galera...
Il cielo dell'America son mille cieli sopra a un continente,
ma il cielo là rinchiusi non esiste, è solo un dubbio o un'intuizione;
mi chiedo se ci sono idee per cui valga restare là in prigione
e Silvia non ha ucciso mai nessuno e non ha mai rubato niente.
Mi chiedo cosa pensi alla mattina nel trovarsi il sole accanto
o come fa a scacciare fra quei muri la sua grande nostalgia
o quando un acquazzone all' improvviso spezza la monotonia,
mi chiedo cosa faccia adesso Silvia mentre io qui piano la canto...
Mi chiedo ma non riesco a immaginarlo: penso a questa donna forte
che ancora lotta e spera perchè sa che adesso non sarà più sola.
La vedo con la sua maglietta addosso con su scritte le parole:
che sempre l'ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte,
che sempre l'ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte,
che sempre l'ignoranza fa paura... ed il silenzio è uguale a morte...

Ho trovato anche un'altra canzone di Alfredo Bandelli su Silvia qui il testo:
Silvia è chiusa nella cella
per un sogno, un'ideale
nell'America sorella,
progressista e liberale.
Condannata a lenta morte
dentro il carcere speciale
dal padrone bianco e forte
con il giusto tribunale!
No, non si fermerà,
questa lotta non si fermerà!
No, non si fermerà
uguaglianza, pace e libertà!
Ascoltate la coscienza,
democratici e cristiani,
che sedete ad ogni mensa
che stringete mille mani.
Date a Silvia un po' di fiato,
date a Silvia un po' di vento,
perchè possa liberare
le sue ali dal cemento!
No, non si fermerà,
questa lotta non si fermerà!
No, non si fermerà
uguaglianza, pace e libertà!
E voi muti alberi stanchi
sollevate le radici
proprio voi compagni avanti
senza ipocriti sorrisi.
Via le sbarre, via il gendarme
che sia libertà o sia fiamme!
Che ogni Silvia sia raccolta
che sia libertà o rivolta!
No, non si fermerà,
questa lotta non si fermerà!
No, non si fermerà
uguaglianza, pace e libertà!

INTERVISTA A SILVIA BARALDINI DAL WEB:
La Silvia del cantautore è Silvia Baraldini, il simbolo di un impegno estremo, di un egoismo schiacciato. Una storia, quella della Baraldini, cruda e rara che lei stessa ci racconta.
Lei ha passato molti anni in carcere, ma non tutti sanno la sua storia. La può raccontare?
Sono emigrata negli Stati Uniti perché sono emigrati i miei genitori e molto giovane sono rimasta coinvolta sia nel movimento contro la guerra che per quello dei diritti degli afroamericani. Attraverso quel coinvolgimento una ventina di anni dopo mi sono occupata della situazione dei detenuti politici afroamericani all’interno degli Stati Uniti. In quel contesto è stata decisa la liberazione di una donna, Assata Shakur, che era un importante leader del loro movimento e avevano bisogno anche dell’aiuto di persone bianche. Mi hanno chiesto l’aiuto e io sono tra quelle persone che hanno detto di si. Per questo sono stata arrestata e sono stata accusata non solo della liberazione, ma anche di associazione con varie organizzazioni rivoluzionarie del movimento afroamericano e sono stata condannata a 40 anni.
In Italia c’è stata una forte mobilitazione o no?
Moltissima. C’è stato il coinvolgimento delle persone in Italia, e non solo politiche, che si sono appassionate alla mia storia per vari motivi: perché ero una donna, perché ero in un paese straniero, perché le condizioni in prigione erano veramente dure. Perciò molte persone hanno partecipato per ragioni differenti e secondo me questo ha fatto la differenza.
Partecipazione che è dimostrata anche da una canzone di Francesco Guccini, cosa ha provato?
La canzone di Guccini l’ho ascoltato solo una volta ritornata in Italia, però molte persone mi scrivevano e mi dicevano della canzone e mi scrivevano pezzi di essa. Conoscevo le parole ma non la musica. Quando ho ascoltato finalmente la canzone mi ha impressionato perché era una bella canzone. Oltre all’importanza che poteva avere per me mi è piaciuta proprio la canzone e questo mi ha colpito.
Come esprime oggi l’impegno politico?
Lo esprimo a piccoli passi. Lavoro con l’ARCI, che si occupa non solo di cultura ma anche dei migranti, di pace e guerra, di legalità, di lotta contro la mafia. Penso oggi sia importante soprattutto la lotta contro la violenza alle donne.

28 ott 2010

FANTONI CESIRA GUCCINI

Oggi pensando alle donne di corte del cavaliere,mi sono ricordato di questo pezzo di Guccini...Fantoni Cesira..... è una sorta di ritratto geniale di queste ragazze di oggi..Noemi Letizia,Ruby e tante altre giovani anche minorenni 17-20 anni ,disponibili a infilarsi nei letti di anziani uomini del potere, in nome di quel censurabile scopo di vita che è il raggiungimento del successo televisivo e della visibilita’ mediatica a tutti i costi..Quindi  senza  nessuna difficolta’ si infilano  nei letti di chi conta,che sia Berlusconi,politici,impresari,registi ,over 60 ,ultrasettantenni  ecc...che aiutati da queste pillole magiche, possono sbizzarrirsi e scaricare i loro impulsi sessuali con la migliore carne fresca che si presenta ai loro occhi.Ritengo inutile dire, ma lo faccio comunque, che tutto questo è di uno schifo indicibile e di una amoralita’ senza pari...Come si puo’ accettare che una ragazza di ventanni finisca nei letti di questi porci attempati over 70 per deliziare loro dei piaceri della carne ? E in nome di cosa ?

 La protagonista è Cesira, figlia di un alcolizzato che non ha mai in tasca una lira e per il vino ha lasciato casa, lavoro, figlia e consorte. Questa, rimasta orfana dopo il suicidio della consorte, dopo aver trovato un lavoro in una fabbrica dove sogna una vita da principessa piena di vari sfarzi, e conosciuto un produttore che le proporrà di fare del cinema passata una notte insieme (il tutto dopo essere stata eletta "Miss Tette"), conquisterà Cinecittà rinchiudendo il padre in ricovero, lasciando il lavoro, comprando un topless per mostrare il seno e correndo "a Roma col primo treno", dove si farà mantenere da un onorevole ed andrà a letto con tre produttori, studiando dizione, bel canto, regia e recitazione e facendosi chiamare Cesy Phantoni.
TESTO:
Si... si chiamava Fantoni Cesira, era la figlia d' un alcolizzato
che non aveva mai in tasca una lira e per il vino avea tutto lasciato,
lavoro e casa, figlia e consorte, che non potendo scordar col bere,
perchè era astemia, la sua triste sorte, si tirò un colpo nel '53.
Povera giovane rimasta orfana mentre suo padre si ubriacava
trovò lavoro in una fabbrica e sul lavoro ogni tanto sognava,
sognava panfili, pellicce ed abiti, non più la fabbrica, ville e piscine,
la dolce vita, il bel mondo dei principi, come le dive che vedeva al cine.Ma quel bel sogno sarebbe rimasto soltanto un sogno mai realizzato,quando in paese nel giorno del santo un gran veglione fu organizzato,
ci furon musiche, canti e allegria, danze e coriandoli, spumante e suoni,
poi a mezzanotte una scelta giuria fece "miss tette" Cesira Fantoni
Le circondarono il petto e le spalle con nastri e fasce di seta scarlatte
su cui era scritto con lettere d'oro "evviva sempre le mucche da latte",
le regalarono trenta garofani, un "necessaire" similoro da viaggio,
quattro biglietti con sconto per cinema, cinque flaconi di shampoo in omaggio
La sera stessa a Fantoni Cesira si presentò, assai distinto, un signore
Disse: "Permette? Il suo viso m' attira; voglia scusarmi, sono un produttore.
Se lei permette, io l' accompagno, a far del cine c'è un gran guadagno",
ma quella sera non certo del cine il produttore s'interessò
La brava giovane per far del cinema consentì a perdere la castità,
ma non per questo si perse d'animo: le rimaneva Cinecittà!
Lasciò il moroso, piantò il lavoro, comperò un "topless" per mostrare il seno,
fece mandare suo padre in ricovero e arrivò a Roma con il primo treno.
Cento anticamere fece Cesira e visitò una decina di letti,
un onorevole che la manteneva le fece fare un romanzo a fumetti,
ebbe da amanti tre o quattro negri, due segretari, tre cardinali,
si spogliò nuda a fontana di Trevi e qualche sera batteva sui viali.
La brava giovane campava bene, ma ormai sentiva il richiamo dell'arte:
qualunque cosa lei avrebbe donato sol per avere in un film una parte
Se ne andò a letto con tre produttori, studiò dizione, bel canto, regia,
mimica, scenica, recitazione e apparve nuda in un film di Golia
Si è sistemata Fantoni Cesira, fra letto e seno guadagna milioni:
ha cominciato a studiar da signora e si fa chiamare Cesy Phantoni (col ph),
si è messa stabile, ed è l'amante di un produttore molto influente,
tre o quattro film le produrrà,e un "premio Strega" glielo scriverà.
Lui è già sposato, ma che cosa importano queste sciocchezze se si hanno i quattrini,
presto nel Messico si sposeranno,potranno fare tanti bambini.
E la morale di questa storia al giorno d'oggi non è tanto strana:
per aver soldi, la fama e la gloria bisogna essere un poco puttana