23/mag/2012

Jovanotti "Cuore"

Migliaia di ragazzi in piazza a Palermo
un saluto alla bara del giudice Falcone,
hanno bisogno di una risposta.
Hanno bisogno di protezione.
I ragazzi son stanchi dei boss al potere;
i ragazzi non possono stare a vedere,
la terra sulla quale crescerà il loro frutto bruciato
ed ad ogni loro ideale distrutto.
I ragazzi denunciano chiunque acconsenta
col proprio silenzio un’azione violenta.
I ragazzi son stanchi e sono nervosi,
in nome di Dio a fanculo i mafiosi.
I ragazzi denunciano chi guida lo stato
per non essersi mai abbastanza impegnato,
a creare una via per chi vuole operare,
senza esser costretto per forza a rubare,
per creare una via per gli uomini onesti,
per dare ai bambini valori robusti
che non crollino appena si arriva ai 18,
accorgendosi che questo mondo è corrotto.
I ragazzi non credono ad una parola
di quello che oggi c’insegna la scuola.
I ragazzi diffidano di ogni proposta
non stanno cercando nessuna risposta,
ma fatti, giustizia, rigore morale
da parte di chi calza questo stivale.
I ragazzi hanno il tempo che li tiene in ostaggio,
ma da oggi han deciso di farsi coraggio
perchè non ci sia un’altra strage di maggio,
per uscire ci vuole cultura e coraggio
cultura di pace, coraggio di guerra,
il coraggio di vivere su questa terra
e di vincere qui questa nostra battaglia,
perché quando nel mondo si parli d’Italia
non si dica soltanto la mafia, i mafiosi,
perché oggi è per questo che siamo famosi,
ma l’Italia è anche un’altra,
la gente lo grida:
i ragazzi son pronti per vincere la sfida 


22/mag/2012

Come può la politca riprendersi la fiducia della gente?

Dopo un po di tempo torno a parlare di politica,ci sarebbe tanto da dire ma in particolare mi voglio soffermare sulle ultime amministrative,si parla del Movimento 5 stelle e di Grillo come l'unico vincitore di questa mandata elettorale,bisogna riflettere bene su questo risultato,non tutti hanno capito una cosa a Parma ha contato la persona,più che il partito.E’ quello che dico da tempo:la politica attuale,salvo rare eccezioni, è fatta o da politici corrotti e disonesti,che invece di esser in galera,restano al loro posto grazie a leggi e cavilli fatti da loro stessi (l’unico settore in cui credo siano i più produttivi del mondo) o da politici mediocri e ormai obsoleti che tirano solo a campar bene alle nostre spalle.Questo ha fatto crollare la fiducia dei cittadini nella politica.Cosa ha fatto Grillo? Ha raccolto il malessere generale,lo ha gridato alla sua maniera ma non si è fermato alla protesta rumorosa,ha presentato nuovi volti e proposte concrete e vicine al territorio dove i candidati si presentavano.E’ bastato per vincere,specie là dove il malessere era più forte e la cattiva politica aveva fatto man bassa .Come possono fare i partiti per riprendersi la fiducia della gente? La risposta più semplice è meritarsela di nuovo.
Basterebbe ricominciare da una selezione delle persone, da scegliere fra quelle con un minimo di cultura (i nostri parlamentari a stento sanno se siamo in monarchia o repubblica e per molti il congiuntivo è un verbo sconosciuto) e con poche cose da dire, ma concrete, di interesse pubblico. Ascoltare i bisogni dei cittadini, poi, non sarebbe male,scendere a fianco dei lavoratori i pensionati a fianco di chi ha perso il lavoro,e senza promettere miracoli e paradisi dire sinceramente e chiaramente quello che si può fare,come e quando ,torniamo a ragionare con idee di sinistra basta esponenti che sostengono il capitalismo e governi tecnici di destra.Inoltre periodicamente rimanere in contatto diretto con gli elettori, per rinnovare quel patto che ogni politico dovrebbe stringere con noi quando viene eletto. (Se mai potremo rieleggerli noi, i nostri politici!). Il movimento 5 stelle ha sfondato localmente perché ha scelto persone perbene, tutte quarantenni o giù di lì, lontane dalla politica come mestiere, che si sono fatte conoscere e apprezzare fra la gente a cui hanno chiesto il voto; ma questa è stata l’arma vincente, lo scorso anno, anche per il giovane Sindaco di Cagliari Zedda e di Pisapia, entrambi di Sel,questo dimostra che si può fare, se si vuole. Io, nonostante che abbiamo ancora un Parlamento che ha ratificato che Ruby è la nipote di Mubarak, nonostante la proliferazione delle leggi ad personam, nonostante che fra i nostri politici ci sia il più alto numero di inquisiti d’Europa,nonostante tutto, penso ancora che la politica sia indispensabile per ogni paese democratico,solo che serve la buona politica, per quella cattiva abbiamo già dato.
Il Deficiente del Senato(Rita Pani)
Credevo che in una giornata come questa il Paese potesse dimostrare di essere unito" … [L’improbabile presidente del Senato, schifani.]Ha espresso così il disappunto per i fischi ricevuti dall’Inno Nazionale(aggiungo io, dai tifosi del Napoli), che ha preceduto la disputa della finale di Coppa Italia Napoli – Juventus, allo stadio Olimpico.Perché l’idiozia del nostro paese è ormai consolidata al punto di essere tradizione, uso e costume. Un giorno verrà scritta anche sui libri di storia, e non sarà difficile datare la nascita del periodo che magari chiameremo “L’assurdismo”.Che peccato, signor Deficiente del Senato, non aver colto l’occasione per tacere! Se solo avesse attivato il cervello prima di dar fiato alle fauci avrebbe ricordato come il paese si è immediatamente unito dopo l’omicidio di Brindisi. In tante città di questo paese che si conserva nonostante voi, la gente è scesa per strada a manifestare contro la violenza e contro la criminalità – anche la vostra. Migliaia di cittadini hanno camminato in silenzio per commemorare la vita di una ragazza, sprecata in nome di chissà cosa. Molti altri, nel chiuso delle proprie esistenze hanno trascinato passi stanchi, guardando fuori dalla finestra, come se dal mare potesse arrivare la risposta che stanno cercando, sul senso delle cose, anche le più orribili, quelle che una risposta non l’avranno mai.Ma vi è ignoto il silenzio, vi è distante il rispetto, siete ormai pregni della vostra arroganza che vi proibisce di comprendere come ancora tra noi – gente normale – ci sia chi non è disposto a indietreggiare.C’è stato un terremoto, signor Deficiente! Noi lo sappiamo, ce lo diciamo, ce lo raccontiamo. Noi non ridiamo.
Non ci freghiamo le mani fiutando l’affare che verrà. Nemmeno voi, in vero, ora che non c’è speranza di vedere il danaro correre a fiumi, dato che non ce n’è, ora che ve lo siete rubato tutto. Noi siamo uniti, a volte anche nel silenzio che rispetta le cose che si possono tacere, come il dolore, non solo per la perdita delle vite umane, ma anche dei pezzi di storia cancellati dalla furia della terra, che si ribella anche lei.Noi siamo uniti, perché sappiamo che – terremoto! Governo ladro!Trema la terra, piove, tira vento, scorreggia una formica e la storia se ne va, e sparisce per colpa vostra che non avete investito, che non avete messo in sicurezza i territori, che avete fatto in modo di lasciare che le mafie se li spartissero. Voi che avete lucrato sul cemento, sulle strade impossibili da realizzare, sulle montagne da scavare, sui rifiuti da seppellire.Il popolo pensante per fortuna è ancora unito, e non lo avrete mai, signor Deficiente del Senato. Siamo uniti del silenzio che ci rigenera, che ci lascia a pensare, che ci impone di ignorare una partita di pallone, sedativo naturale per un popolo da domare.Se è stato fischiato in uno stadio, pensi un po’ che accoglienza se mai le venisse in testa di andare a fare l’avvoltoio in Emilia, o a Brindisi, o dove la vita arranca sempre più accanita e stanca.Io, per esempio, le sputerei in faccia.

Lucarelli racconta il segreto di Paolo Borsellino

Carlo Lucarelli ripercorre gli ultimi giorni del magistrato di Palermo ucciso solo 57 giorni dopo l'attentato al suo amico e collega Giovanni Falcone. Un resoconto attento degli esiti delle nuove e clamorose indagini sulla strage di via D'Amelio e un approfondimento della vicenda della trattativa tra Stato e mafia, che fa da inquietante scenario alla strage in cui persero la vita, insieme a Paolo Borsellino, i cinque agenti della sua scorta.


Ho vinto io - con Rosaria Schifani

"Vi perdono ma vi dovete inginocchiare..." Tutti ricordano la disperata implorazione che Rosaria Schifani, allora poco più che ventenne, rivolse ai mafiosi, davanti alla bara del marito Vito, agente della scorta del giudice Falcone. Venti anni dopo, Rosaria ha deciso di fare fino in fondo i conti con se stessa e con le sue emozioni, tornando sui luoghi della tragedia. Rosaria ci racconta, in prima persona, una storia di dolore e di coraggio, la storia di una donna che, lasciando Palermo, la sua città, ha saputo offrire al figlio (oggi Emanuele ha vent'anni e nessun ricordo del padre) e a se stessa una nuova opportunità di vita. Rosaria non ha mai smesso di cercare i "perché" della mafia e, dopo vent'anni, la sua analisi del fenomeno che le ha stravolto l'esistenza è amara e disincantata. Oggi, come ieri, non crede che i mafiosi possano pentirsi ma a loro vuole dire che lei, con grande fatica, ha saputo ricostruire la sua vita, mentre loro restano in una spirale di morte, senza speranza.

07/mag/2012

Giuseppe Ungaretti "Vestita di Rosso"

Sei comparsa al portone
in un vestito rosso
per dirmi che sei fuoco
che consuma e riaccende.
Una spina mi ha punto delle tue rose rosse
perché succhiasse al dito, come già tuo, il mio sangue.
Percorremmo la strada
che lacera il rigoglio della selvaggia altura,
ma già da molto tempo
sapevo che soffrendo con temeraria fede,
l’età per vincere non conta.
Era di lunedì,
per stringerci le mani
e parlare felici
non si trovò rifugio
che in un giardino triste
della città convulsa.


NOI C'ERAVAMO "Alessandro del Piero"

Quando vincevamo, sempre. Sul campo, più di tutti.
Quando siamo caduti.
Quando non sapevamo che fine avremmo fatto.
Quando l'abbiamo saputo, e l'abbiamo accettato. Lottando per rialzarci.
Quando siamo entrati in campo a Rimini.
Quando gli altri festeggiavano.
Quando noi stavamo a guardare.
Quando speravano che non saremmo mai tornati.
Quando abbiamo cominciato a risalire.
Quando non riuscivamo a ritrovare la strada.
Quando l'abbiamo ritrovata: vincendo.
Questa è la nostra festa, conquistata fino all'ultima goccia di sudore.
E' la festa di tutti quelli che ci hanno sempre creduto.
E' la festa di tutti voi tifosi juventini che al posto di abbandonarci avete fatto sentire ancora più forte la vostra voce.
E' la festa di quelli che hanno esultato per un gol in serie B come per quello che è valso lo scudetto.
E' la festa, perché no, degli avversari (non tutti) che ci hanno sempre rispettato.
E' la festa di Balzaretti, Belardi, Bianco, Birindelli, Bojinov, Boumsong, Buffon, Camoranesi, Chiellini, De Ceglie, Giannichedda, Giovinco, Guzman, Kovac, Lanzafame, Legrottaglie, Marchionni, Marchisio, Mirante, Nedved, Palladino, Paro, Piccolo, Trezeguet, Venitucci, Zalayeta, Zanetti, Zebina. All. Deschamps.
E doveva finire così, non ho mai smesso di crederci.
Grazie a tutti, ragazzi. Godiamocela, ce la siamo meritata.
Io c'ero, voi c'eravate. Noi c'eravamo. E ci siamo, finalmente.
Siamo tornati.


25/apr/2012

Andrea Fortunato (26 /07/71 – 25/04/95) "Ultima intervista"

«Undici mesi di malattia è una cosa lunga,infinita.Ma di tremendo, a parte i periodi di grande crisi fisica, ci sono stati solamente i primissimi momenti; dopo ho combattuto. Invece, all’inizio è stato diverso; il giorno prima stavi fra i sani, il giorno dopo passi fra i quasi incurabili. Non si può descrivere che cosa si prova». Come si reagisce ? «Ti senti perduto e, nello stesso tempo, diventi curioso; è una sensazione strana. Vuoi sapere ogni cosa della tua malattia, ti interroghi sui sintomi, sulle cause, sulle possibili conseguenze. Sai che non ti diranno tutto, provi ad indovinare le bugie, ma poi fingi di crederci, ti convinci che è meglio, altrimenti impazzisci. Quando un medico ti spiega quali sono i sintomi della leucemia ti senti sprofondare; e più parla, più tu capisci che tutto corrisponde, che è davvero il tuo caso. In quel momento il male ti prende in ostaggio; ma tu devi impedirgli di ammazzarti». Come ci si può riuscire ? «Con l’aiuto di Dio e dei medici, ma anche con un pensiero fisso: ce la devo fare. Me lo ripetevo ogni giorno e me lo ripeto ancora; neppure per un istante ho pensato che avrei perso la partita. Lo chiamano atteggiamento positivo, pare sia una mezza medicina». - Vuoi fare ancora il calciatore ? «Questo è un pensiero che non mi ha mai abbandonato. Mi sono sentito un atleta anche nei giorni più difficili, quando ero più di là che di qua. Ho lottato con spirito sportivo, si può dire che non mi sono mai tolto la maglia di dosso. Rimetterla davvero, ma non solo; ho chiesto, mi sono informato, mi hanno spiegato che tanti atleti sono tornati all’attività dopo la leucemia. Credo, spero di riuscirci». - Come cambia la vita, dopo un’avventura del genere ? «Cambia tutto, ti costruisci una scala di valori nuova; dai importanza alle cose che valgono davvero e non te la prendi più per le sciocchezze. E capisci che l’amicizia è la prima cosa; io, per esempio, ho un fratello in più, Fabrizio Ravanelli. È stato incredibile, mi ha messo a disposizione una parte della sua vita, non solo la sua famiglia e la sua casa di Perugia; non si può descrivere con le parole. Il giorno più bello, in questi mesi di malattia, l’ho vissuto quando lui ha segnato cinque goals al Cska, in Coppa; quella sera ho capito davvero che cosa è la felicità; ed è stato altrettanto bello, vedere Fabrizio esordire in Nazionale, proprio a Salerno, la mia città». Ti sono servite le vittorie bianconere ? «Non solo quelle, ma la costante presenza dei compagni e della società; un’altra famiglia, davvero. Se sono vivo lo devo anche a loro, al loro affetto». C’è un momento, di questi mesi, che ricordi con particolare intensità ? «L’uscita dall’ospedale a Perugia, dopo il secondo trapianto; non mi sembrava vero, vedevo diverse tutte le cose, mi parevano straordinarie anche le più insignificanti. Non immaginavo quanto potesse essere meravigliosa anche una semplice passeggiata». Cosa insegna la malattia ? «Che nella vita c’è di peggio di uno stiramento che ti tiene fuori dal campo per due settimane. Che ogni giorno muoiono bambini leucemici senza che nessuno lo sappia e senza che si possa fare nulla. Che in Italia abbiamo i migliori medici del mondo; a Perugia vengono ad imparare le nostre tecniche dall’America, da Israele, dalla Francia. Però, le strutture sono quelle che sono, mancano gli spazi, c’è gente in coda da mesi per un trapianto. Bisogna donare il midollo, senza paura, perché questo salva la vita agli altri e da senso alla tua». Il tuo sogno ? «La leucemia mi ha insegnato a non fare progetti a lunga scadenza e neppure a media; non per paura, ma per realismo. La prima volta che programmai il ritorno a Torino, mi alzai la mattina con la febbre; nulla di grave, per fortuna, ma ci rimasi male. Vivere alla giornata non è una sconfitta, semmai un modo per apprezzare davvero la vita in ogni attimo, in ogni sfumatura. È quello che farò».   

Mio padre è morto a 18 anni partigiano (Roberto Lerici)

Mi' padre è morto partigiano
a diciott'anni fucilato ner nord, manco so dove;
perciò nun l'ho mai visto, so com'era
da quello che mi' madre me diceva:
giocava nella Roma primavera.
Mo l'antra notte, mentre che dormivo,
sarà stato due o tre notti fa,
m'e' parso de svejamme all'improvviso
e de vedello, come fusse vero;
sulla faccia c'aveva un gran soriso,
che spanneva 'na luce come un cero.
- Ammazza, come dormi - m'ha strillato,
era proprio lui, ne so' sicuro,
lo stesso della foto che mi' madre
ciaveva sur comò, dietro na fronda
de palma tutta secca, benedetta,
un regazzino, che ride in camiciola,
cor fazzoletto rosso sulla gola.
Ma siccome sognavo i sogni miei,
pe' la sorpresa j'ho chiesto: - Ma chi sei?-
- So' tu' padre - ma detto lui ridenno
- forse che te vergogni alla tua età
de chiamamme cor nome de papà? -
- No, papà, te chiamo come hai detto,
me fa ride vedette ar naturale,
scuseme tanto se me trovi a letto,
che voi sape'? Nun me posso lamenta',
nun so' un signore, trentadu' anni,
davanti c'ho na vita,
ancora nun è chiusa la partita. -
Lo sai, da quanno mamma s'è sposata
co' mi' padre, che invece è er mi' patrigno...
credo sett'anni dopo la tua morte... -
A 'ste parole ho visto che strigneva un poco l'occhi,
come quanno se sta ar sole troppo forte.
- Scusa papa', credevo lo sapessi -
Ma lui, ridenno senza facce caso,
spavardo, spenzierato, m'ha risposto:
- Ma che ne so io de quello che è successo,
io so' rimasto come v'ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo...
giocavo a calcio e mica me stancavo,
giocavo co' tu madre e l'abbracciavo,
giocavo co' la vita e nun volevo,
coi fascisti però nun ce giocavo,
io sparavo, sparavo, sparavo. -
Poi m'ha toccato i piedi dentro al letto
e ha fatto un cenno, come da di' - Sei alto! -
- E dimmi - dice - prima d'anna' via,
che n'hai fatto della vita
che t'ho dato giocanno co la mia...
Vojo sape' sto monno l'hai cambiato?
Sto gran paese l'avete trasformato?
L'omo novo è nato o nun è nato?
In qualche modo c'avete vendicato?
- e rideva co' l'occhi, coi capelli,
sembrava quasi lo facesse apposta.
Me sfotteva, capito, quer puzzone
rideva e aspettava la risposta.
- Ma tu che voi co' tutte 'ste domanne?
Mo' perché sei mi' padre t'approfitti.
Tu m'hai da rispetta', io so' più grande!
Va beh adesso accampi li diritti
perché sei partigiano fucilato...
ma se me fai sveja' io t'arisponno,
mabbasta solo che aripijo fiato.
Certo che la vita è migliorata!
Avemo pure fatto l'avanzata.
Travolgente hanno scritto sui giornali. -
- Mejo così - me fa - se vede che è servito...
vedi quanno che m'hanno fucilato
Nun ho strillato le frasi de l'eroi
pensavo a voi che sullo stesso campo
avreste certo vinto la partita
pure che io perdevo er primo tempo. -
- No, un momento papà, te spiego mejo...
nun è che avemo proprio già risorto
nella misura in cui ci sta er risvorto emh...
E allora quer ragazzo de mi' padre
che stava a pettinasse nello specchio
s'arivorta me fissa e me domanna:
- Ma insomma, adesso er popolo comanna?-
Qui so zompato sur letto, co' na mano
m'areggevo le mutanne, co' l'altra
cercavo de toccallo, e nun potevo.
Allora j'ho parlato,
perché m'aveva preso come 'na malinconia
e nun volevo che se ne annasse via
prima de sape' bene come è stato.
- Sei ragazzo, papa', come te spiego
nun poi capi' come cambia er monno..
Ce vole tempo, er tempo se li magna
i sogni nostri, io, sai che faccio, aspetto!
Tutto quello che viene, io l'accetto,
semo contenti se la Roma segna,
li compagni so' tanti e li sordi pochi...
e nun ce sta più tempo pe' li giochi! -
- Ma so' sempre quelli te strappano le penne,
ma tu nun poi capi' papa', sei minorenne,
se eri vivo te daveno trent'anni,
mejo che torni da dove sei venuto,
perché quelli che t'hanno fucilato,
proprio quelli lì qui te fanno mori' tutti li giorni!
Lassa perde papà, qui nun e' aria,
semo cresciuti...nun semo piu' bambini,
torna a gioca' co' l'artri regazzini
che hanno fatto come hai fatto tu,
noi semo seri...e nun giocamo più.
A 'sto punto mi padre s'e' stufato,
ha fatto du' spallucce, un saluto,
s'è rimesso in saccoccia la sua gloria
e vortanno le spalle se n'e' annato
ripetendo nel vento la sua storia:
- Ma che ne so io de quello che è successo,
io so' rimasto come v'ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo...
giocavo a calcio e mica me stancavo,
giocavo co' tu' madre e l'abbracciavo,
giocavo co' la vita e nun volevo,
coi fascisti io però nun ce giocavo...
io sparavo, sparavo, sparavo

Lanciotto Ballerini

Oggi 25 Aprile voglio dedicare un post a un valoroso partigiano toscano "Lanciotto Ballerini",devo ammettere che non ero documentato sulla sua storia,però dopo gli ultimi incontri con l'Anpi di Prato il comune di Carmignano e noi del comitato 11 Giugno di Poggio alla Malva( finalizzati all'organizzazione degli eventi per prossimo 11 giugno)il nome di Lanciotto è entrato spesso nelle nostre discussioni,sopratutto per il fatto che prossimamente uscirà il film sulla sua vita,e perciò ho cercato di documentarmi(grazie anche a Internet) e ricostruire la sua storia....
LANCIOTTO BALLERINI
Nato a Campi Bisenzio il 15 agosto 1911 da Felice ed Antigone Paoli.I Ballerini sono una famiglia numerosa, sei fratelli (Bertino, Vittorio, Alfredo, Lanciotto, Romolo e Renzo) ed una sorella Gilda, la più piccola.Felice Ballerini padre, antifascista convinto, si occupa dell’attività di macellazione e di commercio carni, specialmente di ovini, ben presto diviene il mestiere di tutta la famiglia. L’infanzia di Lanciotto è come quella di tanti suoi coetanei, vita di campagna, lavoro e scuola. Da giovanissimo Lanciotto mostra eccellenti dote fisiche, la sua prestanza fisica lo porta a primeggiare tra i coetanei, ma è un giovane altruista “un forte che aiuta i deboli”, in molte occasioni locali si è distinto per aver preso le difese dei più deboli. Amante dello sport e sprezzante del pericolo, gli piace gareggiare con gli amici ed essendo un giovane di grande resistenza riesce a primeggiare nelle sfide di ciclismo e di nuoto è alto e fortissimo. In paese un giorno successe una disgrazia, un uomo affogo nel Fiume Bisenzio, dopo averlo cercato inutilmente con le squadre dei soccorsi, mandarono chiamare Lanciotto che era un esperto del fiume perché abituato ad andarci a pescare con le mani e conosceva tutti i punti del fiume, abile nuotatore resisteva circa 3 minuti sotto l’acqua, recuperò la salma dello sfortunato e lo consegnò ai familiari.Gli amici e Ferdinando Puzzoli lo convincono ad avvicinarsi allo sport del pugilato (lui era contrario lo considerava uno sport violento) Ferdinando cominciò ad allenarlo nei primi momenti di iniziazione. Lanciotto si segnala quasi da subito come uno dei migliori allievi. Inizia così una ricca parentesi sportiva (a 19 anni vinse il torneo “Primi Pugni”), che lo vede incontrarsi con grandi nomi del pugilato dell’epoca ma, questa bella parentesi sportiva si chiude con la chiamata alle armi nel 1931, dove presta il servizio militare in Emilia.
Dopo aver finito il militare ritorna a casa e dopo pochi anni viene richiamato alle armi, per una guerra vera, quella in Etiopia. La vita di militare in Etiopia per Lanciotto è contrassegnata da atti di eroismo e punizioni, il suo carattere generoso ed altruista è anche poco disponibile a tollerare i comandi e la disciplina militare. Un atto di valore gli valse la proposta di promozione a sergente e vale la pena di raccontarlo: – c’erano tre soldati italiani a lavarsi in un fiume, fra loro un campigiano, un certo Rossi di S. Cresci. Poco più in là Lanciotto, la cui attenzione venne richiamata dalla cantilena di guerra africana; Lanciotto impugnò subito il fucile ed ecco infatti che dal cespuglio balzo fuori un africano armato di scimitarra per aggredire i soldati al fiume. Lanciotto sparò subito, salvando la vita ai compagni fra cui vi era anche un ufficiale. La sua promozione a sergente però non ebbe seguito perché, dopo poco viene punito per aver diviso il pane con compagni di grado inferiore, cosa mal tollerata dalle gerarchie militari del campo.
Quando Lanciotto rientra a Campi dopo la guerra viene accolto dai fascisti come un eroe e gli viene subito offerta la tessera fascista, ma Lanciotto per le sue idee di libertà, di uguaglianza, di democrazia e la sua avversione alle gerarchie, la rifiuta, perdendo così la possibilità di trovare lavoro e sicurezza per sé e per la sua famiglia.I Ballerini sono segnalati come antifascisti e in più c’è quella grande amicizia sospetta con il sovversivo Nandino (Ferdinando Puzzoli).Il 5 aprile 1937 Lanciotto sposa Carolina Cirri, una ragazza di S. Giorgio che gli darà ben presto una figlia, Amapola. Nell’ aprile del 1939 Mussolini decide di occupare l’Albania. Nel maggio 1939 con la definitiva entrata in guerra dell’Italia, Lanciotto è chiamato a combattere in Grecia ed in Iugoslavia, in questo periodo tramite alcune testimonianze, pare che Lanciotto abbia avuto buoni rapporti con i partigiani iugoslavi, pur facendo parte dell’ esercito invasore, la sua scelta di campo è maturata.Una testimonianza, quella del fratello Vittorio che era insieme a Lanciotto in Iugoslavia, il quale parlando con i figli ha raccontato il vissuto della guerra:“Lanciotto, quando era in Iugoslavia, la sera spesso si allontanava di nascosto dal campo della divisione, prendeva una bicicletta e andava ad avvertire i paesi e i villaggi, tra cui un paese chiamato Baron che all’indomani sarebbe passato l’esercito italiano fascista e che avrebbero subito un attacco indiscriminato”. Riuscì a dare la possibilità di sopravvivere a centinaia di donne, bambini ed anziani che trovarono rifugio in altri luoghi. Vittorio gli diceva: – Lanciotto hai famiglia, se ti scoprono ti uccidono. “Non posso vedere uccidere persone innocenti” – rispondeva Lanciotto: – “Pensa ai nostri familiari, se si trovassero loro, nelle stesse situazioni…” .Tanto Lanciotto era conosciuto dai partigiani di Tito della zona, che Vittorio ebbe salva la vita, – racconta che si era allontanato dal reparto per avvicinarsi ad un torrente (gli piaceva tanto pescare) ma da una boscaglia uscirono i partigiani. – Sono morto! Pensò. – …. Ma uno di loro riconobbe la somiglianza con Lanciotto e grido in slavo: – “Fratello, fratello”. Lo riconobbero come fratello di Lanciotto, quello che aveva salvato con le sue informazioni tanti loro familiari. Lanciotto aveva maturato da tempo la sua scelta di campo, quella di rifiutare la guerra e di combattere chi la propaga. Rimpatriato nel giugno 1943 Lanciotto è a Firenze assegnato all’84° reggimento fanteria, viene poi ricoverato, all’Ospedale militare di San Gallo per dolori reumatici che lo rendevano leggermente claudicante.
Da una testimonianza del Patriota Paoli Spartaco incontriamo Lanciotto alla data del 27 luglio mandato a chiamare dai cittadini di San Donnino.
TESTIMONIANZA DI PAOLI SPARTACO(rilasciata all'Anpi)
Il 25 luglio 1943 che giornata è stata?
Qui a Campi il 25 luglio era una domenica, mi ricordo che un bisbiglio mi arrivo e mi dette la stupenda notizia, io non seppi trattenermi ed esultai dalla gioia, mi dissero di essere cauto e di aspettare. Durante tutta la notte un solo pensiero fremeva la mia mente, una gioia e un eccitazione unica, la fine del fascismo…finalmente.La mattina seguente (il 26 luglio) alle 5 ero già sveglio non stavo nella pelle, poi la mattinata del 26 luglio verso le 9,00 una folla spontanea ed esultante festeggio la notizia con l’assalto della casa del fascio, buttammo tutto i mobili e gli stemmi fuori dalla finastra dai balconi giù per strada, carte etc, tutto quello che si trovava, prendemmo a schiaffi alcuni di loro che andarono poi a rifugiarsi in Chiesa dal Don Santoni e solo l’intervento dei capi dell’ organizzazione clandestina evito il peggio, la folla era molto arrabbiata, e non faceva più distinzione tra quelli che erano i violenti e quelli che invece avevano servito il fascismo per vari motivi.Mi ricordo che il giorno dopo il 27 andammo a S. Piero a Ponti ed a S. Donnino ad assaltare le varie case del fascio, a S. Donnino confermo che il maresciallo di San Piero a Ponti ci punto la pistola addosso e Lanciotto che era con noi disse: – Un tunn’hai il cuore di sparare e gliela tolse, e gli disse di andare via a pensare alla sua famiglia, che unn’era il caso di prendere le difese dei fascisti. Il maresciallo si allontano, prendemmo le case del fascio e le devastammo. Purtroppo non fummo molto furbi, non pensavamo che poi sarebbe successo ciò che e successo, dovevamo distruggere tutti i dati anagrafici della popolazione, così avremmo evitato le chiamate alle armi e le minacce di morte.
A riguardo degli eventi del 26 luglio 1943 c’è anche la testimonianza di Enzo Puzzoli, rilasciata all’ANPI locale:
“L’entusiasmo della popolazione locale per la notizia si manifestò con grande euforia. Una trentina di fascisti locali andarono a nascondersi nella Pieve di S. Stefano e chiesero la protezione al pievano don Santoni. La folla era inferocita per le persecuzioni subite, per i lutti a causa del regime e della guerra, sembrava non arrestarsi neppure di fronte al pievano. I patrioti antifascisti si accorsero che la follia aveva preso il sopravvento. Mandarono a chiamare Ferdinando Puzzoli e Marino Cecchi i quali si posero davanti al portone della Pieve. Nandino parlò ai suoi concittadini e disse: – Volete fare come hanno fatto fino ad ora loro, i fascisti? Allora entrate, se volete diventare come loro. Oppure avete una coscienza, un’anima, un ideale per sperare, per cambiare, per migliorare? Se è così tornate a casa.Lanciotto è gia inserito nel movimento clandestino antifascista e alla notizia dell’Armistizio l’8 Settembre tornò definitivamente a casa.In quei giorni frenetici, bisogna organizzarsi, darsi da fare. I Ballerini,i Puzzoli, i Conti, Verniani, Querci, Bacci, Paoli, Roti, Sernissi, Palloni, Papi, Bernardi, Frati, Borracchini , Casini, Calieri, Passerini, Bacarelli, Rastrelli, Pancani, Rossi, Panerai, Rugi e altri antifascisti locali mettono in atto in clandestinità, un cordone di sicurezza intorno alla loro comunità.Lanciotto insieme con altri patrioti locali, entrano in azione in quei primi giorni di ribellione, assaltando un carro armato guidato da “camicie nere” che transitava nell’Osmannoro, presso la località detta “Casa Bianca” (nucleo di case vicino alla motorizzazione). Dopo aver fatto correre a gambe levate i carristi disarmandoli, resero inutilizzabile il carro prelevando tutto ciò che poteva essere utile, i proiettili, le armi e la mitragliatrice che era sopra al carro. Così Lanciotto si procurò la prima mitragliatrice che portò con sé in montagna. La sera del 15 settembre 1943 dalla casa colonica del mezzadro antifascista Serafino Colzi a Tomerello il gruppo partigiano locale, comandato da Lanciotto, risalendo l’alveo del Torrente Marina raggiunge Monte Morello.
A.N.P.I. “Lanciotto Ballerini” Campi Bisenzio
Quindi  come ci racconta Enzo questo gruppo di partigiani guidato da Lanciotto Ballerini e Ferdinando Puzzoli parte il 15 settembre per Monte Morello, forse il primo gruppo di partigiani dell'intera Toscana che in maniera organizzata si sposta sui monti.Nei mesi a seguire l'azione è incentrata sul vettovagliamento e sulla costituzione di una sufficiente dotazione di armi ed equipaggiamento.Numerose volte Lanciotto torna a Campi Bisenzio per prelevare quello che amici e compagni erano riusciti a mettere da parte.Quando passa per le vie del paese i fascisti fingono di non vederlo per non doversi misurare con lui e perché è evidente da che parte sta la popolazione.Gli ultimi giorni del 1943 Lanciotto si sposta con la sua banda da Monte Morello verso i monti del pistoiese, ma sulla Calvana il 3 gennaio 1944 cade da eroe nella battaglia di Valibona.La formazione partigiana (vi si erano aggregati due soldati russi,due soldati jugoslavi e un capitano inglese fuggiti dalla prigionia), era da pochi giorni accantonata in località Case di Valibona quando, da Prato, Vaiano e Calenzano mossero le formazioni della guardia repubblichina, del battaglione Muti, di carabinieri e fascisti dei comuni limitrofi. I partigiani furono attaccati al crepuscolo.
La sorpresa degli uomini di Lanciotto, che non aveva disposto sentinelle, sarebbe stata completa, se uno dei militari russi  non si fosse per caso svegliato all'alba e non fosse uscito dal casolare nel quale riposavano i partigiani. il Russo visti i fascisti a pochi metri dalla base, svegliò Lanciotto.Il comandante, prontamente,dette l'ordine al sardo Ventroni di sparare con il fucile mitragliatore "Breda" salì sul tetto del casolare con un mitragliatore e cominciò a sparare, costringendo i fascisti ad arretrare; poi, vistosi accerchiato, decise il tutto per tutto, per consentire, almeno ad una parte dei suoi uomini, di sganciarsi. Ballerini, mentre gli altri partigiani sparavano con tutte le armi a disposizione, attaccò a colpi di bombe a mano due nidi di mitragliatrici, neutralizzandoli. Al terzo assalto cadde, colpito in fronte.I fascisti catturarono Vladimiro Andrey, tenente dei genieri dell'Armata rossa che aveva un piede ferito,e lo finirono barbaramente. Il partigiano sardo Ventroni, addetto alla mitragliatrice "Breda", fu bruciato vivo con il lanciafiamme.In quello scontro, che è valso a Ballerini la massima ricompensa al valore, i fascisti della Muti e i repubblichini ebbero cinque morti, tra cui il comandante del presidio di Prato, e un alto numero di feriti.A Campi Bisenzio c'è ancora chi ricorda il suo  funerale: quasi tutta la gente del paese scesa in strada, il carro funebre seguito da un centinaio di partigiani inquadrati e armati,calati dalla montagna - nonostante i nazifascisti fossero ancora lontani dall'essere sconfitti  per rendere onore al comandante della prima formazione garibaldina costituitasi in Toscana dopo l'armistizio. Da quel che era rimasto di quella banda partigiana - poco più di una dozzina di uomini che avevano combattuto per quattro mesi, fornendo più prova d'audacia che di organizzazione, così come era nel carattere di Lanciotto, ma che avevano inflitto gravi danni al nemico con improvvisi assalti e colpi di mano - sarebbe nata la brigata "Ballerini", che avrebbe operato sin dopo la liberazione di Firenze.Lanciotto Ballerini e due dei suoi uomini (altri tre rimasero feriti e altri tre ancora risultarono dispersi), caddero la mattina del 3 gennaio del 1944.
Su questo monte
in cruenta battaglia
contro soverchianti forze
nazi=fasciste
caddero accomunati dai grandi
ideali di libertà di pace
di indipendenza dei popoli
i partigiani
LANCIOTTO BALLERINI Medaglia D'oro al V.M.
VENTRONE TOMMASO
WLADIMIRO Tenente Sovietico
3 gennaio 1944
4 giugno 1967
XX della Costituzione





24/apr/2012

Pino Roveredo "Mandami a dire"


Dico, ma quanto potrò resistere alla tortura della nostra distanza?A volte mi sembra di non farcela più, e cosi’ mi lascio andare alla proprietà degli umori, quelli che mi soffiano le condizioni più disperate.A volte mi consigliano la gelosia, e allora sto male e tremo al pensiero che tu … tu chiusa in un abbraccio che non è il mio, allora mi assale la voglia innaturale di distruggere il ladro del mio posto.A volte, invece, ricevo ipotesi sconfortanti che vogliono dettarmi la tua scomparsa: dura poco, però, perchè poi mi ricordo che un giorno noi abbiamo comprato il mondo e le nostre vite. Perciò decideremo noi quando andare, vero, mia dolce adorata?Cara, cara come il segreto più intimo che non si può confidare, adesso chiudo perchè comincio a sentirmi stanco, anche oggi ho camminato inutilmente tutto il giorno in cerca di te.Continuo a cercarti anche col telefono, però da anni non risponde nessuno.Ma non mi arrendo, tu sai che ho la testa dura dell’amore, così da un mese ogni giorno faccio un numero diverso e, siccome la coincidenza esiste, prima o poi ti troverò.Io dalla mia ho una speranza che vince mille a zero sulla pazienza, così so e ho sempre saputo che un giorno… un giorno arrivera’ il tramonto e si siederà sopra il sole, ma in quel momento il sole si rifiuterà di scendere giù, giù in fondo al mare, allora succederà che ci sarà luce tutto il giorno, sarà la volta che i curiosi non si sveglieranno dal riposo e tu … tu non sarai astratta come il sogno.Sarà un giorno senza numero, senza mese e senza anno, e io e te avremo conquistato l’eternità. Ci credi?Se si mandami a dire…

25 APRILE TUTTI I GIORNI!!!

Potrei pescare tra i numerosi post sulla resistenza che negli ultimi anni ho pubblicato in questo blog,e  estrarne uno a caso,per esempio uno di quelli scritti in occasione di un 25 aprile ma anche uno di qualsiasi altra ricorrenza,e sono certo che sarebbe attuale,perché in ognuno son sicuro di aver scritto che io antifascista lo sono da sempre e lo sarò per sempre facendone un principio della mia esistenza,una certezza incrollabile.La cosa che mi rattrista però è vedere che la maggior parte della gente ricorda questa data solo nel giorno stesso,magari solo perchè è festa,(non si và a lavoro a scuola ecc)è una ricorrenza che è rimasta solo un'occasione per le espressioni retoriche delle istituzioni prive di senso e di spessore,un giorno utile a noi per contarsi o per farsi coraggio,e utile a loro per esporre il meglio o il peggio che hanno da mostrare.Invece l'unica cosa sensata di questa giornata dovrebbe avere l'esigenza di trasformare ogni giorno a venire in un 25 aprile,ma mi spiace ammettere che anche questa potrebbe essere solo retorica, dal momento che oggi tutti ci sentiamo partigiani e domani avremo un altro modello da seguire, un altro abito da indossare.Purtroppo è così,e allora cerchiamo di  ricordiamo il 25 aprile per il vero senso di questa data ricordiamo il sacrificio importante di tanti giovanissimi:perché il desiderio di vivere liberi e in un paese più giusto ha portato a morire ragazzi che hanno messo a disposizione del nostro presente le loro vite,le loro passioni e speranze.
E’ sempre più importante tenere alto il ricordo,preservare la memoria,perché la storia ci insegna che niente è dato per scontato.Sopratutto oggi  dopo anni di governo di centro-destra che ha cercato proprio di cancellare la resistenza e la storia di questo paese,quindi come spesso è capitato nella storia del dopoguerra,siamo chiamati a fare la nostra parte:perché nel rispetto delle radici della nostra Repubblica è per questo è necessario dire di no alla parata fascista a Cagliari di domani..Dire di no a chi propone di equiparare tutti i combattenti mettendo sullo stesso piano i repubblichini di Salò con quei partigiani e soldati che si unirono invece per liberare l’Italia.Dire di no ai tentativi continui di revisionismo che approfittano del tempo,della scomparsa inevitabile dei testimoni dei fatti,e piano piano tagliano i contributi alla ricerca storica.E dire no a coloro che in questi anni hanno governato dimenticando i principi della costituzione,uno su tutti  il lavoro: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” recitano le prime righe della nostra Costituzione.Mantenere vitale la nostra Carta significa fare in modo che le migliori teste del nostro paese abbiano gli strumenti per rimettere in moto l’economia secondo meccanismi di giustizia e fornire a tutti, in primis i giovani, il diritto al lavoro.
Ecco allora che della Resistenza e dell’esempio di chi l’ha sostenuta, abbiamo quotidiana necessità: la festa della Liberazione porta il nome di tutti i ragazzi che lottarono consapevoli di agire per chi sarebbe venuto dopo.Per questo oggi abbiamo ogni giorno il compito di assaporare la libertà e di preservarla,di pretenderla, di curarla.Abbiamo il dovere di alzare la testa di fronte alle ingiustizie che accadono rispetto al nostro prossimo e riconoscere nel rischio di un razzismo dilagante il germe della violenza nazifascista che vorremmo fosse per sempre estirpato. Mai più prigionie e deportazioni, mai più massacri,mai più guerre: nel rispetto della storia di questa terra,nel rispetto degli uomini e delle donne che la tragedia hanno conosciuto sulla propria pelle, dentro ai propri cuori.Mi piace ricordare in questa giornata le parole di Piero Calamandrei, membro della Costituente, che in un suo noto discorso rivolto ai giovani disse : “Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dov’è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione.” Ed è con queste parole che dev’essere giorno di festa per tutti e per tutte: pensare al passato per tenere vivo il presente e poter dire con forza e sinceramente viva l’Italia, viva la libertà! Buon 25 Aprile a tutti!!
25 APRILE "RITA PANI"
La festa del 25 Aprile la sospenderei in attesa di tornare a meritarcela. Son curiosa di sentire che si dirà dai palchi allestiti ormai in sempre meno città, espletate le formalità della posa di corone d’alloro con sindaci fasciati, seguiti da un minuscolo drappello di nostalgici sognatori.Diranno forse che la storia ci ha insegnato? Che il sangue dei giovani eroi ci ha donato la libertà? Che ci verranno a raccontare, mentre qualcuno oserà sfidare il regime, cantando “Bella Ciao” con tutta la rabbia che ha in corpo?Non so nemmeno se voglio stare ad ascoltare, non so più se vale la pena piangere lacrime di coccodrillo, mordendo un giorno solo con voracità, per rigettarlo il giorno dopo ancora rincretiniti e intontiti dal presente che non merita il passato.Perché siamo capaci anche di commemorare i morti della Resistenza, la Liberazione dell’Italia dal regime fascista e poi cedere alla tentazione di sputare sulla democrazia, lasciando che nuovi Messia, e baldi condottieri ci guidino verso la terra promessa, libera dalla “Casta” e dai “Parassiti politici”. Peggio, c’è persino chi è capace di chiamarsi Partigiano, perché divulga via Internet la proposta di “Rivoluzione via Web.
”I Partigiani han fatto la guerra, e sono morti per noi. Non c’è altra storia da raccontare. Forse solo quella della vergogna da provare guardandoci intorno, comprendendo che le macerie che abbiamo lasciato accumulare in questi anni, sono più terrificanti di quelle lasciate da una guerra vera, che dava senso anche alla morte, mentre oggi si muore ugualmente di una morte che nessuno ha voglia di piangere.Si muore per fame. Così come muore ogni donna o ogni uomo che si uccide perché non vede il futuro, perché non sa più sperare di poter mangiare domani. La fame che sappiamo di non poter saziare, ossia quella di poter tornare ad essere in vita.Non abbiamo saputo conservare il patrimonio che ci hanno lasciato, abbiamo sperperato la democrazia, fino al punto di avere, domani, il rischio che i fascisti invadano le piazze di qualche città, per le loro contro manifestazioni, per le loro commemorazioni. E ci son luoghi dove fino all’ultimo momento si avrà il timore che questo abominio si possa compiere, con l’avvallo di quelle istituzioni che avrebbero dovuto vigilare, perché questi esseri infami non potessero più nemmeno esistere o respirare.Buon 25 Aprile a tutti, pare che domani arrivi l’estate a distrarci dall’inverno al quale ormai rischiamo di abituarci, freddi e glaciali come siamo diventati.


16/apr/2012

Mahmoudan Hawad, AL FIGLIO DEL NOMADE

Calza i tuoi sandali
e cammina sulla sabbia
che nessuno schiavo ha mai calpestato.
Sveglia la tua anima
e bevi alle sorgenti
che nessuna farfalla ha mai sfiorato.
Dispiega i tuoi pensieri
verso le vie lattee
che nessun folle ha osato sognare.
Respira il profumo dei fiori
che nessuna ape ha mai corteggiato.
Allontanati dalle scuole e dai dogmi:
i misteri del silenzio
che il vento rileva alle tue orecchie
ti bastano.
Allontanati dai mercati e dalla gente
ed immagina la fiera delle stelle
dove Orione allunga la sua spada,
dove sorridono le Pleiadi
intorno alla fiamme della Luna,
dove neppure un fenicio ha lasciato le sue tracce.
Pianta la tua tenda negli orizzonti
dove nessuno struzzo ha pensato di celare le sue uova.
Se tu vuoi risvegliarti libero
come un falco che plana nei cieli,
l’esistenza ed il nulla sospesi
alle sue ali,
la vita, la morte.  

Ascanio Celestini "Scemo di Guerra"

A volte per conoscere la storia d'Italia non è necessario leggere i libri di storia,e questo romanzo(favola?) è la dimostrazione,bastano le parole di un ragazzino di otto anni che il giorno della Liberazione lo vede dal punto di vista di una cipolla che quasi l'ammazza e di una carovana di persone che sembra presa pari pari da un brano di Collodi,o un film di Monicelli.E ci si può stare incollati per ore,immersi  nella lettura di questa favola,che non importa nemmeno più se è vero o non è vero,.Inoltre se ad  aver scritto questo è Ascanio Celestini una delle voci più note del teatro di narrazione in Italia,un grande capace di mettere in scena i mali dell’epoca con una ironia e semplicità disarmante si può andare sul sicuro ...“Scemo di Guerra”,è il racconto del secondo conflitto mondiale vissuto da un ragazzino di borgata,Nino, padre dello stesso Celestini, che il 4 giugno del 1944 attraversa Roma a piedi da nord a sud per tornarsene a casa insieme a “suo” padre, il Sor Giulio, nonno di Ascanio.
Camminando contro mano rispetto alla Storia, i due attraversano la città in cerca di potenziali soci che possano comprare un maiale “che un parente di Frascati della Sora Irma ha rubato ai tedeschi e se lo vuole vendere, vivo, prima che vengano gli americani, ché ad ammazzarlo farebbe troppo rumore e potrebbe far insospettire i tedeschi”. Nel tragitto padre e figlio trovano diversi soci, tra cui un ragazzino invecchiato, un barbiere resuscitato, un ragazzino paraculo e uno scemo di guerra. Nel racconto del piccolo Nino i fatti realmente accaduti si mescolano con la fantasia. Ed ecco che l’inaspettato bombardamento del quartiere San Lorenzo è accompagnato dalla leggenda del barbiere dalle mani belle e il rastrellamento del Quadraro si trasforma nella favola delle mosche parlanti.Ascanio,con grande maestria,riporta i fatti con un linguaggio dialettale romanesco diretto e ricco di ripetizioni armoniose tra loro.Celestini come è nel suo modo riesce a raccontare una storia ricca di spunti di riflessione apparentemente semplici e poveri:vivere la guerra la deportazione,la liberazione.Tutto questo raccontato con la semplicità l’ironia,il genio tipico di Ascanio..Nel mio caso, ad esempio, mi sono sentito parte del libro. Una di quelle persone in mezzo alla folla che ascoltano Nino mentre racconta allo scemo di guerra che i tedeschi stanno scappando e che gli alleati sono ormai alle porte di Roma...
CITAZIONE
«Il 4 giugno 1944 mio padre c’aveva otto anni. Mio padre diceva che rischiò di morire per una cipolla. Per quella cipolla uno scemo di guerra gli sparò addosso. Mio padre diceva che lo mancò per un pelo, ma perse la cipolla. Diceva che i tedeschi scappavano da Roma e gli alleati stavano arrivando. Tutti ’sti soldati attraversavano la città da sud verso nord, e invece lui per tornarsene a casa andava nella direzione opposta. Mio padre diceva che camminò contromano rispetto alla Storia».
PRESENTAZIONE
Roma, 4 Giugno 1944: “Mio padre raccontava una storia di guerra. Una storia di quando lui era ragazzino. L’ho sentita raccontare per trent’anni. È la storia del 4 giugno del 1944, il giorno della Liberazione di Roma. Per tanto tempo questa è stata per me l’unica storia concreta sulla guerra. Era concreta perché conoscevo le strade di cui parlava. Conoscevo il cinema Iris dove aveva lavorato con mio nonno e poi era concreta perché dopo tante volte che la ascoltavo avevo incominciato a immaginarmi pure i particolari più piccoli del suo racconto. Così quando ho incominciato a fare ricerca ho deciso di registrarlo e provare a lavorare sulle sue storie. Da queste storie nasce Scemo di guerra. Nello spettacolo si ritrovano alcuni avvenimenti molto conosciuti come il bombardamento di San Lorenzo o il rastrellamento del Quadraro. Alcuni fatti sono veramente accaduti a lui come quando ha rischiato di farsi ammazzare mentre raccoglieva una cipolla. Altri li ho ascoltati da altre persone come la storia del soldato seppellito vivo all’Appio Claudio. Certe cose me le sono inventate io o le ho prese da altri racconti di altre guerre che mi è capitato di ascoltare. Adesso credo che questa sua storia per me sia diventata il modo per mantenere un duplice legame sentimentale: quello politico con la mia città e quello umano con mio padre.”(Ascanio Celestini)