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23 ott 2011

Poema al "Che"(Manuel Vázquez Montalbán)


Un popolo può liberare se stesso
dalle sue gabbie di animali elettrodomestici
ma all’avanguardia d’America
dobbiamo fare dei sacrifici
verso il cammino lento della piena libertà.
E se il rivoluzionario
non trova altro riposo che la morte,
che rinunci al riposo e sopravviva;
niente o nessuno lo trattenga,
anche per il momento di un bacio
o per qualche calore di pelle o prebenda.
I problemi di coscienza interessano tanto
quanto la piena perfezione di un risultato
lottiamo contro la miseria
ma allo stesso tempo contro la sopraffazione.
Lasciate che lo dica
ma il rivoluzionario quando è vero
è guidato da un grande
sentimento d’amore,
ha dei figli che non riescono a chiamarlo,
mogli che fan parte di quel sacrificio,
suoi amici sono compañeros de la revolucion.
Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo;
non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo.
Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo;
sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar
la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.
Sono un rivoluzionario cubano.
Sono un rivoluzionario d’America.
Signor Colonnello, sono Ernesto, il "Che" Guevara.
Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo.
Francesco Guccini  Canzone per Che Il testo della canzone è la traduzione del Poema al "Che" di Manuel Vàzquez Montalbàn, musicato da Juan Carlos "Flaco" Biondini. Il poema di Montalbàn è basato sugli scritti dello stesso Che Guevara.

26 lug 2011

Carlos Puebla "Per noi è sempre 26"


Ci ha mostrato la Moncada
la strada da percorrere
e per questo esempio alta
per noi è sempre 26
È sempre 26
È sempre 26
per noi è sempre 26
Il paese è il canto e l'amore
il paese è lotta e dovere
e in quella di patriottismo
per noi è sempre 26.
Solo il lavoro creativo
è il modo per crescere,
e la questione del lavoro
per noi è sempre 26.
L'ideologia è il motore
per andare avanti e superare,
e per quanto riguarda l'ideologia
per noi è sempre 26.
La consapevolezza e il valore
Hanno trionfato negli ultimi
e da quel momento
per noi è sempre 26

AVEVO RACCONTANTO CON UN POST UN ANNO FA:
 (26 LUGLIO 1953 LA HISTORIA ME ABSOLVERA)

1 apr 2011

1° aprile 1965 Angelo Branduardi...lettera di Ernesto Guevara

1° Aprile 1965", questo è il titolo di una canzone che appare nell'album "Pane e rose" del 1988 di Branduardi . Il testo è tratto dall'ultima lettera di Ernesto Che Guevara ai genitori(fu scritta pochi giorni prima di essere ucciso)Qui sotto la traduzione della lettera di Che Guevara,con il testo originale in spagnolo,e dalla quale Angelo ha tratto la sua canzone.

(Testo Branduardi)
Padre da molto tempo non scrivevo più..
oggi è qui e domani là.
Già dieci anni fa io vi scrivevo addio...
per una volta ancora riprendo il mio cammino.
Padre da molto tempo non scrivevo più...
gli anni sono passati
ma io non sono cambiato.
Forse qualcuno potrà chiamarmi avventuriero,
fino alla fine andrò dietro le mie verità.
Padre da molto tempo non scrivevo più...
la morte non l'ho mai cercata,
ma questa volta forse verrà.
Vorrei farvi capire che io vi ho molto amato...
per voi non sarà facile,ma oggi credetemi.
Padre da molto tempo non scrivevo più...
mi sento un poco stanco
mi sosterrà la mia volontà
Abbraccio tutti voi,un bacio a tutti voi
e ricordatevi di me ed io ci riuscirò.

Cari vecchi,una volta ancora sento i miei talloni contro il costato di Ronzinante: mi rimetto in cammino con il mio scudo al braccio.Sono passati quasi dieci anni da quando vi scrissi un’altra lettera di commiato. A quanto ricordo,mi lamentavo di non essere un miglior soldato e un miglior medico.Nulla è cambiato essenzialmente,salvo il fatto che sono molto più cosciente, il mio marxismo si è radicato e depurato. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per liberarsi, e sono coerente con quello che credo.Molti mi diranno avventuriero, e lo sono; soltanto che lo sono di un tipo differente: di quelli che rischiano la pellaccia per dimostrare la loro verità.Può darsi che questa sia l’ultima volta, la definitiva. Non cerco la morte ma rientra nel calcolo logico delle probabilità. Se così fosse, eccovi un ultim abbraccio.Vi ho molto amato, ma non ho saputo esprimere il mio affetto; sono, nelle mie azioni, estremamente drastico e credo che a volte non abbiate capito. Non era facile capirmi, d’altra parte: credetemi almeno oggi.Ora,una volontà che ho educato con amore di artista, sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi. Riuscirò.Ricordatevi,ogni tanto, di questo piccolo condottiero del secolo XX. Un bacio a Celia, aRoberto, a Juan Martin e a Pototin, a Beatriz, a tutti. A voi un grande abbraccio di
figliol prodigo e ostinato.Ernesto

Pezzo originale:
Queridos viejos:Otra vez siento bajo mis talones el costillar de Rocinante, vuelvo al camino con mi adarga al brazo.Hace de esto casi diez años, les escribí otra carta de despedida. Según recuerdo, me lamentaba de no ser mejor soldado y mejor médico; lo segundo ya no me interesa, soldado no soy tan malo.Nada ha cambiado en esencia, salvo que soy mucho más consiente, mi marxismo está enraizado y depurado. Creo en la lucha armada como única solución para los pueblos que luchan por liberarse y soy consecuente con mis creencias.Muchos me dirán aventurero,y lo soy,sólo que de un tipo diferente y de los que ponen el pellejo para demostrar sus verdades.Puede ser que ésta sea la definitiva. No lo busco pero está dentro del cálculo lógico de probabilidades. Si es así, va un último abrazo. Los he querido mucho, sólo que no he sabido expresar mi cariño, soy extremadamente rígido en mis acciones y creo que a veces no me entendieron. No era fácil entenderme, por otra parte, créanme,solamente, hoy. Ahora, una voluntad que he pulido con delectación de artista, sostendrá una piernas fláccidas y unos pulmones cansados. Lo haré.Acuérdense de vez en cuando de este pequeño condotieri del siglo XX. Un beso a Celia, a Roberto, Juan Martín y Patotín, a Beatriz, a todos. Un gran abrazo de hijo pródigo y recalcitrante para ustedes.
Ernesto

27 mar 2011

Gino Donè Paro "dalla Resistenza alla Rivoluzione"

Dalla Resistenza alla Rivoluzione,chi è riuscito in questa impresa?Un Eroe,l'eroe dei due mondi,non parlo di Garibaldi!!!!Si chiamava Gino Donè,di lui e della sua vita ho appreso leggendo la storia della Rivoluzione Cubana e lo ricordo particolarmente il giorno che ho visitato (nel 2001)il museo della rivoluzione dove resta traccia indelebile di questo valoroso Italiano!!!! Potrei iniziare la sua storia dall'episodio datato 25 novembre 1956 giorno in cui un gruppo di 82 uomini partirono dal porto di Tuxpan in Mexico,con una piccola imbarcazione che chiarono  Granma,diretti a Cuba.Gino Doné “el italiano”, come lo chiamava Fidel è l’unico Europeo,l’unico Italiano e l’unico a bordo.
Gino era nato il 18 maggio 1924 a Monastier (Treviso) e al momento dell’imbarco aveva 32 anni.Gli altri componenti dell’equipaggio, ardimentosi che pensavano di poter combattere con pochi mezzi la dittatura di Batista, erano 78 cubani,raccolti da Fidel Castro nelle file del Movimento del 26 luglio,un argentino,Ernesto Guevara chiamato il CHE, un messicano (Alfonso), un domenicano (Ramon).Sul Granma Gino entrò con il grado Tenente del terzo plotone,che era comandato da Raul Castro.Non era la prima volta che Gino indossava una divisa e partecipava ad una lotta per la liberazione come dicevo prima durante la seconda guerra mondiale  partecipò alla resistenza!!!L’ 8 settembre 1943 Gino Donè era nell’esercito,si trovava a Pola e con lo sbandamento dell’esercito ritornò a casa e divenendo  così  partigiano con la Missione Nelson e con il Comandante Guido,un ingegnere milanese italo-americano operante nell’area della laguna veneziana.Alla fine della guerra ricevette un encomio dal Generale Alexander e poi emigrò a Cuba passando dal Canada.Spirito inquieto e curioso di imparare (amava ricordare di aver fatto le scuole per corrispondenza), si era fatto una buona conoscenza della storia e del mondo e conosceva già l’opera politica e poetica di José Marti.Nel 1950 s’imbarca clandestino e sbarca a Manzanillo, proprio nella provincia del Granma dove sbarcherà la spedizione.

Nel 1951 lavora all’ Avana come carpentiere nella grande Plaza Civica : l’attuale Plaza de la Revoluciòn. “La sera”, racconta Gino, “mi sedevo sui scalini dell’Università, e ascoltavo quello che dicevano i giovani studenti che si radunavano in piccoli gruppi.I loro discorsi mi interessavano sempre di più, perchè mi rendevo conto che si stavano organizzando contro Batista.” La svolta decisiva avviene a Trinidad con l’incontro con Norma Turino Guerra,giovane rivoluzionaria di ricca famiglia cubana,abitante nella città di Trinidad, amica di Aleida March, futura seconda moglie del Che.Successivamente Gino entra nel “Movimento 26 Luglio”(leggi link), chiamato con la sigla “M-26-7”, dalla data dell’assalto dei ribelli (il 26 Luglio 1953) alle caserme di Bayamo e Santiago di Cuba. Nel 1954 Gino sposò l’amatissima Norma Albertina Turino Guerra e aggiunse il cognome materno,Paro,al suo cognome. All’interno dell’organizzazione del Movimento “M-26-7”, Gino fu incaricato a portare denaro in Messico su richiesta di Fidel Castro.Il denaro serviva per comperare il battello Granma.Gino incontrò così Ernesto Che Guevara,a cui si legò in modo particolare durante la traversata e aiutò in occasione dei suoi attacchi d’asma. E’ stato Gino con i suoi uomini a ritrovare nel fitto delle mangrovia, al momento dello sbarco, il Che, colpito da un attacco d’asma. In quella spedizione persero la vita la metà degli uomini, da una parte perchè attaccati dalle forze Batistiane, e dall’altra perchè si trovarono in un terreno paludoso, in cui non avevano previsto di sbarcare. Dopo lo sfortunato sbarco, che avvenne il 2 dicembre 1956 a Nikero, vicino a Manzanilla, ai piedi della Sierra Maestra, e dopo la decimazione subita ad Alegria de Pio dai soldati batistiani, Gino tornò clandestinamente a Santa Clara, dove nel Natale 1956 partecipò ad azioni di sabotaggio contro postazioni militari, assieme all’amica Aleida March.
Dopo il Desembarco del Granma, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, chi in una forma e chi in un’altra. Io che ero straniero ero il più indicato per starmene lontano e fare ciò che nella Sierra non avrei potuto fare. C’era necessità di collegamenti, di notizie, d’informazioni, di soldi, di armi, e di molte altre cose. Chi con le armi e chi senza armi ha fatto quello che doveva fare. E anch’io”..
.Nel gennaio 1957 riceve l’ordine di andare in clandestinità all’estero salpando con una barca da Trinidad. La destinazione è New York. Non rivedrà più l’amata moglie Norma,dalla quale divorzia per ragioni di sicurezza. Negli Usa sposa la portoricana Tony Antonia,conosciuta proprio attraverso Norma,con la quale successivamente si trasferisce in Florida.Da lì,come abbiamo detto,continua a collaborare segretamente con le autorità cubane.Senza figli e due volte vedovo,dal 2003 Gino  si trasferì con la nipote Silvana a Noventa di Piave, vicino a San Donà,in provincia di Venezia....Nonostante questo si è racato diverse volte a Cuba dove ha potuto riabbracciare Fidel Castro,con cui è sempre rimasto in contatto.E nel 2006 ha partecipato alle celebrazioni del 50esimo del ‘Desembarco del Gramma a Cuba!!
Gino  muore la sera del 22 marzo 2008, nella casa di cura per anziani dell'Ospedale di San Donà del Piave, due mesi prima del suo 84° compleanno. Pare che alla sera, prima di addormentarsi per sempre, abbia chiesto al personale della casa di cura,un sigaro e un “goto de ron” e abbia ricordato ancora una volta l'amico Fidel. Il suo funerale non è stato triste, anzi è stata una sorta di festa di addio a Gino (che ha raggiunto il Che e i suoi amici granmisti) con canti partigiani e cubani, brindisi con rum cubano la distribuzione delle sue inseparabili sigarette Camel senza filtro; gli ultimi pacchetti trovati nella sua abitazione erano a disposizione di chi aveva il piacere di portarsi via un suo ricordo. E’ stato cremato nel cimitero di Spinea Veneziana

Il racconto di Gino Donè, l’«eroe» italiano della Rivoluzione cubana: dal Veneto alla spedizione del «Granma»(Corriere della Sera del 19/08/2001)
FORT LAUDERDALE (Florida) - Raccoglie nella sabbia il dente di un pescecane. Sotto il cappello da cowboy, lo sguardo azzurro di un vecchio signore. Alza gli occhi verso le nuvole che minacciano la pioggia tiepida dell’estate tropicale. Un incontro come tanti nella Florida dei pensionati. Passi pigri lungo il mare, eppure questa faccia hemingwayana ha un’aria diversa dagli altri signori. A suo modo è la faccia di un fantasma. Si chiama Gino Donè. Il suo nome appare nelle lapidi eppure nessuno ha mai spiegato dove fosse sparito e perché. Nessuna traccia per 45 anni. Quarantacinque anni fa, 5 dicembre ’56, ai piedi della Sierra Maestra di Cuba, in un posto dal nome sbagliato - Alegría de Pío - lo sfaccendato che adesso raccoglie i denti di squalo ha visto per l’ultima volta un amico col quale aveva attraversato notti di chiacchiere a Città del Messico: Ernesto Guevara. Guevara stava curando i piedi martoriati di chi aveva marciato nella melma e sulle pietraie. Gli aveva sorriso come per dire: «Fin qui ce l’abbiamo fatta». Il vecchio signore aveva allora 32 anni.

Disse al Che: «I miei uomini non riescono più a camminare. Chiodi degli scarponi che graffiano i piedi. Puoi fare qualcosa?». «Finisco qui e li mando a chiamare», risponde Guevara con fasce e alcool in mano. Il signore torna al posto di combattimento, cento metri in là. Guida il plotone di retroguardia col grado di tenente della rivoluzione agli ordini di Raul Castro.Deve coprire le spalle agli 82 uomini sbarcati dal Granma. Esercito e aerei del dittatore Batista li stanno seguendo.Appena siede nell’ombra pallida della canna da zucchero «arrivano centinaia di militari e un diluvio di pallottole. Cerchiamo di nasconderci fra le canne, ma piccoli aerei volano basso. Guidano la caccia a chi ci insegue. Mitragliano». Quelle parole veloci e senza emozione saranno le ultime parole che si scambieranno Gino Donè e Che Guevara. Ferito al collo, il Che viene trascinato da un’altra parte. Non si vedranno più. «Ernesto», sospira oggi Donè. «Io lo chiamo ancora così. Che , non mi piace». Per mesi il tenente della retroguardia cercherà di raggiungerlo nelle montagne dell’Escambray. Arresti e imboscate lo costringono a scappare. Ritrova la clandestinità su una nave diretta a New York. «Ho visto molto più di quanto possa raccontare. Mi resta poco tempo». Per quasi mezzo secolo di Gino Donè è rimasto solo un nome nei libri che ricordano l’impresa del Granma, piccola barca con la quale Castro e gli altri sono sbarcati per cominciare la rivoluzione.

La faccia pulita del giovanotto spunta nell’albo degli «Eroi» accanto al profilo irsuto di un Fidel, occhi ancora da studente, e di un Guevara grassoccio, diverso dalla figura romantica che ormai sventola a ogni corteo. Di Donè non si sapeva altro. Un nome e un volto che il tempo doveva aver cambiato. Nessuno immaginava come. «Desaparecido», scrive il libretto trovato su una bancarella nelle strade attorno alla cattedrale dell’Avana. Ma perché è andato via? Ho incontrato Donè con tante domande. «Tutto è cominciato a Cuba. Molto, molto tempo prima che il Granma prendesse il mare». Gino Donè ha 77 anni. Viene da Passarella, San Donà di Piave. Dal 1960 abita negli Stati Uniti: cittadino americano. Negli archivi dell’Avana il suo nome figura fra i protagonisti dell’impresa del Granma. A bordo c’erano 79 rivoluzionari cubani più tre stranieri scelti da Castro perché «speciali». Il medico giramondo Ernesto Guevara, argentino: aveva conquistato Fidel nelle notti dell’esilio di Città del Messico. Stava cercando un ideale al quale affidare la vita. Il secondo straniero è un dominicano, Ramon Mejias, detto Pichirillo . Il terzo è lui, Gino Donè, arrivato a Cuba da clandestino, fuggendo da un dopoguerra italiano senza lavoro per un milione di reduci. Veniva dalla Resistenza attorno al Piave.Scivolava fra i tedeschi appostati sugli argini che abbracciavano le paludi attorno alle spiagge di Caorle e Jesolo, trascinando piloti inglesi e australiani nascosti da contadini senza paura. Arriva all’Avana nel ’52. Fa tanti mestieri: decoratore, ferraiolo che prepara i calcestruzzi del monumento di Martì al centro di quella che oggi si chiama piazza della Rivoluzione. Manovra i bulldozer che piantano i ponti della nuova strada per Trinidad. E alla sera questo italiano biondo passeggia nei giardini della città coloniale. Conosce una bella ragazza, Norma Turigno: si sposano. Entra nella famiglia di un ricco commerciante di tabacco. Aleida Guevara, vedova del Che , tre mesi fa continuava a chiedermi: «Chissà come ha fatto Gino a entrare in contatto con Fidel». La risposta viene dai viaggiatori che vanno e vengono dalla casa di Trinidad. Appartengono al partito Ortodosso, di matrice liberale, che appoggia la resistenza segreta degli esuli confinati a Città del Messico attorno ai fratelli Castro, graziati da Batista dopo quasi due anni di prigione per via di quell’attacco fallito alla caserma Moncada.
 Da fuori preparano la rivincita mentre a Cuba una rete segreta irrobustisce l’impresa. Servono soldi. Bisogna portarli in Messico con mani sicure. Ed ecco che, nella casa della moglie, il medico Faustino Perez chiede a Gino di andare da Castro. «Peccato essere una donna», è l’invidia di Norma, «andrei subito a combattere con lui». Perez le dà un bacio. Anche il medico si prepara a navigare sul Granma e a diventare ministro di Fidel. Stanno per cominciare «anni di gloria». Solo Donè sceglierà l’ombra. Gino era finito in una famiglia che odiava la dittatura. Chiusa la sua guerra italiana, ricomincia nei Caraibi. Fa la spola tra l’Avana e Città del Messico. Due viaggi con passaporto italiano e nessun sospetto. Gli imbottiscono la giacca di dollari. Li consegna a Castro mentre Juanita, sorella del leader di una rivoluzione in quel momento virtuale, prepara il caffè. Oggi Juanita vive a Miami e non perde occasione per insultare il fratello. Perez informa Castro sulla storia di Gino. Fidel gli fa domande. Ascolta le lunghe risposte in un silenzio insolito per il suo carattere. Donè lo osserva. Più imponente di come immaginava. Vestito «da sembrare un avvocato in tribunale. Trasmetteva sicurezza». Castro ha in mente di arruolarlo nell’impresa. Servono uomini esperti perché i cubani che stanno per partire non hanno mai sperimentato vere battaglie. Vuole che Gino sia della partita, ma non lo dice subito. Cerca di capire chi è. L’ha invitata a cena? «Purtroppo no: una sfortuna. Ernesto raccontava che Fidel era un cuoco fantastico. Faceva spaghetti con pesce e frutti di mare». Cucinava anche il Che... «Può darsi, ma erano giorni di malinconia. Amore finito con la moglie, e Hildita, la figlia appena nata, anche lei lontana. Non aveva voglia di niente. Continuava a chiedermi della guerra in Italia, dei nazi, di Mussolini e mi interrompeva con la domanda che l’ossessionava: "Pensi che riusciremo a mandar via Batista?". Impossibile, rispondevo. Ho combattuto con gli americani e so quanti soldi, quante munizioni e di quale risorse dispongono. Non ce la faremo mai se vogliono appoggiare la dittatura, eppure bisogna tentare. Del resto non ho scelta. Se non provo non posso tornare a casa: Norma mi butterebbe fuori. E poi c’è Fidel. Lui inventa tante cose». Le piaceva il Che ?


 «Avevamo le stesse idee. Non importa se lui era ateo e marxista mentre io ero cresciuto attorno ai preti veneti, anche se ormai la mia fede era debole. Ci legava la ribellione all’ingiustizia e l’essere sempre dalla parte di chi non sapeva difendersi. Però Ernesto esagerava. Qualche volta, arrivai a prenderlo per la camicia. Eravamo andati a cena in un posto economico, da pochi pesos: una fonda , come si diceva. Perché la paga era niente. Anche Castro tirava la cinghia. O si mangiava o si fumava. Una sera contiamo i soldi: 12 pesos per uno. Appena da sfamarci. Ernesto, il Pichi dominicano e io entriamo in questa taverna che di bello aveva solo una cameriera indiana guahal. Ne eravamo innamorati. Ernesto resta dietro. E poi arriva assieme a una vecchia e due bambini. Compra da mangiare al banco. La donna se ne va con scodelle piene. Finalmente si siede al tavolo: "Stasera non ho appetito", annuncia con allegria. Aveva speso fino all’ultimo soldo per i mendicanti. Mi è andato il sangue alla testa: la città è piena di straccioni, gli dico. Non possiamo sfamarli tutti e sei troppo importante per noi. Impossibile cominciare la rivoluzione se non riesci a stare in piedi. Pichi fa da paciere: "Dividiamo quello che c’è". Ernesto confessa con un’innocenza che disarma: "Quando vedo la fame negli occhi degli altri, la vedo, capisci, devo subito fare qualcosa. Anche vuotare le tasche degli ultimi spiccioli"». Portano Donè a sparare nel poligono dove si addestrano sotto la guida di un vecchio ufficiale, grosso, un po’ lento: colonnello Alberto Bayo, madre cubana, padre spagnolo. «Aveva perso un occhio contro Franco e pensare - raccontava - che Franco era stato il suo comandante quando andava a caccia di ribelli nel Rif marocchino. Insegnava tecnica della guerriglia nella scuola militare di Salamanca. Bravissimo nelle teorie, non proprio aggiornato sulle furbizie che la seconda guerra mondiale ci aveva insegnato. Erano questi i miei pensieri mentre ascoltavo le sue lezioni sui prati della tenuta di Santa Rosa, una montagnola non lontano dalla città. Andavamo là a sparare. Fucili col binocolo. Bayo dava il voto contando i fori». Castro sparava? «Era bravo. Ma non gli piacevano i bersagli immobili. Preferiva tirare ai tacchini». Poi Donè viene rimandato a Cuba. Riappare in Messico col pacco dei dollari più pesante. Settembre ’56: Fidel sta comprando il Granma, dall’Avana arrivano i fondi.
Servono per un’infinità di cose: le scarpe, per esempio: «Se Ernesto mi ripeteva di voler visitare Bologna per la scuola di medicina, Castro apprezzava dell’Italia il buon gusto e la precisione degli artigiani. Ha voluto che le scarpe della spedizione le facesse un calzolaio italiano. Su misura. Ho scambiato qualche parole con l’uomo che si chinava sul mio piede: minuto, silenzioso e infastidito dalla mia curiosità. Non alzava gli occhi. Ma le scarpe erano buone. Solo i tacchi, con quei chiodi, ci hanno dato un sacco di guai».
Sul Granma, nel mare in tempesta, la storia di Gino è uguale alla storia di tutti. Soffre un po’ meno degli altri: è abituato a navigare. La fame resta la stessa. Dopo due giorni finiscono acqua, frutta e scatolette. Restano arachidi e altre noccioline. Cento ore di niente. Quando appoggia i piedi sul fondo della laguna dove il Granma si è impantanato - le 4 e mezzo del mattino, domenica 2 dicembre 1956 - Donè non è scontento. Ha imparato contro i nazi a muoversi in palude, ma ignora l’insidia delle mangrovie: radici dove inciampano le scarpe. Spine che strappano la tuta verde oliva indossata prima dello sbarco. E i morsi dei granchi. Dopo quattro ore di traversata nelle mangrovie sotto il tiro di aerei, fucili e cannoni di Batista; dopo cinque ore di marcia forzata in terra ferma, arriva l’ordine del riposo: «Eravamo sfiniti. Confusi per essere arrivati nel posto sbagliato. Non ci aspettava nessuno. L’appuntamento era quattro giorni prima, un chilometro e mezzo più in là». Ordine di fare l’appello col passaparola. Mancano in tanti. «Manca Ernesto, soprattutto». Fidel dice a Donè: «Va’ a cercarlo, ma non perdere tempo. Fa’ in modo di tornare presto». Gino ne respira la tristezza. Castro non sopporta la scomparsa di un amico tanto importante. Eppure deve andare avanti. L’inseguimento dei militari è cominciato. Il racconto di Gino spiega in modo diverso la storia ufficiale di Cuba.


«Prendo uno dei miei, forse si chiamava Luis. Torniamo verso la laguna. Non so dove trovavamo le forze: fame stanchezza, quei giorni all’aria aperta sul Granma, stretti come sardine, pioggia e mare grosso. Camminavamo in silenzio. Due chilometri, forse tre dalla parte di chi ci inseguiva. Ecco Guevara. Veniva avanti trascinando le gambe. Testa bassa. Fucile e lanciagranate sulle spalle. Appena ci vede cambia colore. Ancora più pallido, ma era sempre pallido. Si rianima. Un abbraccio, forte. Lo confesso: dalla felicità l’avrei baciato, ma eravamo dentro una guerra e gli abbandoni non sono ammessi. Coraggio, ci aspettano, dico. Stiamo pensando di accamparci. Puoi riposare. "No - risponde - mi arrangio da solo. Andate". Cerco di levargli il fucile. Si arrabbia: "Il fucile lo tengo". A fatica gli sfilo il lanciagranate e lo passo a Luis. Poi Ernesto ha un altro attacco d’asma. Lo prego di mettersi in ginocchio. Nora, mia moglie, soffriva d’asma: mi avevano insegnato come darle conforto. Massaggiarle spalle e collo, dall’alto in basso, lentamente. Ernesto sospira: "grazie, puoi smettere", ma non si ribella se continuo. Non so quanto tempo è passato: forse mezz’ora. "Adesso andiamo". Gli metto un braccio attorno alle spalle. Risaliamo verso l’accampamento. Mi fermo nel plotone di retroguardia. Accompagna Ernesto da Fidel, ordino a Luis». Nelle rievocazioni cubane, più o meno la stessa avventura (meno precisa, meno trepidante) viene testimoniata da Luis Crespo, forse l’uomo che il tenente Donè ha portato alla ricerca del Che . Facile spiegare lo scambio di paternità del salvataggio. Crespo continua a marciare fino all’Avana, mentre Gino sparisce e diventa un fantasma. Per anni nessuno è riuscito a capire se fosse vivo o sepolto chissà dove. Quando l’imboscata a Alegría de Pío disperde nella canna da zucchero il piccolo esercito di Fidel, Donè guida gli uomini verso la montagna. Al suo plotone si uniscono altri sette miliziani comandati dal «capitano» Josè Smith Comas. «Un ragazzo. Studiava all’Avana, mi pare venisse da un’università negli Stati Uniti. Fidel gli aveva affidato la bandiera del Movimento. Simpatico, deciso, ma spaventato dall’imboscata. "Andiamo sul mare, è più facile scappare": lo ripeteva come un’ossessione. Dopo due giorni ci siamo divisi. Con i miei ho continuato dalla parte delle colline, lui ha piegato verso la spiaggia. Prima di lasciarci mi ha affidato la bandiera: "Se mi succede qualcosa portala a Fidel". Non la volevo; ha insistito. Chi ci dava la caccia aspettava sulla costa. Li hanno presi e fucilati. Non subito, dopo una lunga tortura». Ha portato la bandiera a Castro? «Non l’ho più visto. L’ho affidata a contadini che ci hanno nascosti. Erano dei nostri. Più tardi ho saputo: la bandiera era tornata nelle mani di Fidel». Gino raggiunge Santa Clara, nel centro dell’isola. Nella casa di un dentista incontra « una bella ragazza». Deve addestrarla e poi guidarla nel battesimo di fuoco. Passeggiano abbracciati come fidanzati davanti al palazzo della prefettura. Aleida nasconde la bomba a mano nella borsetta. La passa a Donè, ma Donè rinuncia. Le spiegazioni di Aleida e del vecchio italiano sono molte diverse. «C’era troppa luce», racconta oggi Aleida. «Aveva l’aria di una trappola», scuote la testa Donè. Gli sbirri tenevano d’occhio la maestrina. Si chiama Aleida March, più tardi sale sull’Escambray. Incontra il Che . Ne diventa la seconda moglie. Intanto Gino, inseguito dagli ordini di cattura della polizia di Batista, ricomincia a scappare. Fa il marinaio su tante navi finchè si ferma a New York: 1958. Segue le conquiste di Fidel e del Che ascoltando la radio. Quando entrano all’Avana vorrebbe tornare. Ma il nuovo console cubano a New York lo guarda con diffidenza. Non gli concede il visto. Perchè non le ha spiegato di aver navigato sul Granma con Fidel? «Come potevo fidarmi? E poi sembrava una vanteria».
Maurizio Chierici

19 mar 2011

IL CHE': POETA,SCRITTORE E LETTERATO

PARTIAMO,
ardente profeta dell'aurora,
per sentieri nascosti e abbandonati,
per liberare il verde coccodrillo che ami tanto.
PARTIAMO
vincitori di coloro che ci umiliano,
lo spirito pieno delle stelle ribelli di Martì,
giuriamo di trionfare e di morire.
Quando riecheggierà il primo colpo di fucile e si sveglierà
in uno stupore virginale tutta la macchia,
al tuo fianco noi combatteremo,
noi ci saremo.
Quando la tua voce spargerà ai quattro venti
riforma agraria, giustizia, pane e libertà,
al tuo fianco, con le stesse parole, noi ci saremo.
E quando verrà alla fine del viaggio
la salutare azione contro il tiranno,
al tuo fianco, aspettando l'ultima battaglia,
noi ci saremo.
E se il ferro interromperà il nostro viaggio,
chiediamo un sudario di lacrime cubane
per coprire le ossa dei guerriglieri trasportate dalla corrente
della storia americana.


Ernesto Guevara de La Serna detto il Chè,sapete la mia grande ammirazione verso questo mito Argentino,di lui sinceramente conosco quasi tutto ho letto e detto qualsiasi cosa.Però vorrei parlare in una versione inedita cioè il Guevara POETA,SCRITTORE E LETTERATO.La sua prima opera è “Un diario per un viaggio in motocicletta”,scritto con il compagno Alberto Granado,che ho citato qualche settimana fa per la morte proprio di Alberto(Vedi link)in questa opera descrive il suo primo viaggio panamericano alla scoperta della miseria del Cile,della Bolivia e del Perù.Al tempo stesso nel “Diario” c’è anche un documentato studio della lebbra e dei lazzaretti:non ci dimentichiamo che Guevara era medico e Granado biologo, quindi avevano interessi specifici.Un libro che consiglio a tutti,uno spaccato di vita del chè che ci mostra tutto il sio lato umano,non è un libro politico di questo è stato fatto anche il film (vedi link)..
Parlando della cultura di Guevara si deve considerare che aveva sofferto d’asma sin da bambino e questa affezione lo ha costingeva spesso in casa per curarsi,di conseguenza la lettura è stata la sua migliore compagna di ragazzo e adolescente.A dodici anni si dice che pareva che avesse la cultura di un diciottenne e aveva letto e riletto:Salgari,Stevenson,Dumas e altri autori di romanzi avventurosi.Un’altra opera affascinate è “Il Diario del Che in Bolivia” che però non era destinata alla pubblicazione.Si tratta di un diario ricco di annotazioni sul comportamento militare e umano dei partecipanti alla missione.Nel “Diario” il Che parla della sua inquietudine e confessa la solitudine,il senso di vuoto che sente intorno a sé. “Il Diario” è soprattutto la cronaca di una sconfitta e dell’isolamento in cui il grande guerrigliero si era venuto a trovare.Un'altra opera del Chè sono gli “Scritti, discorsi e diari di guerriglia”, ma anche qui più che di letteratura si può parlare di pensiero politico-sociale e di tecnica di guerriglia....Mentre il Guevara poeta si ispira ha due maestri indiscussi:il nicaraguense Rubén Darío e il cileno Pablo Neruda.La “Marcha Triunfal” di Darío e il “Canto General” di Neruda sono i due libri che il guerrigliero aveva sempre nello zaino,ovunque si trovava li leggeva.Rubén Darío è il poeta panamericano per eccellenza,Neruda e il suo “Canto General”,un’opera immensa composta di versi straordinari che narrano la storia dell’intero popolo sudamericano,Ernesto leggeva Neruda a voce alta a sua figlia Hildita quando era ancora una bambina e l’amore per questo grande poeta cileno l'ha accompagnato per tutta la sua esistenza.Non ci meravigliamo che il Chè durante la guerriglia trovasse il tempo per comporre poesie e che scrivesse note di letteratura a margine di libri letti o commenti sull’arte.Si tratta di appunti e poesie di un viaggiatore che si inseriscono senza soluzione di continuità in tutto il suo sentire politico e rivoluzionario.Il lettore non troverà pause di nostalgia o fughe dalla realtà nella produzione poetica di Guevara,che è pura poesia sociale.Le poesie presentate nella libro raccolta Che Guevara “Poesie”,sono state scritte in Guatemala e in Messico ,poco prima dello sbarco sulle coste cubane con il Gramma e un manipolo di uomini.Le liriche riflettono proprio la sua grande voglia di combattere per la libertà e tra tutte le poesie della raccolta quella che preferisco è quella  che ho pubblicato tempo fa “Vecchia Maria”(vedi link) Si tratta di un dialogo tra il Chè e questa compagna che lui chiama affettuosamente Vecchia Maria, una donna del popolo coraggiosa che va a morire dopo una missione eroica...

6 mar 2011

Alberto Granado(8 agosto 1922 –5 marzo, 2011)

Oggi leggendo i quotidiani ho appreso della morte del grande Alberto Granado,se ricordate di lui avevo già parlato nel pezzo su Ernesto Guevara e i "Diari della motocicletta" (leggi qui) il giornale e organo ufficiale del partito comunista di Cuba il Gramma scrive questo:
Falleció Alberto Granado, amigo de Ernesto Che Guevara
El médico argentino Alberto Granado, entrañable amigo desde la adolescencia de Ernesto Che Guevara en Argentina, falleció en la ciudad de La Habana a los 88 años de edad.Según un reporte del Noticiero Nacional de la Televisión (NNT) Cubana, citado por la Agencia de Información Nacional, Granado murió repentinamente.Guevara y Granado realizaron un viaje en motocicleta por varias naciones latinoamericanas, lo cual sirvió para que tuvieran la vivencia íntima de las enfermedades padecidas por los más humildes y conocieran los problemas sociales de la región.Los restos de Granado están expuestos en la sala H de la funeraria de Calzada y K, en el Vedado, de 12:00 meridiano a 3:00 p.m., agregó la nota informativa.En atención a su voluntad, su cadáver será cremado y las cenizas esparcidas en Cuba, Argentina y Venezuela
La traduzione è semplice:
Morto Alberto Granado,amico di Ernesto Che Guevara..
Il medico argentino Alberto Granado,intimo amico dall'adolescenza di Ernesto Che Guevara in Argentina,morto all'Avana aveva 88 anni.Secondo un rapporto dal Noticiero Nacional della televisione cubana (NNT),citata dall'Agenzia nazionale di informazione,Granado è morto improvvisamente.I resti di Granado sono esposti in sala funeraria h e il funerale sarà,nel quartiere Vedado,dalle 12: 00 alle 15.00...nota informativa.In risposta alla sua volontà, il suo corpo sarà cremato e le ceneri saranno sparse a Cuba,Argentina e Venezuela...

Il viaggio con Ernesto Guevara:
Erano partiti dalla loro Argentina a bordo della Poderosa, una motocicletta Norton del 1939, con l'idea di esplorare il continente sudamericano.Era il 1952. Granado aveva allora 30 anni, il Che, 23. Uno sarebbe diventato poi il più celebre rivoluzionario del XX secolo, morto in Bolivia nel 1967. L'altro, Alberto Granado, allora 30enne,laureando in farmacologia,si sarebbe trasferito all'inizio degli anni '60 nella Cuba di Castro dove fondò la Scuola medica di Santiago. Ma di quel viaggio si sarebbe sempre ricordato, fino all'ultimo.Quell'avventura, immortalata dal film I diari della motocicletta (regia di Walter Salles con Rodrigo de la Serna nella parte di Granado e Gael Garcia in quella del Che)

e ricordata da Granado nel libro Un gitano sedentario.L'autobiografia del ragazzo che viaggiò in moto con Che Guevara e lo seguì nella Cuba della rivoluzione,fu la prima esperienza di vera consapevolezza sociale e politica per i due giovani argentini.Nato a Cordoba l'8 agosto 1922, Granado divenne amico di Ernesto quando questi era un bambino. Entrambi studenti, Guevara di medicina, Granado di farmacologia, in quel viaggio conobbero la povertà nel continente, passando per Cile, Colombia, Perù, dove trascorsero un periodo forte e significativo in una colonia di lebbrosi, e Venezuela, dove infine si divisero. Qui infatti Granado si fermò per lavorare in una clinica per pazienti lebbrosi.Guevara continuò il viaggio fino a Miami e quindi tornò in Argentina per completare gli studi.Nel 1956 Guevara si unì al gruppo di Fidel e Raul Castro che salpò dal Messico verso Cuba a bordo della nave Granma.La rivoluzione li portò ad abbattere la dittatura di Fulgencio Batista il 1 gennaio del 1959.Poco dopo, nel 1960, Guevara invitò sull'isola il vecchio amico Granado, il quale decise di fermarsi a vivere lì con la famiglia, insegnando biochimica all'Università dell'Avana. Nel 1962 fondò con un gruppo di colleghi a Santiago la facoltà di Medicina all'Università,dove insegnò dal 1970 al 1974.Da quando si trasferì,Granado ha sempre vissuto sull'isola tenendo un basso profilo.
Questa è una sua intervista durante una sua visita in Italia che ho letto nel web http://www.italia-cuba.it/
Leggendo il diario del tuo viaggio con il Che risulta evidente che quell'esperienza è stata fondamentale nella formazione della vostra coscienza: in più occasioni infatti accanto al vostro interesse culturale per la civiltà precolombiana, emerge l'impegno a fare in modo che le condizioni di vita delle popolazioni locali mutassero. Che Guevara ha poi fatto una scelta di lotta radicale, tu invece hai interrotto quel viaggio per rimanere nel lebbrosario venezuelano.Che cosa ti ha spinto poi ad andare a Cuba e come si è sviluppato la tua esperienza in tutti questi anni?
A distanza di cinquanta anni da quel viaggio , non posso fare a meno di dire che la mia vita ha girato intorno alla figura di Ernesto Che Guevara e alla rivoluzione cubana. Una delle responsabilità che abbiamo noi che abbiamo conosciuto uomini come il Che e Fidel è quella di far comprendere come siano uomini in carne ed ossa e non miti al di sopra della realtà. Troppo spesso infatti amici in buona fede e nemici per interesse tendono ad elevare la figura di Che Guevara oltre i limiti umani, tanto che non pare possibile seguirne l'esempio.Voglio raccontarti un episodio che ritengo emblematico: quando andai a trovare il Che a Cuba la prima volta, era presidente della Banca Nazionale. Chiesi al segretario di annunciarmi ed egli mi risposte che il comandante Guevara non poteva essere disturbato perché stava studiando matematica finanziaria.
Avere un interlocutore che ha vissuto in prima persona la realtà cubana dagli anni immediatamente successivi alla rivoluzione fino a i nostri giorni mi spinge a chiederti come questa realtà si è sviluppata e quali sono secondo te i problemi che questa realtà si trova oggi a dover affrontare.Quando decisi di vivere a Cuba, la rivoluzione aveva già assunto una connotazione socialista e questo realizzava un mio sogno coltivato da sempre.Ma fu il discorso che Fidel Castro tenne quell'anno sulla Serra Maestra per tracciare gli obiettivi della rivoluzione cubana, che mi indusse definitivamente a rimanere a Cuba per dare il mio contributo.Subito dopo la rivoluzione, gli Usa, infatti, avevano convinto un gran numero di medici a lasciare l'isola, per cui mi parve importante contribuire a formare un gruppo di scienziati in campo medico, chimico e biochimico.Per fortuna posso dire che da una scuola di medicina che esisteva nel '60, ora siamo a 18 scuole . Da uno 0% di istituti di ricerca, oggi Cuba ha un prestigio internazionale nella ingegneria genetica e nella genetica molecolare.

Queste tue parole mi inducono a farti un'altra domanda che da questo discorso consegue: il prestigio internazionale di Cuba nel campo della meedicina, è universalmente riconosciuto (da tutti i paesi dell'America Latina chi può va a Cuba per farsi curare); purtuttavia le conseguenze dell'embargo sono state molto gravi anche in questo settore. Per questo ti chiedo: quali sono attualmente i problemi della sanità a Cuba, e quale deve essere l'impegno prioritario dei movimenti di solidarietà?
In verità la fine dei rapporti con l'Unione Sovietica ha provocato gravi problemi all'economia cubana e quindi anche alla medicina; ma fortunatamente esiste una precisa politica della sanità a Cuba; nessun consultorio è stato chiuso, ed anzi in alcune regioni si è ulteriormente abbassato l'indice della mortalità infantile. Non avendo gran disponibilità di antibiotici, ad esempio, si è sviluppata una politica di prevenzione curando moltissimo l'igiene .
E' evidente che mano a mano che il blocco economico voluto dagli Usa si inasprisce (tutti conoscono la legge Torricelli) ogni azione di solidarietà diventa molto importante. Quello che è vitale per noi è non solo che ci si inviino degli aiuti, ma che ci sia permesso acquistare ciò di cui il paese ha bisogno. Il movimento di solidarietà deve quindi spingere perché il blocco venga tolto. Certo non dirò che non sia benvenuto qualsiasi aiuto economico, soprattutto per i bambini e per le scuole. Ad esempio ora siamo senza carta; abbiamo bisogno di molta carta.Il popolo cubano comunque cresce nonostante le difficoltà ed è un popolo degno di essere aiutato.E' chiaro che dopo trenta anni bisogna rivedere alcuni punti sullo sviluppo; bisogna pensare che siamo partiti con un paese analfabeta ed abbiamo sviluppato grandi passi sia in campo economico che scientifico; l'aver dovuto interrompere bruscamente questo corso crea una certa disillusione. Alcuni non sanno reagire e se ne vanno, ma si tratta comunque di una percentuale molto piccola. La maggioranza della gioventù e del popolo cubano crede nella rivoluzione e la sostiene.

C'è a Cuba un problema generazionale?Sono i giovani cioè quelli che sentono maggior disagio per la crisi economica?
Non potrebbe certo non esserci anche a Cuba come in tutti i paesi un problema del genere, ma nelle difficoltà i giovani sono anche in grado di crescere. Voglio raccontarti un aneddoto significativo.
Quest'anno la zona di Guantanamo, generalmente poco piovosa, ha subito numerose inondazioni; c'era quindi la necessità di raccogliere la canna da zucchero prima che andasse perduta. La gioventù comunista si è fatta carico del problema ed ha chiesto trecento volontari.Se ne presentarono cinquecento; ma nel momento di partire ci si accorse che c'erano solo duecento paia di stivali. Si tenne il collettivo e decisero che nessuno sarebbe partito fino a quando non si fossero trovati tutti gli stivali occorrenti. Alla fine prevalse l'opinione di partire anche scalzi come avevano fatto coloro che avevano combattuto contro gli spagnoli nel secolo scorso o i compagni di Fidel nel '59.Ma non è finita: i professori di Guantanamo cedettero le loro scarpe perché erano meno necessarie per andare ad insegnare piuttosto che per andare a tagliare la canna.

Ci sono ancora alcune domande che vorrei rivolgerti. La prima riguarda la situazione dell'America Latina: in quel famoso viaggio tu ed il Che avete chiaramente preso coscienza della realtà dei singoli paesi. Che cosa è cambiato ora?
Quando eravamo partiti noi volevamo conoscere l'America latina, non pensavamo che in quei paesi si vivessero problemi sociali e politici così gravi. Della stessa Argentina conoscevamo solo la realtà della città e della media borghesia. Nel nostro viaggio ci scontrammo con lo sfruttamento non solo degli uomini, ma anche dell'ambiente. Se confrontiamo quella realtà con quella di oggi, ci accorgiamo che la differenza sta nel fatto che oggi ci sono più ricchi, ma i poveri sono ancora più poveri:Per esempio l'Argentina che negli anni cinquanta aveva un livello scientifico paragonabile a quello europeo ed una scuola ben strutturata, oggi ha delegato alla scuola privata l'educazione dei ricchi, mentre la scuola pubblica è sempre più abbandonata a se stessa con strutture inesistenti ed insegnanti mal pagati.La mia valutazione è che l'America Latina stia peggio ora di quando l'abbiamo visitata; noi abbiamo fiducia nei popoli e quindi siamo certi che lotteranno perché la situazione cambi.

Quali sono i rapporti di Cuba con gli altri paesi dell'America Latina?
Il rapporto con i popoli, e sottolineo i popoli, latino americani è molto stretto perché anche solo il fatto che Cuba abbia resistito trentacinque anni all'aggressione americana, è un esempio a cui guardano gli sfruttati di tutti i paesi.
La rivolta del Chiapas in Messico ha riproposto drammaticamente il problema delle minoranze autoctone emarginate. Come è stata vissuta a Cuba, così vicina al Messico, questa realtà?
Innanzittutto la rivolta zapatista è stata una chiara smentita per chi credeva che il liberalismo l'avrebbe fatta finita con le rivolte popolari.

Un'ultima domanda per avere risposta ad un interrogativo che quelli della mia generazione si pongono da trenta anni e a cui solo un amico del Che può rispondereSul perché egli abbia lasciato Cuba e il suo posto nel governo rivoluzionario, per andare a morire in Bolivia, si sono scritti fiumi di parole. Tu che hai vissuto con lui quegli ultimi giorni a Cuba, che cosa pensi di quella scelta?
Il Che aveva sempre espresso la convinzione che la rivoluzione avrebbe potuto trionfare solo quando tutti i paesi dell'America Latina si fossero liberati dall'imperialismo degli Usa. Nessuno avrebbe voluto che egli se ne andasse ma chi lo conosceva sapeva che il partire per appoggiare la rivoluzione di altri popoli, rientrava nella sua visione della vita. E' totalmente falso che ci fossero divergenze con Castro.L'ultima volta che ci siamo visti, seduti ad un tavolino, mi annunciò che sarebbe partito per gli Stati Uniti ed io gli dissi: "Lo sai Pelao che ci sono due cose a cui non posso rinunciare: il rum e i viaggi"E lui mi rispose: "Tu sai che il bere non mi ha mai interessato, e neppure il viaggiare se non posso portare dietro la mia mitragliatrice".In questo modo mi aveva comunicato le sue reali intenzioni. In realtà il Che non ha fatto che seguire la strada che si era tracciato: egli non credeva in una forma di presa del potere diversa da quella armata ;in questo non eravamo d'accordo,già dai giorni del nostro viaggio.

8 ott 2010

Ernesto Guevara... 8-9 ottobre 1967 gli ultimi giorni di un mito!!!!

Alle tredici e dieci del 9 ottobre di quarantatre anni fa, il sottufficiale Mario Terràn entra esitante nell’aula della scuola di La Higuera, dove Guevara è seduto su una panca, con i polsi legati. “Sei venuto ad uccidermi”, dice il Che. “Stai per uccidere un uomo”. Terràn finge di andarsene, ma all’improvviso si gira, chiude gli occhi e spara la prima raffica. E’ finita. Sono passati più di quarant’anni dalla sua morte, eppure la forza del ricordo di Che Guevara e di quello che ha rappresentato per intere generazioni, è ancora viva. Ernesto Guevara de la Serna, per tutti solo il Chè, non è solo l’emblema della Rivoluzione Cubana, ma di ogni movimento di liberazione!!!!Il Chè è stato l'uomo più universale dell'America latina,a lui toccò vivere l'epoca atroce in cui le prospettive di vita della popolazione del Centramerica e dei Caraibi era bassissima, l'epoca in cui la denutrizione e l'analfabetismo era accettato come il prezzo da pagare per il fatto di vivere in una società divisa in classi.E agì di conseguenza. Si mise in gioco  ridando loro un orgoglio, l'orgoglio di vivere in piedi,l'orgoglio di essere padroni del proprio destino, l'orgoglio di essere protagonisti attivi della propria storia!!!Oggi il Che ci manca,vorremmo averlo ancora insieme a noi ,al contrario di quanto ci canta Guccini...

E allora voglio pensarlo che riposa su di una maglietta ad un corteo di studenti,magari adagiato fra i prosperosi seni di una bella ragazza,voglio pensarlo così,mentre assistendo ad una manifestazione,a una protesta contro i tagli alla Scuola Pubblica,a uno sciopero dei lavoratori di un’azienda.Ma a me piace anche immaginarlo mentre cammina ancora nella sua Cuba,con il sigaro in bocca,mi piace immaginarlo che riposa sdraiato su una spiaggia,all’ombra di una palma,ma che continui a vegliare sul mondo,pronto a risvegliarsi alla prima ingiustiziaPoi, però, questa illusione svanisce e la realtà ha il sopravvento.Hasta Comandante.

TRADUZIONE ITALIANA
Abbiamo imparato ad amarti
sulla storica altura
dove il sole del tuo coraggio
ha posto un confine alla morte
Qui rimane la chiara,
penetrante trasparenza
della tua cara presenza,
Comandante Che Guevara.
La tua mano gloriosa e forte
spara sulla storia
quando tutta Santa Clara
si sveglia per vederti.
Qui rimane la chiara ...
Vieni bruciando la nebbia
come un sole di primavera,
per piantare la bandiera
con la luce del tuo sorriso.
Qui rimane la chiara ...
Il tuo amore rivoluzionario
ti spinge ora a una nuova impresa
dove aspettano la fermezza
del tuo braccio liberatore.
Qui rimane la chiara ...
Continueremo ad andare avanti
come fossimo insieme a te
e con Fidel ti diciamo:
Per sempre, Comandante!

No soy un libertador. Los libertadores no existen. Son los pueblos quieneas se liberan a si mismos.
Non sono un liberatore. I liberatori non esistono. Sono solo i popoli che si liberano da se.(Guevara)
Breve biografia tratta da EL MONCADA
Il 14 giugno 1928 Ernesto nasce in Argentina, in una clinica di Rosario, nella provincia di Santa Fè. E' il primogenito dell'architetto-ingeniere socialista di origine irlandese Ernesto Guevara Lynch e della nobildonna cattolica di origine spagnola Celia de la Serna Losa. Vivono nel nord-est dell'Argentina, nella grande e verde Foresta di Missiones, al confine con il Brasile. Nasceranno altri quattro figli: Celia, Roberto, Ana Maria e Juan Martin.

Fina da piccolissimo Ernesto è perseguitato dall'asma,e così la famiglia emigra ad Alta Gracia de Còrdoba, località montana dove Ernesto vive e studia dai 5 ai 16 anni d'età. Poi, nel 1944, tutta la famiglia si trasferisce nella capitale Buenos Aires. Nel 1945 Ernesto si iscrive prima a ingegneria, come voleva il padre, quindi nel 1946 a medicina, come gli suggeriscono alcuni amici.Dal 1947 al 1951 lavora come infermiere per mantenersi gli studi. Tutto l'anno 1952 con l'amico biologo neolaureato Alberto Granados, viaggia per l'America Latina, a bordo di una moto e di vari mezzi di fortuna. Nella primavera 1953, a 24 anni, si laurea in medicina a Buenos Aires con una tesi sull'asma e sulle allergie. Nell'estate 1953 riparte per il suo secondo viaggio latino-americano.


(Nel frattempo, il 26 luglio 1953, Fidel Castro Ruz inizia il processo rivoluzionario cubano attaccando la caserma del golpista Batista, a Santiago de Cuba: su 120 attaccanti, quasi 100 vengono uccisi; Fidel e gli altri superstiti vengono imprigionati, ma dopo due anni saranno amnistiati). Guevara apprende dai giornali dell'esistenza di Fidel: ha per lui una grande ammirazione.Nel 1954 Ernesto è in Guatemala, dove conosce l'affascinante intellettuale marxista peruviana Hilda Gadea Acosta,, la quale prima lo educa politicamente e poi lo sposa a Città del Messico nel 1955. Qui gli presentano Raul Castro Ruz, che a sua volta gli presenta Fidel (i due fratelli erano appena usciti dalle prigioni batistiane dopo il fallito attacco alla Caserma Moncada di Santiago de Cuba). Ernesto non conosce Cuba, ma chiede a Fidel di essere arruolato come medico nella spedizione per la liberazione della repubblica cubana. Il giorno di San Valentino del 1956 nasce la primogenita Hilda Beatriz Guevara Gadea, detta Hildita, che da adulta diventerà bibliotecaria nella "Casa de las Americas" all'Avana, e che morirà di tumore al cervello a soli 39 anni: anche la madre era scomparsa per lo stesso motivo
Nel giugno 1956 Ernesto viene arrestato a Città del Messico assieme a Fidel e ad altri, a causa di un banale permesso scaduto: restano in prigione per due mesi, e qui inizia ad essere chiamato "Che" dagli amici cubani (la paroletta "che" è un tipico intercalare argentino: come il "ciò" per i romagnoli o i veneti). Da questo momento inizia l'epopea cubana di Che Guevara; all'alba del 25 novembre 1956 salpa il battello "Granma" con 82 giovani a bordo. Sbarcano ai piedi della Sierra Maestra Cubana il 2 dicembre 1956.
Dopo le prime sconfitte iniziano le prime vittorie. Il biennio 1957 - 58 è pieno di scontri coi soldati batistiani. La battaglia decisiva avviene nella città di Santa Clara alla fine del 1958. Il trionfo della Revoluciòn coincide con la festa del 1° gennaio 1959, quando il dittatore Batista fugge da Cuba.
In maggio Ernesto divorzia da Hilda Gadea Acosta e in giugno si sposa con Aleida March Torres, partigiana cubana conosciuta durante la battaglia di Santa Clara;da lei avrà quattro figli: Aleida, Celia, Camilo, Ernesto (tutti viventi a Cuba, e spesso ospiti in Italia).

Nel 1959 Guevara è presidente del Banco Nacional: firma le banconote col nome di battaglia "Che" (ora rarità da collezionisti). Nel 1960 Alberto Diaz Gutierrez, detto Korda, gli scatta la famosa foto che tutto il mondo conosce attraverso i posters. Nel 1961 diventa ministro dell'industria. Nel 1962 - 63 - 64 parla all'ONU e visita numerosi paesi; durante uno scalo tecnico si ferma a Roma e visita in incognito San Pietro in Vaticano. Nel 1965 è in Congo come consulente militare, ma poi torna a Cuba. Nel 1966 parte per la Bolivia con l'argentina-tedesca Haydée Taniara Bunke Bider, la leggendaria "Tania la guerrigliera", assieme a cubani, boliviani, peruviani: qui assume il nome di battaglia "Ramon".
L' 8 ottobre 1967 viene catturato, ferito, alla Quebrada del Yuro dalle squadre brasiliane della Cia, e il giorno dopo viene assassinato nella scuola de la Higuera, per ordine del governo statunitense. I suoi resti sono massacrati, bruciati e sepolti di fianco alla pista dell'aeroporto di Vallegrande, vicino dove lo hanno ucciso (ndred, solo da pochi mesi sono stati ritrovati e trasferiti a Cuba).
(Quando lo assassinarono aveva solo 39 anni: era il 9 ottobre 1967).

26 lug 2010

26 luglio 1953 "la Historia me absolverà"

L'assalto alla caserma Moncada è un episodio della rivoluzione cubana,avvenuto il 26 luglio 1953...Esattamente 57 anni fa,l’attacco alla caserma segnò l’inizio della fine del regime dittatoriale di Fulgencio Batista.Fu messo in atto da un gruppo di ribelli guidati da Fidel Castro e l'obiettivo di questi non trattava soltanto di sconfiggere una dittatura,ma anche di creare un nuovo ordine sociale e politico,fondato sulla giustizia e l’eguaglianza di tutto il popolo.L'assalto purtroppo fallì ma in seguito fu celebrato evento che dette il via alla rivoluzione cubana e la data dell'attacco fu adottata da Castro come nome del movimento che prese il potere nel 1959,il Movimento del 26 luglio (Movimiento 26 Julio o M 26-7).

A proposito di questo evento consiglio di leggere il libro "la storia mi assolverà"( sinceramente non sò se si trova in edizione italiana)io l'ho comprato a Cuba in versione originale "la historia me absolverà" scritto da Castro...Per gli altri racconto un pò quel giorno:era una domenica calda,tipicamente tropicale.In pochi avrebbero scommesso su quel manipolo di rivoluzionari,armati soprattutto di coraggio,che si apprestavano ad assaltare una caserma di Santiago di Cuba.Le prime voci parlano di un ammutinamento, di un tentativo di golpe partorito all’interno degli stessi ranghi dell’esercito governativo.Solo più tardi sulle bocche dei cubani comincerà a circolare il nome del capo degli insorti,Fidel Castro Ruz,un giovane avvocato dalle idee radicali..L’onore contro il denaro.È il motto che lega i membri di questa pattuglia.Nella mente,un pò di marxismo-leninismo ma sopratutto tanta rabbia per le condizioni in cui il prepotente vicino nordamericano ha ridotto l’isola,trasformata in una mecca per giocatori d’azzardo e mafiosi.
Credono di potercela fare,fiduciosi nelle potenzialità di un vasto movimento sorto sin dai primi mesi di quell’anno.Il piano era d’impadronirsi della caserma per farne una base rivoluzionaria e un centro di propaganda e telecomunicazioni contro il regime di Batista, che era tornato al potere con un colpo di Stato.L’idea di Castro era che – il giorno dopo la festa patronale – i soldati avrebbero scontato i postumi delle libagioni e si sarebbero fatti cogliere di sorpresa.Inoltre, una colonna di veicoli avrebbe dovuto dare l’impressione dell’arrivo di una delegazione ufficiale. Niente funzionò come previsto.I ribelli erano pochi.Non c’erano armi per tutti.Gli uomini erano armati per lo più con fucili da caccia.Il convoglio si spezzò e le armi pesanti non arrivarono mai.L’assalto fu un disastro:61 ribelli uccisi,altri 50 catturati e torturati a morte.Un pugno di ribelli,tra cui Fidel,fuggì sulla Sierra Madre,ma fu catturato entro una settimana.Al processo Fidel fu condannato a morte, ma la pena capitale fu abrogata prima dell’esecuzione della sentenza,tramutata in 15 anni di carcere. Castro e gli altri furono liberati nel 1955, per un provvedimento d’amnistia.Dal fallito assalto come dicevo prese il nome del Movimento fondato da Fidel Castro,il Movimiento 26 Julio o M 26-7,protagonista della rivoluzione vittoriosa del 1959.Al processo per i fatti della Moncada,Castro avvocato di formazione si difese da solo,pronunciando la famosa frase “La storia mi assolverà”.

22 lug 2010

CHE' GUERRIGLIA

Un anfibio tirato a lucido ed un sigaro fumante.Sono le prime due inquadrature di questo film e sono le uniche concessioni all’icona.
Tutto il resto è l’uomo.Inquietudine e attacchi d’asma compresi.L’uomo, Ernesto Guevara,e penso che questa sia la grandezza del film,veramente bello...Chè l'Argentino è la prima di due parti,l'altro Chè Guerriglia(Bolivia)
Il film scorre senza concedere nulla alla spettacolarizzazione nel pieno rispetto della personalità del Che e la sobrietà,l’integrità e fermezza del rivoluzionario sono catturate da una regia priva di guizzi,mentre una luce assolutamente naturale ha il compito di restituirci una giungla autentica,ostile scenario della marcia dei ribelli alla volta della capitale cubana.
A spezzare questo rigore documentaristico,un bianco e nero a grana grossa compare di tanto in tanto per mostrarci il Guevara del ’64,Ministro del nuovo governo Castro,ai microfoni di una giornalista e nell’emozionante ricostruzione del discorso alle Nazioni Unite.Il Che di questo film è quello che si scorge ascoltando i racconti di chi lottò al suo fianco:un medico divenuto comandante di una truppa di ribelli per amore della libertà e della giustizia sociale,desideroso di riportarle alla luce in una terra straziata da una dittatura militare.
Un uomo colto e temerario che, grazie ad un carisma fuori dal comune,riuscì a farsi amare dai suoi sottoposti e incarnò le speranze del popolo cubano.
Un uomo determinato a portare la rivoluzione in tutta l’America Latina,animato dalla voglia di lottare «per le cose senza le quali non vale la pena di vivere» e pronto a proclamare il suo credo al mondo intero Patria o Morte",è con questo appello che Ernesto Guevara chiude il suo discorso alle Nazioni Unite nel 1964.La sua rivoluzione nasce in un paese lontano, in cui incontra il futuro leader della Cuba post Batista,Fidel Castro esule in cerca di compagni di lotta,e finisce in Bolivia(in chè guerriglia),ucciso dall'esercito boliviano,dalla CIA.In questo film vediamo l'incontro fondamentale tra i due padri della Cuba attuale,e l'inizio della presa dell'isola da parte dei ribelli,un documento importante che consiglio a tutti di vedere...

24 giu 2010

I diari della motocicletta


Un libro "Latinoamericana" sugli scritti di Alberto Granado ed Ernesto Guevara di cui è stato fatto pure il Film "Diari della motocicletta..La storia di due giovani Argentini che si mettono in viaggio in sella ad una sgangherata moto(detta La Poderosa) per andare alla scoperta dell'America Latina.Il loro viaggio durerà diversi mesi,sarà ricco di traversie ed imprevisti,ma anche pregno di esperienze che contribuiranno a formare le loro idee e la loro personalità.Un viaggio che inizia come un'avventura,ma che ben presto si trasforma nella scoperta di una realtà sociale e politica che all'epoca la maggior parte dei latinoamericani ignorava. L'inquietudine della giovinezza,gli ideali che iniziano a formarsi,l'insaziabile amore per il viaggio porteranno i due ragazzi a percorrere migliaia di chilometri, dall'Argentina al Cile, dal Perù alla Colombia al Venezuela alla scoperta di civiltà paradossalmente prossime ma sconosciute,di tradizioni dimenticate.Alberto ed Ernesto però,toccheranno con mano anche le pene del popolo sudamericano,vessato da povertà e malattie,schiacciato da un capitalismo che si sta imponendo e da un progresso che non esita a sopprimere i più deboli.L'immagine che ci presenta è quella di due ragazzi che,ignari del loro futuro,si avventurano carichi di aspettative in un viaggio che li cambierà per sempre.
El Che, il viaggio nello sconfinato spazio delle pampas coincide con la presa di coscienza che il continente latinoamericano è ingiustamente suddiviso in tante nazioni, che la gente vive in condizioni spesso pessime, che i ricchi ed i poveri abitano due pianeti diversi, che i malati non hanno gli stessi diritti dei sani, che i nativi sono ridotti a minoranze disprezzate


20 giu 2010

CITAZIONI CHE GUEVARA

Che Guevara non morira mai. Sta sempre con noi ogni volta che proviamo le ingiustizie, sta con noi quando non abbiamo le risposte per la vita in momenti difficili. E’ una stella che guida nella vera strada della liberta e dell amore vero.Hasta la victoria siempre…

-Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per liberarsi.

-Davanti a tutti i pericoli, davanti a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, davanti a tutti i seminatori di discordia, davanti a tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, ancora una volta, la capacità del popolo di costruire la sua storia.

-Il guerrigliero è un riformatore sociale, che prende le armi rispondendo alla protesta carica d'ira del popolo contro i suoi oppressori, e lotta per mutare il regime sociale che mantiene nell'umiliazione e nella miseria tutti i suoi fratelli disarmati.

-In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo e purché un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi.

-In una rivoluzione, se è vera, si vince o si muore.

-L'odio come fattore di lotta; l'odio intransigente contro il nemico, che permette all'uomo di superare i suoi limiti naturali e lo trasforma in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così: un popolo senza odio non può distruggere un nemico brutale. Bisogna portare la guerra fin dove il nemico la porta: nelle sue case, nei suoi luoghi di divertimento. Renderla totale. Non bisogna lasciargli un minuto di tranquillità farlo sentire come una belva braccata.


-La differenza tra il vestiario da notte e quello da giorno stava, generalmente, nelle scarpe.

-La mia casa ambulante avrà ancora due gambe e i miei sogni non avranno frontiere.

-La rivoluzione si fa per mezzo dell'uomo, ma l'uomo deve forgiare giorno per giorno il suo spirito rivoluzionario.

-La via pacifica è da scordare e la violenza è inevitabile. Per la realizzazione di regimi socialisti dovranno scorrere fiumi di sangue nel segno della liberazione, anche al costo di vittime atomiche

-Lasciami dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore.

Le rivoluzioni non si esportano.Le rivoluzioni nascono in seno ai popoli. (dal discorso alla XIX assemblea generale delle Nazioni Unite,

-[Di fronte all'esitazione del suo assassino] Lei è venuto a uccidermi. Stia tranquillo, mi uccida, ucciderà solo un uomo.

-Non credo che siamo stretti parenti, ma se Lei è capace di tremare d'indignazione ogni qualvolta si commetta un'ingiustizia nel mondo, siamo compagni, il che è più importante.

-Partirò per cammini più ampli del ricordo concatenando addii nel fluire del tempo.
Siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario

-Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza.

-Bisogna pagare qualunque prezzo per il diritto di mantenere alta la nostra bandiera.

-Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso...

-Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì, è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo.
Il capitalismo? Libera volpe in libero pollaio! -

-il silenzio è una discussione portata avanti con altri mezzi.

-In un anno di permanenza al Banco Nacional posso dire di non aver imparato nulla di bancario.

-Io non sono un liberatore: i liberatori non esistono. Sono i popoli che si liberano da sé.

-La gioventù deve fare semplicemente ciò che pensa, l'importante è che non smettiate di essere giovani.

-La nostalgia di casa inizia a farsi sentire dalla pancia.

-La vera rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi.

-Le battaglie non si perdono, si vincono, sempre!

-L'unico modo di conoscere davvero i problemi è accostarsi a quanti vivono quei problemi e trarre da essi, da quello scambio, le conclusioni.

-Nessuno è libero finché anche un solo uomo al mondo sarà in catene.

-Occorre agire come un uomo di pensiero e pensare come un uomo d'azione.

-Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!

-Quando al finale di tutte le giornate non avrò più un futuro fatto di cammino, verrò a rinderdirmi nel tuo sguardo come ridente brandello di destino.

-Quando si è al potere, la difficoltà maggiore sta nel mantenere una condotta coerente.

-Quando si sogna da soli è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà.

-Se io muoio non piangere per me, fai quello che facevo io e continuerò vivendo in te.
-Siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza.
Siamo realisti, esigiamo l'impossibile.