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4 ott 2012

Vanessa Baldazzi "LIBERTA' SCELTA DI VITA"

Chi mi conosce da tempo sa benissimo la mia passione per la poesia, in questi anni sia nel mio blog che su profilo facebook ho pubblicato tantissime poesie di poeti famosi, e poeti emergenti tra questi le opere di Vanessa Baldazzi  che oltre a essere una bravissima poetessa(nonostante non lo vuole ammettere) è anche una carissima amica..E quindi è un grande piacere per me annunciare il suo primo libro  "LIBERTA' SCELTA DI VITA" una raccolta di pensieri e poesie dove Vanessa ci regala i suoi versi più intimi e veri,una silloge che esprime non soltanto tutto il valore artistico della sua poesia,ma la sua umanità e la sua stessa essenza di donna... E’ un dono offerto con l’immediatezza, la sincerità ed il sentimento che già conosciamo in Vanessa,ed è soprattutto una testimonianza d’amore che commuove e ci fa riflettere.Invito tutti a promuovere questa opera non per l'amicizia che mi lega a Vanessa ma per il valore dell'opera stessa.
PER ACQUISTARE
 Il prezzo è di 12 €. Per acquistarlo,dalla prossima settima può essere ordinato in qualsiasi libreria.nel frattempo si può ordinare direttamente alla casa editrice telefonando al numero 0645468600 oppure per mail (info@pagine.net), il codice ISBN: 978-88-97319-41-2


Libertà, scelta di vita
Ossigeno sulla pelle,
aria leggera sul cuore,
credere nei propri sogni e negli ideali,
l’amore senza pensieri,
una corsa sul prato..
Questa è la libertà. Che non ti rende mai solo..
Libertà non è fuggire dalle responsabilità,
ma decidere della propria vita
e rimanere sempre se stessi.
Qualcuno l’ha trovata tardi,
altri sono nati liberi,
pochi sanno amare senza tradirla..
Ti fa andare avanti oltre i confini,
volare sopra i pregiudizi degli altri..
Toccare l’infinito con un dito..
Libertà è in una parola, è in un sogno,
è una scelta di vita.
V.B.

13 giu 2012

Canto per la morte di Enrico Berlinguer "Antonio Piromalli "

Altri morirà all’Hilton o al Raphael,
nel letto di un’attrice o in casa di un banchiere,
altri sul yacht o sull’elicottero di un petroliere,
altri in ginocchio ai piedi di un finanziere;
il capo del partito operaio
muore lottando come un San Michele
contro i draghi imbevuti di tossico e fiele:
muore Enrico chiamando all’unità i compagni,
tra le mani dei compagni,
tra le rosse bandiere. Compagni,
non abbassate le bandiere,
il Partito non muore, Enrico vive
tra le nostre mille schiere!
Muore l’uomo giusto,
il rigore della coscienza è quello
della classe dei lavoratori,
piange a Padova con tutto il popolo Bepi Tola,
piangono i resistenti di Concetto Marchesi,
i partigiani di Egidio Meneghetti
quando si annunzia con emozione
«L’onorevole Berlinguer è mancato di vivere!». 
Asciutta terra scabra alimenta tenacia,
generazioni del Sulcis, della Gallura, della Nurra,
del Campidano, della Barbagia, minatori, pescatori,
pastori
distillano adusto rigore, tenerezze
di solitudini, fra acque e nuraghi giochi,
libertà, lotte per la giustizia:
asciutta terra scabra distilla te, Enrico! 
Un uomo – la Resistenza, il Dovere, la Pace –
ha vegliato con Ingrao, con Pecchioli,
un Uomo al grido «Enrico ci manca» risponde:
«Ci manca Enrico ma non il suo esempio.»
«Lo porto via con me, come un amico fraterno,
come un compagno di lotta!»
(ringhiano come i cani
reggicode, P2, guerrafondai:
sanno che non prevarranno mai). 
Il Presidente accompagna Enrico a Tessera,
la folla piange, getta fiori, applaude,
il Presidente piange con l’Italia vera.
Il sole che tramonta sull’Appia
arrossa le immagini sorridenti di Enrico,
fiocchi di papaveri cadono sul compagno di lotta.
Il Comitato Centrale accoglie Enrico.
Immobile, in lacrime, un carabiniere saluta,
mille voci chiamano l’uomo del popolo,
il costruttore di un mondo senza guerra:
compagni, in alto le bandiere,
Enrico è sempre in testa alle nostre mille schiere!
Davanti alle Botteghe Oscure una selva di braccia
saluta col pugno chiuso e canta «bandiera rossa»;
singhiozza Fumagalli, impietriti la Jotti, Vetere,
Natta, Barca
quando Enrico passa davanti al Campidoglio;
per primo entra nella Direzione il Presidente;
saluta in Enrico il Partito il Comitato Centrale,
il Partito di Gramsci, Togliatti, Longo,
della Resistenza internazionale.
Un garofano rosso per deporre,
a te, sono venuto, al cuore sardo,
al tuo sorriso mite, a te implacabile
continuatore del rinnovamento,
a te spartano nuovo socialista
rispettoso di ogni libertà
per la presente e futura umanità.
Davanti al picchetto d’onore
passano Cossiga, Scalfaro che manda un bacio,
Zaccagnini, De Martino, Capucci, Moravia,
il generale Bisognero, il popolo d’Italia
delle officine, dei campi, della scuola, una nazione:
nella storia d’Italia è questa
la più grande manifestazione. 
Tredici giugno, chi mai ti dimenticherà?
Anche chi vide la guerra, la pace,
non vide sì grande popolo commosso:
«Vivrai sempre», «non ti dimenticheremo»,
«Enrico sei morto insieme a noi» gridano
quando Enrico esce per sempre dalle
Botteghe Oscure
per entrare nella storia delle epoche future.
Altre mille bandiere rosse, corone rosse,
l’epos aleggia sul Campidoglio
con la marcia funebre di Chopin, il pianto
di mille e mille serrati intorno a una bara chiara,
consigli di fabbrica, sezioni, federazioni,
comuni levano gli stendardi, ringraziano
in nome di milioni di cuori,
dei lottatori, dei lottati,
con Enrico si legano al futuro!
L’emozione che circonfonde è sentimento d’amore
per chi ha lottato sulle piazze e in Parlamento,
anche muro contro muro, lealtà contro truffa e muffa,
lavoratori contro ingannatori e falsari
domestici e internazionali. Bandiere al vento
con Enrico verso cieli sereni e chiari.
Sui fiori avanza lentamente il corteo,
dall’alto, dai lati uomini, donne gettano fiori.
Sottile velo di lacrime rende tremula ogni immagine
con autocritico pensiero sorrido alle tue parole,
ti abbraccio nel Partito, la tua stretta di mano
del ventiquattro febbraio mi riporta sereno
a contemplare il popolo comunista nella protesta
contro Craxi-Carniti, burattinai e burattini
[carichi di veleno.
Siamo ancora sulla strada di quel tristo governo
e accompagniamo te, «virtù del comunismo
d’Europa»:
tutti i popoli d’Italia, tutte le lingue, tutti i lavori
sono con te a San Giovanni perché l’Italia non sci-
voli indietro;
questo dice ancora il tuo tenero, dolcissimo volto.
Il tuo pensiero nutre l’immenso popolo e i delegati
europei, asiatici, africani, americani:
Marchais, Carrillo, Zhao, Iglesias, Marcovich,
[Jotov, Manescu,
Van Geyt, Ventura, Sindermann, Mende, Arafat,
Zagladin!
Gorbaciov guarda con meraviglia
Yutta l’Italia presente,
parla di te, Enrico, comunista combattente. 
La folla applaude con un boato il Presidente.
Nilde Iotti solenne ricorda tutti i presenti,
il sentimento nazionale e popolare accoglie
Craxi con un fischio potente.
Incarnavi, Enrico, dicono altri,
la virtù del nostro tempo,
la coscienza democratica e la coscienza di classe,
col tuo sguardo un po’ triste il ricatto epico
delle masse.
Con voce ferma Pajetta ricorda:
«Caro compagno Berlinguer, ti ringraziamo
per tutto quello che hai fatto,
parlasti sempre lo stesso linguaggio a Pechino
a Mosca, Roma e Strasburgo;
sappiamo come vuoi essere ricordato, a Padova
con un ultimo sforzo lo hai gridato».
Il Presidente accarezza la bara
come ultimo commiato. 
Ora Gorbaciov guarda stupefatto le sale del Vaticano
e gli incombe sulla testa il libero mercato
di Marcinkus e Calvi;
ora il besame-mucho nostrano
cancella l’internazionalismo
e tiene il capitalismo per la mano.   



12 apr 2012

Armando Bettozzi "Precarietà"

Precario è il giorno quando il sole oscilla
tra fitti cirri e nere turbolenze,
precari son gli arrivi e le partenze
se al treno non gli arriva la scintilla.
Precari sono l’uomo e la sua vita
se non son stimolati dal lavoro.
È un mal che non s’attacca mai a “loro”
con la carriera addosso ben cucita.
Precarietà, ormai sei lo spauracchio 
che su di noi incombi come un corvo
che aspetta di beccarci cupo e torvo:
ci fai campane senza più il batacchio

11 apr 2012

PRIMO LEVI "CERCAVO TE NELLE STELLE"


Cercavo te nelle stelle
quando le interrogavo bambino.
Ho chiesto te alle montagne,
ma non mi diedero che poche volte
solitudine e breve pace.
Perché mancavi,nelle lunghe sere
meditai la bestemmia insensata
che il mondo era uno sbaglio di Dio,
io uno sbaglio nel mondo.
E quando,davanti alla morte,
ho gridato di no da ogni fibra,
che non avevo ancora finito,
che troppo ancora dovevo fare,
era perché mi stavi davanti,
tu con me accanto,come oggi avviene,
un uomo una donna sotto il sole.
Sono tornato perché c’eri tu

11 feb 2012

Magnà e dormì(Aldo Fabrizi)

Magnà e dormì
 So' du' vizietti, me diceva nonno,
 che mai nessuno te li pò levà,
 perché so' necessari pe' campà
 sin dar momento che venimo ar monno.
 Er primo vizio provoca er seconno:
 er sonno mette fame e fà magnà,
 doppo magnato t'aripija sonno
 poi t'arzi, magni e torni a riposà.
 Insomma, la magnata e la dormita,
 massimamente in una certa età,
 so' l'uniche du' gioje de la vita.
 La sola differenza è questa qui:
 che pure si ciài sonno pòi magnà,
 ma si ciài fame mica pòi dormì.

30 gen 2012

La verità "GIGGI ZANAZZO" (1893)


‘Na gavetta de granci giornalisti,
che rajeno carote a chi li paga;
‘na voja de fregasse che s’allaga;
ingiustizie e spettacoli mai visti,
deputati magnoni e pagnottisti,
fregnacce d’agguantasse co’ la draga,
ministri frammassoni e camorristi
che nun fan’altro che ingrossà la piaga.
Conocchie, preti, gente che s’addanna,
strozzini, tasse, giudici vennuti…
e in fonno er vaticano che comanna.
Er merito che mòre su la paja
e la grolia che ghigna a li cornuti:
ecco le condizioni de l’Itaja.

19 dic 2011

Parole povere(Pierluigi Cappello)

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l'altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.
Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.
Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.
Uno rompe l'aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c'ero, ero piccolino.
Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.
Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.
Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.
Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.
Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l'occhio scoperto piange.
Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l'altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.
Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.
Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c'è scritto in vernice rossa.
Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l'ho visto.
Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.
Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.
Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.
Uno è stato trovato
una notte freddissima d'inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.
Uno dice qui la notte viene con le montagne all'improvviso
ma d'inverno è bello quando si confondono
l'alto con il basso, il bianco con il blu.
Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.
Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.
Uno l'ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.
Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l'hai fatta tu.
E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l'allegria dei vinti e una tristezza grande.
 

6 dic 2011

(Maria Attanasio) Canto serale di una che sogna molto e ride poco


Lo sai che il mondo non finisce con le colonne d’Ercole
che è molto più grande del tuo televisore
che se mi guardano non riesco a scrivere
che mentre noi mangiamo c’è qualcuno che ha fame.
Lo sai o non lo sai che al tempo dei Greci
l’omosessualità era molto praticata
sostituita poi dalla virtù cristiana
e da i vizi in solitaria.
Lo sai o non lo vedi nemmeno che il Leader
del maggior partito è sempre più tirato
che a volte sembra l’imperatore Hiroito.
La sai o nemmeno lo immagini che il cinque in condotta
a scuola è molto usato per cui per sfogarsi fuori
i ragazzi frullano insieme sogni speranze e desideri
e quello che ne viene non ha un buon odore.
Lo sai che se la Sicilia sprofonda
insieme alla Calabria l’Aquila trema e mentre qualcuno tenta
di respirare col fango in gola un altro scava con le mani
qualcuno nel suo letto ride
pensando alla ricostruzione sul dolore
sulle macerie sulla disperazione.
La sai che tutto si vende e tutto si compra
la libertà si impara ma con l’esempio s’insegna
che l’onestà è un nuovo dogma
che siamo nel nuovo millennio anche se non sembra.
Lo sai che è bello pagare le tasse
e che abbiamo la benzina più cara d’Europa
che salviamo fabbriche in America
affondando poi quelle in Patria.
Lo sai che la disoccupazione è uno stato psicologico
e la cassa integrazione una vacanza premio
e che si è giovani una sola volta nella vita
e come sarebbe bello vivere in un paese
di idioti col cervello in fuga
verso altri lidi.
Lo sai che quello che scrivo non cambia niente
e che alla mia età Mozart era già morto da dieci anni
e così Leopardi ma Manzoni ha vissuto a lungo
dopo aver seppellito moglie e figli.
Lo sai che ho imparato a sognare
dopo molti sbagli e non desidero nulla di più
ma qualcosa in meno e l’unico mio impegno
è imparare il perdono.

25 nov 2011

Alchimie per una donna(Adriana Scarpa)

Io volerò attraverso la bocca della candela, indenne falena
 (Sylvia Plath)
Contratte a cogliere i suoni le abbiamo lasciate
 a fare e disfare su rozzi telai brandelli di vita.
 Senza volto né nome
 avevano cuori d'argento da appendere alle volte
 di grotte scavate in anfratti
 da seminare nell'alveo di fiumi asciutti come vertebre
 di mastodonti in rilievo.
 Furono mysterion rinchiuso tra rozze pareti, negli occhi l'arsura,
 in rigidezza di membra tenevano serrate frenesie di palpiti, un fuoco che ardeva.
 Le abbiamo incontrate nei tempi di radici e tesori nascosti
 nei raggi argentati di ruote che incidevano dentro la terra i drammi, gli eventi
 e graffiavano a unghiate di fuoco le carni.
 A spaccarle, come pigne,
 come frutto di cocco,
 ne uscivano nettare e latte
 dolcezze impensate
 sotto scorza di pelle-smeriglio,
 sotto grinze di ataviche pene.
 Da spaccati di secoli si spande il loro lamento
 che è stato fragore di vene, rito, sentenza, un codice arcano
 miniato su arabeschi di vento, filigrana di Aracne in precario equilibrio.
 Avevano ritmi di lune e stagioni scandite da fasi di sangue,
 da ventri ingravidati e dovizia di seni.
 Spaccarono i corpi su durezza di zolle, sotto il cercine, come bestie da soma,
 e il riscatto
 era solo un arbusto d'argento cui bruciare incensi e pietà.
 Scolpite su profili di roccia
 hanno avuto radici straziate, un urlo di lava saliva le visceri
 da squarci il magma fluiva su sciare di morte.
 Furon letto di foglie caduche, sottobosco, l'umore di terra
 e rugiada nell'alba
 ma anche aroma di fiori e fragranza.
 Furon pane e il sapore dell'uva e la bocca che prega e lamenta
 furon grappolo e spiaggia e coltello, piaghe aperte
 e tradite beltà.
 Le chiamarono madri, amanti, sorelle circuendo il sentire del cuore
 e strapparono loro le vesti e strapparono loro le carni
 anche l'anima stava inchiodata
 alle quattro pareti del cielo.
 Furono mani in preghiera ed occhi di veglia, ginocchia piegate
 e braccia in forma di cuna a proteggere i loro tesori.
 Le portarono in giro pel mondo ricamate sopra vessilli
 ma avevano mani piagate e labbra di luna spaccata,
 cancellato dal vento l'amore.
 Parole e condanna. Silenzi e condanna.
 Nei polsi l'irromper di vene e bruciava la fronte
 e l'affanno frantumava i lembi del cuore.
 Sin dai giorni di Eva era stato:
 sul paliotto dipinte madonne
 ma le ossa spezzate
 l'ansia ruga sul volto.
 Furon grida taglienti a salire da tetti di canne
 sangue bruno a macchiare le gore e bufere
 e tormenti e ferite realtà.
 Sempre esposte alla folgore, al rito, alla luce radente di luna
 han portato sopra le spalle, loro sì, il peso del mondo
 Loro, i piedi di tutte le genti,
 loro, i corpi sudati a cercarle
 a squassarne le viscere, rapinarne ogni fiato.
 Sono state il bottino di guerra da portare in catene sul carro
 loro, schiave, le lingue tagliate,
 incapaci di prendere il volo
 ripiegarono le ali sul petto a proteggere vulnerabile il cuore.
 Sono state sospiri e sussurri.
 Loro fiaccole accese di notte
 Loro, fari a risplender nel buio
 e le grida dei sogni ed il vento che si è fatto carezza.
 A pensarle tappezzano i muri, sono luce che splende sui vetri
 si dilatano a chioma di albero, sono foglie che cantano
 ed il fiore sul fragile stelo
 e la forza dell'erba che sconfigge stagioni e ritorna.
 Le ho incontrate nel verde dell'alga
 con smeraldi negli occhi, con minuscole attinie in punta di dita.
 Palpitanti.
 Le ho ascoltate in notti di luna scioglier canti d'amore dolcissimi
 eran l'ombra tra i tronchi degli alberi, il lucore di stella
 e la voce più forte, più alta, carezzevole al lobo,
 Eran mani: han posato carezze che lasciarono impronte di fuoco
 e la pelle era ruvida, dura
 ma struggente il gesto d'amore.
 Io le ho amate ed in esse l'essenza di me donna
 che nel mio tempo breve conservo memoria di quell'essere state
 vene aperte, riso lieve di mandorlo, un miscuglio di insonnia e fatica,
 aggrappate al bisogno di esistere
 e quell'ansia di dare e donarsi
 col sorriso a celare la pena.
Anche il tempo si stanca
 solo il cuore resiste con le rughe fiorite
 ed i gambi spinosi di rosa,
 braccia aperte in segno d'accolta
 e gli occhi radiosi, la notte,
 della luce di lune inventate.
 S'è impigliata alla chioma dell'albero come sciarpa
 la nenia del canto - e resiste
 di fanciulle che furono
 l'alone di luce, una nota sperduta.
 Le ho incontrate scolpite nel marmo, dipinte ad affresco su volte ammuffite
 processione di vergini su musaici di sole.
 Han lasciato un messaggio di vita,
 furon madri dai fianchi larghi modellati in impasto di creta
 e alchimie sono state
 e il segreto per estrarre dal vile metallo lo splendore abbagliante dell'oro.
 Han segnato l'aria di sguardi
 e le senti ancora vagare le pupille-carezza sul corpo
 e dan brividi dolci alle carni.
 Son presenze nell'aria quando gonfian le nebbie
 e le braccia stan lì
 e le mani e le labbra di quelle che furono forme che riconosco
 per questo mio essere la loro propaggine ultima
 il cuore rosso-memoria delle loro storie di vita.
 Solitaria coltivo giorni e cantilenando racconto
 di antichi profili, di ombre che ormai hanno scordato
 la legge di gravità
 e tra i grandi alberi vanno fluttuando di sera.
 Sono una di loro. Lentamente
 le fibre del mio corpo si sfanno, come piuma rosata
 sfrùscio segreta e domani qualcuno leggerà anche la mia storia
 sul pentagramma del tempo immutabile.
 Anche le assenze hanno respiro.
 Incorruttibile il fiato.
 Voce, voce di taciuti sorrisi.
 E ancora giorni verranno e notti nell'arcatura del cielo.

11 nov 2011

La chimica in versi(Alberto Cavaliere Cittanova)

Da giovane studente, alunno d'istituto,
non andai mai d'accordo col piombo o col bismuto;
anche il vitale ossigeno mi soffocava; il sodio,
per un destino amaro, sempre rimò con odio;
m'asfissiò forte a scuola, prima che, in guerra, il cloro;
forse perfino, in chimica, m'infastidiva l'oro.
E di tutta la serie sì numerosa e varia
di corpi e d'elementi, sol mi garbava l'aria,
quella dei campi, libera, nel bel mese di luglio:
finché non m'insegnarono che anch'essa era un miscuglio!
Un vecchio professore barbuto, sul cui viso
crostaceo non passava mai l'ombra d'un sorriso,
un redivivo Faust, voleva ad ogni costo
saper da me la formula d'un celebre composto.
Non sapevo altre formule che questa: H20;
e questa dissi: il bruto, senz'altro, mi bocciò.
Poi ch'era ancor più arida nella calura estiva,
io m'ingegnai di rendere la chimica più viva;
onde, tradotta in versi, l'imparai tutta a mente,
e in versi, nell'ottobre, risposi a quel sapiente.
Accadde un gran miracolo: quell'anima maniaca,
che non vedeva nulla più in là dell'ammoniaca,
dell'acido solforico, del piombo e del cianuro,
rise, una volta tanto, e m'approvò: lo giuro!
Mi lusingò quel fatto: volevo far l'artista,
e invece, senz'accorgermi, divenni un alchimista...
Oggi distillo e taccio in un laboratorio,
dove la vita ha tutto l'aspetto d'un mortorio.
E vedo, in fondo, dato che non conosco l'oro,
dato che ancor mi soffoca, sempre accanito, il cloro,
che non avevo torto, e il mio pensier non varia:
la miglior cosa, amici, è l'aria, l'aria, l'aria!...

29 ott 2011

Firenze, bomboniera d’Italia”(Vanessa Baldazzi)

Firenze piccola bomboniera Italiana.
Strade pregiate, incrociano storie antiche.
Cultura serpeggia nelle bocche di veraci Toscani.
Il Ponte Vecchio fa da custode, a un fiume testimone
di amori appena sbocciati e di amori già stagionati..
La moda crudele s’insinua nei vicoli, nei volti di giovani e anziani.
A difendere la città, lo spirito di Dante che impassibile la scaccerà.
Conservando la purezza lucente della preziosa bomboniera Italiana.

 

28 ott 2011

Marcello Plavier :"CANZONE D'AUTUNNO"

Camminare ogni giorno, girovagare pensando,
osservare, paragonare, riflettere, incontrare gente,
parlare con loro, parlare da solo.
Entrare in un bar, uscire dal bar
bevendo da una lattina, alberi che si spogliano,
foglie ingiallite che volteggiano,
e sedersi in terra e pensare.
Una mamma, una carrozzina, un bimbo che piange,
un aquilone appeso ad un filo,
un pallone che rotola, ragazzini che si rincorrono
mentre un vecchio seduto li osserva e sorride,
due cani giocano fra loro abbaiando,
ed io continuo a pensare.
Cerco e trovo nella memoria la sua immagine,
il suo sorriso; quello sguardo gentile,
ironico e sensuale, che tanto mi manca
per vivere e sperare, per gridare e ridere
e baciare le sue labbra perdutamente.

19 ott 2011

"L'attimo fuggente" ANDREA ZANZOTTO 10 ottobre 1921 – 18 ottobre 2011

"Le front comme un drapeau perdu
Ancora qui. Lo riconosco. In orbite
di coazione. Gli altri nell’incorposa
increante libertà. Dal monte
che con troppo alte selve m’affronta
tento vedere e vedermi,
mentre allegria irrita di lumi
san Silvestro, sparge laggiù la notte
di ghiotti muschi, di ghiotte correntie.
E. E, puro vento, sola neve, ch’io toccherò tra poco.
Ditemi che ci siete, tendetevi a sorreggermi.
In voi fui, sono, mi avete atteso,
non mai dubbio v’ha offesi.
Sarai, anima e neve,
tu: colei che non sa
oltre l’immacolato tacere.
Ravvia la mia dispersa fronte. Sollevami. E.
E’ questo il sospiro che discrimina
che culmina, “l’attimo fuggente”.
E’ questo il crisma nel cui odore io dico:
sì, mi hai raccolto
su da me stesso e con te entro
nella fonte dell’anno.
Andrea Zanzotto, Un Grande Poeta del Secondo Novecento
Biografia
Andrea Zanzotto è nato a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, il 10 ottobre del 1921.
Andrea Zanzotto è stato uno degli ultimi grandi poeti del secondo Novecento, i cui versi furono notati per primo da Giuseppe Ungaretti.Nel 1939 si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Padova, dove ebbe come insegnanti Diego Valeri e il latinista Concetto Marchesi.
Il 30 ottobre del 1942 a Padova, con una tesi sull’opera di Grazia Deledda, Andrea Zanzotto si laureò in letteratura italiana avendo come relatore il professor Natale Busetto.Sotto la spinta di Valeri, approfondì la lettura di Baudelaire e scoprì Rimbaud, mentre, grazie a Luigi Stefanini, lesse per la prima volta Hölderlin, nella traduzione di Vincenzo Errante.Da sempre impegnato in difesa dell’ambiente, Andrea Zanzotto trovò nei boschi, nei cieli, nel paesaggio della campagna veneta la sua ispirazione fin dall’infanzia, quando bambino andava con il padre pittore, antifascista, a contemplare il paesaggio che poi ritrovava a casa, nei suoi quadri.Autore prolifico di raccolte in versi ma anche di testi in prosa come “Sull’Altopiano”, Andrea Zanzotto ha usato il dialetto in un quarto della sua opera.Nel 1951 uscì la sua prima raccolta “Dietro il paesaggio” con cui vinse il Premio San Babila per gli inediti che aveva in giuria Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sinisgalli e Vittorio Sereni.Nel 1968 venne pubblicata la sua raccolta “La beltà”, presentata a Roma da Pier Paolo Pasolini e recensita sul Corriere della Sera da Eugenio Montale.Andrea Zanzotto ha raccontato il silenzio della natura e la violenza della storia in tutti i suoi versi raccolti da Mondadori per i suoi novant’anni in “Tutte le poesie”.Dal 1976 iniziò la sua collaborazione con Fellini e con la moglie Giulietta Masina e due anni dopo, pubblicò nella collana Lo Specchio, Il Galateo in Bosco che riceverà il Premio Viareggio nel 1979.La formazione di Andrea Zanzotto non è facile da individuare perché diversa rispetto alle correnti e ai gruppi che hanno caratterizzato il nostro Novecento.Andrea Zanzotto è considerato come il più padano tra i poeti italiani ecco cosa rispondeva alla domanda secondo la quale la sua battaglia contro la cementificazione del Piave si poteva dimostrare come fatto concreto e tangibile della volontà di essere in prima linea per la sua terra:” La marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di memorie è arrivata ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi. I boschi, i cieli, la campagna sono stati la mia ispirazione poetica fin dall’infanzia. Ne ho sempre ricevuto una forza di bellezza e tranquillità. Ecco perché la distruzione del paesaggio è per me un lutto terribile. Bisogna indignarsi e fermare lo scempio che vede ogni area verde rimasta come un’area da edificare”«Che cosa si capisce della vita dopo 90 anni? Niente». Andrea Zanzotto aveva risposto così in un’intervista al Tg3 del Veneto il giorno del suo novantesimo compleanno. «Cosa vuole che si capisca in 90 anni ? Per dire parole che valgano la pena bisognerebbe almeno averne 900 di anni…».

15 ott 2011

Anna Marinelli "Le mani delle donne sanno d'ago e di filo"

Le mani delle donne
intrecciano conchiglie di sorprese
e s’appuntano asterischi di luna
sulle brume dei capelli arrotolati.
Sciolgono silenzi di vetro
al crogiolo sempre acceso delle loro bocche,
intessendo arazzi d’accoglienza.
Le mani delle donne
sanno d’ago e di filo
e cuciono stupori d’aquiloni
da annodare tra le mani dei bambini.
Quelle mani hanno ore da sbucciare
nei riflessi dei mattini
e intingono le attese
in anfore sempre piene di speranza.
Sigillano pulviscolo di solitudini
in teche di madreperla, che,
fatate, sanno mutare in sorriso la malcelata pena.
Custodiscono battiti cadenzati come torchi
per spremiture di uvaspina
per propiziare vaghezze di sospiri,
Col punto d’erba e festoni
arredano tristezze di solitudini...
e schiudono segreti scrigni di sole
nei giorni di una pioggia inopportuna.
Se giovani, quelle mani,
sanno avere levità di ali
e sulle spalle incurvate dei vecchi
si chinano amorose,
per sollevare il duolo di ogni pena.
Le mani delle donne
spalmano carezze di nutella
su fette d’anima fragrante
Chiudono pietose
le palpebre dell’ultimo respiro
col tocco lieve delle loro dita
schiudendo tepori di placente.
aprendo varchi ad una nuova vita

9 ott 2011

Tinti Baldini "Chi siede"


Chi siede
su quello scranno
e tutti attorno
chi sbuccia banane
chi rimesta fango
chi conta scudi
chi li disperde
c’è massa silenziosa
che acconsente
gruppi inerti che
scandiscono il tempo
poi quelli che arrossano
gote e malleoli
mentre chini raccolgono
briciole di luna
a parte un cerchio di festanti
che mandano fetore e risate
c’è chi mormora al vento
chi assopito rinuncia
chi applaude senza le mani
o s’accanisce su ruvidi fogli
ci sono poi anziani e bambini
a raccolta
attorno ad uno stagno
che si specchiano
avari di sorrisi
e donne colorate che
attendono
sguardo al mare
che non c’è
ma chi è seduto
su quello scranno?
Nessuno
Vuoto è il potere
se ferisce le anime
dei vivi
e quelle dei morti.

5 ott 2011

L'amore dei vecchi "GIOVANNI GIUDICI"

In una gloria di sole occidentale
vaneggi, mente stanca:
inseguito prodigio non s’adempie
nell’aldiquà del fiore che s’imbianca
Ma tu, distanza, torna a ricolmarti
tu a farti terra in questa ferma fuga
mare di nuda promessa
ai nostri balbettanti passi tardi
E tu, voce, rimani
persuàdici – un poco, un poco ancora
nostro non più domani,
usignolo dell’aurora

24 set 2011

Piero Colonna Romano "Fahrenheit 451"

Risplendono fiamme
nell’est del paese.
Ritorna il ricordo
di roghi passati,
accesi da chiese
nefaste ed oscure.
D’Egitto Cirillo
bruciò biblioteca
e santo lo fece
il clero di poi..
Così come tutti
tiranni del mondo
Benito con Adolf
bruciarono libri
assieme a Francisco,
temendo cultura.
Così anche oggi
ripete la storia
la lega padana.
Distorce il passato,
inventa regioni.
Di scomodi libri
farà delle pire..
Ma ancora son vivi
quegli uomini libro,
memoria di tutto
sapere del mondo
e ultimo sogno
d’un viver civile.

3 set 2011

Anileda Xeka "Ti ho perso"


Ti ho perso per ben due volte e questo è tutto quel che so.
non sono come tanti, non voglio, né cerco un’alternativa diversa,
affinché sembri meno assurda o ingiusta la tua scomparsa.
il vuoto che in me è senza misura.
potrei pensare che la tua essenza continui ad esistere
sotto forma di una stella, magari.
per intere notti, starei a guardare il cielo, se così fosse,
cercando di immaginare quale, tra la più splendenti, tu sia.
potrei pensare che tu sia diventato un angelo e che da lassù
mi guardi e proteggi. che la tua casa sia un giardino di rose
dai profumi che da sempre in te abitano, che non si senta altro
rumore che il fruscio di un un arcobaleno di petali
che lo sgorgare dell’acqua dalla fonte…
potrei, ma questo non accadrà.
in questo non/dolore, non/vita ho disimparato in fretta a mentirmi.
benché tenti ad ingannarmi lo squillo del tuo telefono ogni qualvolta
che ti chiamo, di certo non sarà la tua voce a rispondermi.
se metterò piede, in quel che era la mia casa, mia non perché
li nacqui e crebbi, ma perché spesso fui per te un figlio con fierezza.
a dispetto, poi dei trent’anni che pesano sulla bilancia
fui la tua eterna bambina, con ammirazione profonda, con una tale gratitudine
che baciarti le mani di continuo non mi bastò mai.
se tornavo,
tornare è un verbo che non so svolgere che in passato,
come tanti altri d’altronde, li in mezzo alle tue rose e i ligustri,
non saranno le tue braccia ad accogliermi,
pur essendo anche loro tuoi figli, poesie dalle tue mani scritte,
fratelli miei e sorelle.
” il mio cuore era troppo piccolo ” mi convince l’unico occhio che è
senza palpebra e in me sentenzia come il peggior giudice.
” ti amavo tanto ” in mia difesa sussurrano un tremolio di foglie cadenti.
vano tentativo, come quello di disseppellire il mio cuore, sperando
che avrei potuto amare quel che tu amavi
ma non si sente che il ronzio fastidioso di una sveglia
che non sa mai zittirsi. intrappolata sta nel mio torace e avvia
per quanto assurdo sembri
l’ingranaggio arrugginito che ormai è diventato il mio corpo


2 set 2011

L'IMMIGRATO "Armando Bettozzi"


L’avevamo immaginato disuguale
e lontano dai confini e dalla storia,
strano in viso, senza neanche la memoria
d’un passato: una sorta d’animale –
pure umano – ma riuscito alquanto male,
senza neanche una parvenza meritoria,
senz’alcuna aspirazione migratoria
privo d’ogni facoltà decisionale,
come fosse per l’eternità inchiodato
sulle terre ingenerose dove è nato.
Ma a quell’essere che a lui è superiore
dimostra, oggi, che anche il solo dolore
può bastare a buttar giù la staccionata
che uomo e natura gli hanno edificata.

1 set 2011

L'unica Via "Arnoldo Foà"


Non si arriva ad una meta
se non per ripartire
e là dove siamo ora
non è che una tappa del nostro cammino
con la certezza che ogni sera
è la promessa di un'aurora
conta i fiori del tuo giardino
mai le foglie che cadono
conta le ore della tua giornata
dimentica le nuvole
conta le stelle delle tue notti
non le tue ombre
conta i sorrisi della tua vita
non le lacrime
e ad ogni compleanno
conta con gioia la tua età
dal numero degli amici
non da quello degli anni
che piccola cosa è una vita
la mia, la tua, come tutte
è una goccia
e che si perda in un mare d'amore
è l'unica via
altrimenti è una goccia sprecata
troppo piccola per essere felice da sola
troppo grande per accontentarsi del "nulla".
(anonimo)