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11 giu 2012

E ora imparate!! (11 Giugno 1944)

“E ora imparate”
Ma cosa abbiamo imparato davvero? 
Una scritta che suona come un monito e che andrà oltre il tempo se solo saremo in grado di interpretarla e di applicarla. 
Il cippo di Poggio alla Malva non è soltanto nuda pietra, ma ha una voce che racconta fatti di una notte di diversi anni fa. La notte tra il 10 e l’11 giugno quando la Squadra di Azione Partigiana (SAP), comandata da Bogardo Buricchi organizzò il sabotaggio agli otto vagoni carichi di esplosivo presso la stazione di Carmignano e diretti probabilmente verso Pisa o Livorno, oppure verso Prato per la distruzione dei macchinari delle industrie tessili.L’esplosivo proveniva dalla fabbrica “Nobel” o “Nobile” come veniva chiamata, in cui la produzione di dinamite era stata riconvertita a scopi bellici dai Tedeschi che tentavano di fermare l’avanzata degli Alleati nel paese, usufruendo della posizione strategica della fabbrica, che si trovava alla confluenza tra Arno e Ombrone e protetta da una vegetazione impenetrabile, che funzionava da scudo contro qualsiasi attacco aereo. Nonostante la SAP avesse già organizzato altri sabotaggi e per quanto alcuni dei partigiani avessero lavorato tra l’altro alla Nobel, qualcosa quella notte andò storto. 
L’11 giugno 1944 non è stata solo una testimonianza di Resistenza a Carmignano. Dovrebbe essere prima di tutto un insegnamento di vita.
Se ci pensiamo bene però non è mai stata posta la parola “fine” a quella guerra, perché chi bistratta la Resistenza o nega l’esistenza dei campi di concentramento, luoghi tangibili che parlano da soli senza bisogno del racconto dei pochi sopravvissuti, non solo nega la verità storica, ma offende la memoria di tutte quelle donne e di tutti quegli uomini, di cui non si parla- purtroppo-nei libri di storia, ma che hanno sacrificato la loro vita per un ideale su cui oggi viene fatta molta ironia.La libertà ai tempi del Fascismo e del Nazismo era un bene più prezioso del pane e dell’acqua e a più di sessanta anni di distanza cosa ci permettiamo di fare noi? Ci permettiamo ad esempio di limitare la libertà di espressione creando sistemi di informazione a senso unico, dimenticandoci che sessanta anni fa chi voleva parlare e dissentire, doveva farlo clandestinamente.
E ci permettiamo di disonorare il diritto di voto, che ai tempi non era né libero, né segreto, perché la linea da seguire era una sola ed era stata preclusa ogni possibilità di scelta Facendo così prendiamo a calci la Costituzione, riducendola a carta straccia e ci prendiamo gioco di un patrimonio che ci è stato consegnato da molti, che sono stati anche protagonisti della Resistenza, non importa di quale colore politico, dal momento che la Libertà non è né di destra, né di sinistra, ma di tutti.
Bogardo e Alighiero Buricchi, Ariodante Naldi e Bruno Spinelli non erano soltanto partigiani, erano prima di tutto uomini, che si sono battuti contro l’occupazione nazifascista e non dei ribelli che hanno compiuto un atto di rivolta, mettendo in pericolo l’intera popolazione. Erano spiriti liberi, ai quali neppure la morte è riuscita a mettere le catene, “ragazzi” che hanno portato alto il vessillo di valori nobili e che noi abbiamo il compito di custodire, tenendo stretto il filo rosso della memoria.“ Credo che il lavoro che è stato svolto nel corso degli anni passati e l'impegno che l'Amministrazione Comunale di Carmignano sta continuando a concentrare nella realizzazione di iniziative a sostegno della memoria di questi eventi siano fondamentali. Ma una menzione particolare va a tutte quelle associazioni che nel corso degli anni sono andate aumentando: mi riferisco in primo luogo al Comitato “11 giugno”, agli amici del Circolo Naldi di Poggio alla Malva, all'Associazione "Frammenti di memoria" di Comeana e allo stesso Circolo 11 giugno di Carmignano, che hanno contribuito in maniera decisiva non solo ad aumentare il "cartellone" della ricorrenza ma anche a coinvolgere tante persone e tanti giovani per far conoscere quegli eventi così significativi per il territorio carmignanese”.
È ora di dire basta alla guerra. Basta alle stragi. Non abbiamo più bisogno di eroi a ricordarci di quanto la libertà sia incommensurabile.Dobbiamo solo imparare. Imparare a rispettare questo mondo che ci è stato consegnato migliore di come lo avevano trovato coloro che ci hanno preceduto. Imparare e prenderci cura di ciò che non abbiamo ricevuto in eredità, ma che abbiamo preso a prestito dai nostri figli. 
Da "Paese Sera"
GRUPPO 11 GIUGNO FACEBOOK(QUI)

25 apr 2012

Mio padre è morto a 18 anni partigiano (Roberto Lerici)

Mi' padre è morto partigiano
a diciott'anni fucilato ner nord, manco so dove;
perciò nun l'ho mai visto, so com'era
da quello che mi' madre me diceva:
giocava nella Roma primavera.
Mo l'antra notte, mentre che dormivo,
sarà stato due o tre notti fa,
m'e' parso de svejamme all'improvviso
e de vedello, come fusse vero;
sulla faccia c'aveva un gran soriso,
che spanneva 'na luce come un cero.
- Ammazza, come dormi - m'ha strillato,
era proprio lui, ne so' sicuro,
lo stesso della foto che mi' madre
ciaveva sur comò, dietro na fronda
de palma tutta secca, benedetta,
un regazzino, che ride in camiciola,
cor fazzoletto rosso sulla gola.
Ma siccome sognavo i sogni miei,
pe' la sorpresa j'ho chiesto: - Ma chi sei?-
- So' tu' padre - ma detto lui ridenno
- forse che te vergogni alla tua età
de chiamamme cor nome de papà? -
- No, papà, te chiamo come hai detto,
me fa ride vedette ar naturale,
scuseme tanto se me trovi a letto,
che voi sape'? Nun me posso lamenta',
nun so' un signore, trentadu' anni,
davanti c'ho na vita,
ancora nun è chiusa la partita. -
Lo sai, da quanno mamma s'è sposata
co' mi' padre, che invece è er mi' patrigno...
credo sett'anni dopo la tua morte... -
A 'ste parole ho visto che strigneva un poco l'occhi,
come quanno se sta ar sole troppo forte.
- Scusa papa', credevo lo sapessi -
Ma lui, ridenno senza facce caso,
spavardo, spenzierato, m'ha risposto:
- Ma che ne so io de quello che è successo,
io so' rimasto come v'ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo...
giocavo a calcio e mica me stancavo,
giocavo co' tu madre e l'abbracciavo,
giocavo co' la vita e nun volevo,
coi fascisti però nun ce giocavo,
io sparavo, sparavo, sparavo. -
Poi m'ha toccato i piedi dentro al letto
e ha fatto un cenno, come da di' - Sei alto! -
- E dimmi - dice - prima d'anna' via,
che n'hai fatto della vita
che t'ho dato giocanno co la mia...
Vojo sape' sto monno l'hai cambiato?
Sto gran paese l'avete trasformato?
L'omo novo è nato o nun è nato?
In qualche modo c'avete vendicato?
- e rideva co' l'occhi, coi capelli,
sembrava quasi lo facesse apposta.
Me sfotteva, capito, quer puzzone
rideva e aspettava la risposta.
- Ma tu che voi co' tutte 'ste domanne?
Mo' perché sei mi' padre t'approfitti.
Tu m'hai da rispetta', io so' più grande!
Va beh adesso accampi li diritti
perché sei partigiano fucilato...
ma se me fai sveja' io t'arisponno,
mabbasta solo che aripijo fiato.
Certo che la vita è migliorata!
Avemo pure fatto l'avanzata.
Travolgente hanno scritto sui giornali. -
- Mejo così - me fa - se vede che è servito...
vedi quanno che m'hanno fucilato
Nun ho strillato le frasi de l'eroi
pensavo a voi che sullo stesso campo
avreste certo vinto la partita
pure che io perdevo er primo tempo. -
- No, un momento papà, te spiego mejo...
nun è che avemo proprio già risorto
nella misura in cui ci sta er risvorto emh...
E allora quer ragazzo de mi' padre
che stava a pettinasse nello specchio
s'arivorta me fissa e me domanna:
- Ma insomma, adesso er popolo comanna?-
Qui so zompato sur letto, co' na mano
m'areggevo le mutanne, co' l'altra
cercavo de toccallo, e nun potevo.
Allora j'ho parlato,
perché m'aveva preso come 'na malinconia
e nun volevo che se ne annasse via
prima de sape' bene come è stato.
- Sei ragazzo, papa', come te spiego
nun poi capi' come cambia er monno..
Ce vole tempo, er tempo se li magna
i sogni nostri, io, sai che faccio, aspetto!
Tutto quello che viene, io l'accetto,
semo contenti se la Roma segna,
li compagni so' tanti e li sordi pochi...
e nun ce sta più tempo pe' li giochi! -
- Ma so' sempre quelli te strappano le penne,
ma tu nun poi capi' papa', sei minorenne,
se eri vivo te daveno trent'anni,
mejo che torni da dove sei venuto,
perché quelli che t'hanno fucilato,
proprio quelli lì qui te fanno mori' tutti li giorni!
Lassa perde papà, qui nun e' aria,
semo cresciuti...nun semo piu' bambini,
torna a gioca' co' l'artri regazzini
che hanno fatto come hai fatto tu,
noi semo seri...e nun giocamo più.
A 'sto punto mi padre s'e' stufato,
ha fatto du' spallucce, un saluto,
s'è rimesso in saccoccia la sua gloria
e vortanno le spalle se n'e' annato
ripetendo nel vento la sua storia:
- Ma che ne so io de quello che è successo,
io so' rimasto come v'ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo...
giocavo a calcio e mica me stancavo,
giocavo co' tu' madre e l'abbracciavo,
giocavo co' la vita e nun volevo,
coi fascisti io però nun ce giocavo...
io sparavo, sparavo, sparavo

Lanciotto Ballerini

Oggi 25 Aprile voglio dedicare un post a un valoroso partigiano toscano "Lanciotto Ballerini",devo ammettere che non ero documentato sulla sua storia,però dopo gli ultimi incontri con l'Anpi di Prato il comune di Carmignano e noi del comitato 11 Giugno di Poggio alla Malva( finalizzati all'organizzazione degli eventi per prossimo 11 giugno)il nome di Lanciotto è entrato spesso nelle nostre discussioni,sopratutto per il fatto che prossimamente uscirà il film sulla sua vita,e perciò ho cercato di documentarmi(grazie anche a Internet) e ricostruire la sua storia....
LANCIOTTO BALLERINI
Nato a Campi Bisenzio il 15 agosto 1911 da Felice ed Antigone Paoli.I Ballerini sono una famiglia numerosa, sei fratelli (Bertino, Vittorio, Alfredo, Lanciotto, Romolo e Renzo) ed una sorella Gilda, la più piccola.Felice Ballerini padre, antifascista convinto, si occupa dell’attività di macellazione e di commercio carni, specialmente di ovini, ben presto diviene il mestiere di tutta la famiglia. L’infanzia di Lanciotto è come quella di tanti suoi coetanei, vita di campagna, lavoro e scuola. Da giovanissimo Lanciotto mostra eccellenti dote fisiche, la sua prestanza fisica lo porta a primeggiare tra i coetanei, ma è un giovane altruista “un forte che aiuta i deboli”, in molte occasioni locali si è distinto per aver preso le difese dei più deboli. Amante dello sport e sprezzante del pericolo, gli piace gareggiare con gli amici ed essendo un giovane di grande resistenza riesce a primeggiare nelle sfide di ciclismo e di nuoto è alto e fortissimo. In paese un giorno successe una disgrazia, un uomo affogo nel Fiume Bisenzio, dopo averlo cercato inutilmente con le squadre dei soccorsi, mandarono chiamare Lanciotto che era un esperto del fiume perché abituato ad andarci a pescare con le mani e conosceva tutti i punti del fiume, abile nuotatore resisteva circa 3 minuti sotto l’acqua, recuperò la salma dello sfortunato e lo consegnò ai familiari.Gli amici e Ferdinando Puzzoli lo convincono ad avvicinarsi allo sport del pugilato (lui era contrario lo considerava uno sport violento) Ferdinando cominciò ad allenarlo nei primi momenti di iniziazione. Lanciotto si segnala quasi da subito come uno dei migliori allievi. Inizia così una ricca parentesi sportiva (a 19 anni vinse il torneo “Primi Pugni”), che lo vede incontrarsi con grandi nomi del pugilato dell’epoca ma, questa bella parentesi sportiva si chiude con la chiamata alle armi nel 1931, dove presta il servizio militare in Emilia.
Dopo aver finito il militare ritorna a casa e dopo pochi anni viene richiamato alle armi, per una guerra vera, quella in Etiopia. La vita di militare in Etiopia per Lanciotto è contrassegnata da atti di eroismo e punizioni, il suo carattere generoso ed altruista è anche poco disponibile a tollerare i comandi e la disciplina militare. Un atto di valore gli valse la proposta di promozione a sergente e vale la pena di raccontarlo: – c’erano tre soldati italiani a lavarsi in un fiume, fra loro un campigiano, un certo Rossi di S. Cresci. Poco più in là Lanciotto, la cui attenzione venne richiamata dalla cantilena di guerra africana; Lanciotto impugnò subito il fucile ed ecco infatti che dal cespuglio balzo fuori un africano armato di scimitarra per aggredire i soldati al fiume. Lanciotto sparò subito, salvando la vita ai compagni fra cui vi era anche un ufficiale. La sua promozione a sergente però non ebbe seguito perché, dopo poco viene punito per aver diviso il pane con compagni di grado inferiore, cosa mal tollerata dalle gerarchie militari del campo.
Quando Lanciotto rientra a Campi dopo la guerra viene accolto dai fascisti come un eroe e gli viene subito offerta la tessera fascista, ma Lanciotto per le sue idee di libertà, di uguaglianza, di democrazia e la sua avversione alle gerarchie, la rifiuta, perdendo così la possibilità di trovare lavoro e sicurezza per sé e per la sua famiglia.I Ballerini sono segnalati come antifascisti e in più c’è quella grande amicizia sospetta con il sovversivo Nandino (Ferdinando Puzzoli).Il 5 aprile 1937 Lanciotto sposa Carolina Cirri, una ragazza di S. Giorgio che gli darà ben presto una figlia, Amapola. Nell’ aprile del 1939 Mussolini decide di occupare l’Albania. Nel maggio 1939 con la definitiva entrata in guerra dell’Italia, Lanciotto è chiamato a combattere in Grecia ed in Iugoslavia, in questo periodo tramite alcune testimonianze, pare che Lanciotto abbia avuto buoni rapporti con i partigiani iugoslavi, pur facendo parte dell’ esercito invasore, la sua scelta di campo è maturata.Una testimonianza, quella del fratello Vittorio che era insieme a Lanciotto in Iugoslavia, il quale parlando con i figli ha raccontato il vissuto della guerra:“Lanciotto, quando era in Iugoslavia, la sera spesso si allontanava di nascosto dal campo della divisione, prendeva una bicicletta e andava ad avvertire i paesi e i villaggi, tra cui un paese chiamato Baron che all’indomani sarebbe passato l’esercito italiano fascista e che avrebbero subito un attacco indiscriminato”. Riuscì a dare la possibilità di sopravvivere a centinaia di donne, bambini ed anziani che trovarono rifugio in altri luoghi. Vittorio gli diceva: – Lanciotto hai famiglia, se ti scoprono ti uccidono. “Non posso vedere uccidere persone innocenti” – rispondeva Lanciotto: – “Pensa ai nostri familiari, se si trovassero loro, nelle stesse situazioni…” .Tanto Lanciotto era conosciuto dai partigiani di Tito della zona, che Vittorio ebbe salva la vita, – racconta che si era allontanato dal reparto per avvicinarsi ad un torrente (gli piaceva tanto pescare) ma da una boscaglia uscirono i partigiani. – Sono morto! Pensò. – …. Ma uno di loro riconobbe la somiglianza con Lanciotto e grido in slavo: – “Fratello, fratello”. Lo riconobbero come fratello di Lanciotto, quello che aveva salvato con le sue informazioni tanti loro familiari. Lanciotto aveva maturato da tempo la sua scelta di campo, quella di rifiutare la guerra e di combattere chi la propaga. Rimpatriato nel giugno 1943 Lanciotto è a Firenze assegnato all’84° reggimento fanteria, viene poi ricoverato, all’Ospedale militare di San Gallo per dolori reumatici che lo rendevano leggermente claudicante.
Da una testimonianza del Patriota Paoli Spartaco incontriamo Lanciotto alla data del 27 luglio mandato a chiamare dai cittadini di San Donnino.
TESTIMONIANZA DI PAOLI SPARTACO(rilasciata all'Anpi)
Il 25 luglio 1943 che giornata è stata?
Qui a Campi il 25 luglio era una domenica, mi ricordo che un bisbiglio mi arrivo e mi dette la stupenda notizia, io non seppi trattenermi ed esultai dalla gioia, mi dissero di essere cauto e di aspettare. Durante tutta la notte un solo pensiero fremeva la mia mente, una gioia e un eccitazione unica, la fine del fascismo…finalmente.La mattina seguente (il 26 luglio) alle 5 ero già sveglio non stavo nella pelle, poi la mattinata del 26 luglio verso le 9,00 una folla spontanea ed esultante festeggio la notizia con l’assalto della casa del fascio, buttammo tutto i mobili e gli stemmi fuori dalla finastra dai balconi giù per strada, carte etc, tutto quello che si trovava, prendemmo a schiaffi alcuni di loro che andarono poi a rifugiarsi in Chiesa dal Don Santoni e solo l’intervento dei capi dell’ organizzazione clandestina evito il peggio, la folla era molto arrabbiata, e non faceva più distinzione tra quelli che erano i violenti e quelli che invece avevano servito il fascismo per vari motivi.Mi ricordo che il giorno dopo il 27 andammo a S. Piero a Ponti ed a S. Donnino ad assaltare le varie case del fascio, a S. Donnino confermo che il maresciallo di San Piero a Ponti ci punto la pistola addosso e Lanciotto che era con noi disse: – Un tunn’hai il cuore di sparare e gliela tolse, e gli disse di andare via a pensare alla sua famiglia, che unn’era il caso di prendere le difese dei fascisti. Il maresciallo si allontano, prendemmo le case del fascio e le devastammo. Purtroppo non fummo molto furbi, non pensavamo che poi sarebbe successo ciò che e successo, dovevamo distruggere tutti i dati anagrafici della popolazione, così avremmo evitato le chiamate alle armi e le minacce di morte.
A riguardo degli eventi del 26 luglio 1943 c’è anche la testimonianza di Enzo Puzzoli, rilasciata all’ANPI locale:
“L’entusiasmo della popolazione locale per la notizia si manifestò con grande euforia. Una trentina di fascisti locali andarono a nascondersi nella Pieve di S. Stefano e chiesero la protezione al pievano don Santoni. La folla era inferocita per le persecuzioni subite, per i lutti a causa del regime e della guerra, sembrava non arrestarsi neppure di fronte al pievano. I patrioti antifascisti si accorsero che la follia aveva preso il sopravvento. Mandarono a chiamare Ferdinando Puzzoli e Marino Cecchi i quali si posero davanti al portone della Pieve. Nandino parlò ai suoi concittadini e disse: – Volete fare come hanno fatto fino ad ora loro, i fascisti? Allora entrate, se volete diventare come loro. Oppure avete una coscienza, un’anima, un ideale per sperare, per cambiare, per migliorare? Se è così tornate a casa.Lanciotto è gia inserito nel movimento clandestino antifascista e alla notizia dell’Armistizio l’8 Settembre tornò definitivamente a casa.In quei giorni frenetici, bisogna organizzarsi, darsi da fare. I Ballerini,i Puzzoli, i Conti, Verniani, Querci, Bacci, Paoli, Roti, Sernissi, Palloni, Papi, Bernardi, Frati, Borracchini , Casini, Calieri, Passerini, Bacarelli, Rastrelli, Pancani, Rossi, Panerai, Rugi e altri antifascisti locali mettono in atto in clandestinità, un cordone di sicurezza intorno alla loro comunità.Lanciotto insieme con altri patrioti locali, entrano in azione in quei primi giorni di ribellione, assaltando un carro armato guidato da “camicie nere” che transitava nell’Osmannoro, presso la località detta “Casa Bianca” (nucleo di case vicino alla motorizzazione). Dopo aver fatto correre a gambe levate i carristi disarmandoli, resero inutilizzabile il carro prelevando tutto ciò che poteva essere utile, i proiettili, le armi e la mitragliatrice che era sopra al carro. Così Lanciotto si procurò la prima mitragliatrice che portò con sé in montagna. La sera del 15 settembre 1943 dalla casa colonica del mezzadro antifascista Serafino Colzi a Tomerello il gruppo partigiano locale, comandato da Lanciotto, risalendo l’alveo del Torrente Marina raggiunge Monte Morello.
A.N.P.I. “Lanciotto Ballerini” Campi Bisenzio
Quindi  come ci racconta Enzo questo gruppo di partigiani guidato da Lanciotto Ballerini e Ferdinando Puzzoli parte il 15 settembre per Monte Morello, forse il primo gruppo di partigiani dell'intera Toscana che in maniera organizzata si sposta sui monti.Nei mesi a seguire l'azione è incentrata sul vettovagliamento e sulla costituzione di una sufficiente dotazione di armi ed equipaggiamento.Numerose volte Lanciotto torna a Campi Bisenzio per prelevare quello che amici e compagni erano riusciti a mettere da parte.Quando passa per le vie del paese i fascisti fingono di non vederlo per non doversi misurare con lui e perché è evidente da che parte sta la popolazione.Gli ultimi giorni del 1943 Lanciotto si sposta con la sua banda da Monte Morello verso i monti del pistoiese, ma sulla Calvana il 3 gennaio 1944 cade da eroe nella battaglia di Valibona.La formazione partigiana (vi si erano aggregati due soldati russi,due soldati jugoslavi e un capitano inglese fuggiti dalla prigionia), era da pochi giorni accantonata in località Case di Valibona quando, da Prato, Vaiano e Calenzano mossero le formazioni della guardia repubblichina, del battaglione Muti, di carabinieri e fascisti dei comuni limitrofi. I partigiani furono attaccati al crepuscolo.
La sorpresa degli uomini di Lanciotto, che non aveva disposto sentinelle, sarebbe stata completa, se uno dei militari russi  non si fosse per caso svegliato all'alba e non fosse uscito dal casolare nel quale riposavano i partigiani. il Russo visti i fascisti a pochi metri dalla base, svegliò Lanciotto.Il comandante, prontamente,dette l'ordine al sardo Ventroni di sparare con il fucile mitragliatore "Breda" salì sul tetto del casolare con un mitragliatore e cominciò a sparare, costringendo i fascisti ad arretrare; poi, vistosi accerchiato, decise il tutto per tutto, per consentire, almeno ad una parte dei suoi uomini, di sganciarsi. Ballerini, mentre gli altri partigiani sparavano con tutte le armi a disposizione, attaccò a colpi di bombe a mano due nidi di mitragliatrici, neutralizzandoli. Al terzo assalto cadde, colpito in fronte.I fascisti catturarono Vladimiro Andrey, tenente dei genieri dell'Armata rossa che aveva un piede ferito,e lo finirono barbaramente. Il partigiano sardo Ventroni, addetto alla mitragliatrice "Breda", fu bruciato vivo con il lanciafiamme.In quello scontro, che è valso a Ballerini la massima ricompensa al valore, i fascisti della Muti e i repubblichini ebbero cinque morti, tra cui il comandante del presidio di Prato, e un alto numero di feriti.A Campi Bisenzio c'è ancora chi ricorda il suo  funerale: quasi tutta la gente del paese scesa in strada, il carro funebre seguito da un centinaio di partigiani inquadrati e armati,calati dalla montagna - nonostante i nazifascisti fossero ancora lontani dall'essere sconfitti  per rendere onore al comandante della prima formazione garibaldina costituitasi in Toscana dopo l'armistizio. Da quel che era rimasto di quella banda partigiana - poco più di una dozzina di uomini che avevano combattuto per quattro mesi, fornendo più prova d'audacia che di organizzazione, così come era nel carattere di Lanciotto, ma che avevano inflitto gravi danni al nemico con improvvisi assalti e colpi di mano - sarebbe nata la brigata "Ballerini", che avrebbe operato sin dopo la liberazione di Firenze.Lanciotto Ballerini e due dei suoi uomini (altri tre rimasero feriti e altri tre ancora risultarono dispersi), caddero la mattina del 3 gennaio del 1944.
Su questo monte
in cruenta battaglia
contro soverchianti forze
nazi=fasciste
caddero accomunati dai grandi
ideali di libertà di pace
di indipendenza dei popoli
i partigiani
LANCIOTTO BALLERINI Medaglia D'oro al V.M.
VENTRONE TOMMASO
WLADIMIRO Tenente Sovietico
3 gennaio 1944
4 giugno 1967
XX della Costituzione





24 apr 2012

25 APRILE TUTTI I GIORNI!!!

Potrei pescare tra i numerosi post sulla resistenza che negli ultimi anni ho pubblicato in questo blog,e  estrarne uno a caso,per esempio uno di quelli scritti in occasione di un 25 aprile ma anche uno di qualsiasi altra ricorrenza,e sono certo che sarebbe attuale,perché in ognuno son sicuro di aver scritto che io antifascista lo sono da sempre e lo sarò per sempre facendone un principio della mia esistenza,una certezza incrollabile.La cosa che mi rattrista però è vedere che la maggior parte della gente ricorda questa data solo nel giorno stesso,magari solo perchè è festa,(non si và a lavoro a scuola ecc)è una ricorrenza che è rimasta solo un'occasione per le espressioni retoriche delle istituzioni prive di senso e di spessore,un giorno utile a noi per contarsi o per farsi coraggio,e utile a loro per esporre il meglio o il peggio che hanno da mostrare.Invece l'unica cosa sensata di questa giornata dovrebbe avere l'esigenza di trasformare ogni giorno a venire in un 25 aprile,ma mi spiace ammettere che anche questa potrebbe essere solo retorica, dal momento che oggi tutti ci sentiamo partigiani e domani avremo un altro modello da seguire, un altro abito da indossare.Purtroppo è così,e allora cerchiamo di  ricordiamo il 25 aprile per il vero senso di questa data ricordiamo il sacrificio importante di tanti giovanissimi:perché il desiderio di vivere liberi e in un paese più giusto ha portato a morire ragazzi che hanno messo a disposizione del nostro presente le loro vite,le loro passioni e speranze.
E’ sempre più importante tenere alto il ricordo,preservare la memoria,perché la storia ci insegna che niente è dato per scontato.Sopratutto oggi  dopo anni di governo di centro-destra che ha cercato proprio di cancellare la resistenza e la storia di questo paese,quindi come spesso è capitato nella storia del dopoguerra,siamo chiamati a fare la nostra parte:perché nel rispetto delle radici della nostra Repubblica è per questo è necessario dire di no alla parata fascista a Cagliari di domani..Dire di no a chi propone di equiparare tutti i combattenti mettendo sullo stesso piano i repubblichini di Salò con quei partigiani e soldati che si unirono invece per liberare l’Italia.Dire di no ai tentativi continui di revisionismo che approfittano del tempo,della scomparsa inevitabile dei testimoni dei fatti,e piano piano tagliano i contributi alla ricerca storica.E dire no a coloro che in questi anni hanno governato dimenticando i principi della costituzione,uno su tutti  il lavoro: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” recitano le prime righe della nostra Costituzione.Mantenere vitale la nostra Carta significa fare in modo che le migliori teste del nostro paese abbiano gli strumenti per rimettere in moto l’economia secondo meccanismi di giustizia e fornire a tutti, in primis i giovani, il diritto al lavoro.
Ecco allora che della Resistenza e dell’esempio di chi l’ha sostenuta, abbiamo quotidiana necessità: la festa della Liberazione porta il nome di tutti i ragazzi che lottarono consapevoli di agire per chi sarebbe venuto dopo.Per questo oggi abbiamo ogni giorno il compito di assaporare la libertà e di preservarla,di pretenderla, di curarla.Abbiamo il dovere di alzare la testa di fronte alle ingiustizie che accadono rispetto al nostro prossimo e riconoscere nel rischio di un razzismo dilagante il germe della violenza nazifascista che vorremmo fosse per sempre estirpato. Mai più prigionie e deportazioni, mai più massacri,mai più guerre: nel rispetto della storia di questa terra,nel rispetto degli uomini e delle donne che la tragedia hanno conosciuto sulla propria pelle, dentro ai propri cuori.Mi piace ricordare in questa giornata le parole di Piero Calamandrei, membro della Costituente, che in un suo noto discorso rivolto ai giovani disse : “Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dov’è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione.” Ed è con queste parole che dev’essere giorno di festa per tutti e per tutte: pensare al passato per tenere vivo il presente e poter dire con forza e sinceramente viva l’Italia, viva la libertà! Buon 25 Aprile a tutti!!
25 APRILE "RITA PANI"
La festa del 25 Aprile la sospenderei in attesa di tornare a meritarcela. Son curiosa di sentire che si dirà dai palchi allestiti ormai in sempre meno città, espletate le formalità della posa di corone d’alloro con sindaci fasciati, seguiti da un minuscolo drappello di nostalgici sognatori.Diranno forse che la storia ci ha insegnato? Che il sangue dei giovani eroi ci ha donato la libertà? Che ci verranno a raccontare, mentre qualcuno oserà sfidare il regime, cantando “Bella Ciao” con tutta la rabbia che ha in corpo?Non so nemmeno se voglio stare ad ascoltare, non so più se vale la pena piangere lacrime di coccodrillo, mordendo un giorno solo con voracità, per rigettarlo il giorno dopo ancora rincretiniti e intontiti dal presente che non merita il passato.Perché siamo capaci anche di commemorare i morti della Resistenza, la Liberazione dell’Italia dal regime fascista e poi cedere alla tentazione di sputare sulla democrazia, lasciando che nuovi Messia, e baldi condottieri ci guidino verso la terra promessa, libera dalla “Casta” e dai “Parassiti politici”. Peggio, c’è persino chi è capace di chiamarsi Partigiano, perché divulga via Internet la proposta di “Rivoluzione via Web.
”I Partigiani han fatto la guerra, e sono morti per noi. Non c’è altra storia da raccontare. Forse solo quella della vergogna da provare guardandoci intorno, comprendendo che le macerie che abbiamo lasciato accumulare in questi anni, sono più terrificanti di quelle lasciate da una guerra vera, che dava senso anche alla morte, mentre oggi si muore ugualmente di una morte che nessuno ha voglia di piangere.Si muore per fame. Così come muore ogni donna o ogni uomo che si uccide perché non vede il futuro, perché non sa più sperare di poter mangiare domani. La fame che sappiamo di non poter saziare, ossia quella di poter tornare ad essere in vita.Non abbiamo saputo conservare il patrimonio che ci hanno lasciato, abbiamo sperperato la democrazia, fino al punto di avere, domani, il rischio che i fascisti invadano le piazze di qualche città, per le loro contro manifestazioni, per le loro commemorazioni. E ci son luoghi dove fino all’ultimo momento si avrà il timore che questo abominio si possa compiere, con l’avvallo di quelle istituzioni che avrebbero dovuto vigilare, perché questi esseri infami non potessero più nemmeno esistere o respirare.Buon 25 Aprile a tutti, pare che domani arrivi l’estate a distrarci dall’inverno al quale ormai rischiamo di abituarci, freddi e glaciali come siamo diventati.


1 feb 2012

1° Febbraio 1945 le donne verso il voto...

Oggi ricorre il 67 °anniversario del suffragio universale,era proprio il 1° febbraio 1945 quando per la prima volta viene dato diritto di voto alle donne..Ma prima  di raccontare quel giorno è necessario spiegare come si arrivò ...L’emancipazione femminile del secondo dopoguerra inizia con l’8 settembre 1943,una data che segna l’ingresso delle donne nella vita pubblica sullo sfondo di un nuovo scenario della storia nazionale, un evento tra i più significativi sulla strada della modernità verso cui si indirizza la società italiana.L’ambiguità del messaggio dell’armistizio,letto quella sera alla radio dal generale Pietro Badoglio definito un “esempio di irresolutezza e di studiata ambiguità”  crea uno stato di disgregazione per la resa incondizionata dell’Italia.L’esercito italiano è allo sbando,i soldati vengono lasciati soli di fronte alla mancanza di comandi e la loro sopravvivenza dipende unicamente dall’iniziativa personale. I soldati cercano di evitare in ogni modo la cattura da parte dei tedeschi e, dove possibile, di tornare a casa.
Il 9 settembre 1943 si costituisce a Roma il Comitato di liberazione nazionale (Cln) con la rappresentanza dei partiti antifascisti per “chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni”. Ne fanno parte: Partito comunista,Partito socialista di unità proletaria,Partito d’azione,Democrazia cristiana, Democrazia del lavoro (futuro Partito repubblicano), Partito liberale.Nell’Italia ancora occupata si costituiscono le prime formazioni partigiane nelle zone alpine ed appenniniche formate da ex militari, giovani renitenti alla leva della Repubblica sociale, antifascisti militanti.Nell’Alta Italia il Cln centrale assume un’articolazione vasta e complessa dove a guidare la Resistenza sono i Cln regionali, coordinati dal Cln Alta Italia, prefigurazione dal basso del futuro Stato italiano secondo una concezione regionale.È in questo scenario che emerge tutta la tragedia del popolo italiano ed è in questo quadro drammatico che le donne si affacciano sulla scena della vita politica e civile italiana, diventano un punto di riferimento.Come lo fanno? Rendendo pubblico il loro ruolo di madri, di mogli e di sorelle:aiutano i soldati sbandati, danno loro rifugio, li nascondono, li difendono dal nemico, forniscono protezione e sicurezza agli uomini che ritornano a casa.
Le donne escono dalle case, dai compiti in cui le aveva confinate socialmente il fascismo – ad una funzione puramente demografica, propagandata talora in modo offensivo - per assumere un ruolo pubblico che va contro, che si oppone totalmente al passato e marca il confine del cambiamento.È l’inizio di quella che possiamo chiamare la cronologia dell’emancipazione femminile che si incardina in primo luogo sulla diffusa ed ampia partecipazione delle donne alla resistenza morale e civile del paese. In un momento storico tra i più drammatici, la donna sceglie di passare dal piano degli affetti e dei sentimenti più intimi legati alla sfera della persona e della sua figura tradizionale legata alla famiglia, al piano della partecipazione pubblica, cambiamento consapevole e condiviso. Le donne sono stanche della guerra,stanche di dover convivere con lutti e privazioni, vogliono soprattutto poter prefigurare un futuro migliore per sé e per i propri figli, vogliono la pace.Sanno anche che il fascismo è l'opposto della democrazia e quindi lo combattono.Queste motivazioni si saldano fortemente con i contenuti politici intrinseci della resistenza e creano un connubio indissolubile tra emancipazione femminile e lotta di liberazione.Anche se non l'unico, questo è uno dei punti chiave per una giusta interpretazione della partecipazione femminile.Fondamentale per capire il ruolo determinante delle donne italiane nella resistenza è il coinvolgimento di massa,spontaneo e organizzato e l'adesione al cambiamento in atto, visto come riscatto sociale e progresso civile.È una partecipazione unica e perciò profondamente diversa dal passato, che attraversa la società femminile italiana in una nuova dimensione, senza barriere sociali, politiche o religiose e senza confini di età.
E' un fenomeno senza precedenti che vede, nella diversità di formazione culturale, ideale e politica, l’unione di casalinghe, operaie, contadine e donne istruite: la “questione femminile” diventa una questione di massa.Tutto questo è ben visibile attraverso la lettura della stampa clandestina che circola e si intensifica soprattutto con la costituzione dei Gruppi di difesa della donna (Gdd), nell’inverno 1943-1944,che testimonia ed unisce tutte le donne nella direzione dell’impegno per la costruzione di una società giusta e democratica che veda profondamente trasformata la propria condizione. Ne fanno parte numerosissime le donne comuniste,ma anche socialiste,cattoliche,del partito d’azione e tante altre senza una precisa collocazione politica: tutte vogliono contribuire – come si legge dalle motivazioni della costituzione dei Gruppi di difesa della donna  nella lotta che il popolo italiano conduce per salvarsi dall’estrema rovina, per affrontare la liberazione, per ricostruire il paese esaurito e rovinato dalla guerra fascista, per edificare una società nuova sotto il segno della libertà, dell’amore e del progresso”.
I Gdd fanno appello alle madri e alle “spose” perché nell'autunno 1944 convincano i parenti maschi a non presentarsi all’invito della Repubblica sociale italiana e dove si legge che “compito nostro sarà quello di mobilitate ed inquadrare le grandi masse femminili. Esse devono camminare di pari passo alla lotta per la liberazione nazionale con le brigate dei volontari della libertà”.Molti sono i compiti delle donne nelle file partigiane, grazie alla maggior facilità di circolazione per le strade e ad una minor possibilità di venir sottoposte a controlli, cosa che invece veniva fatta puntualmente sugli uomini. La donna diventa quindi la staffetta che trasporta ordini, stampa clandestina, armi, medicinali ed altro per la lotta partigiana. È un “lavoro permanente” quello intessuto dalle donne, in una continua e meticolosa formazione di attività morale e materiale per l’incremento della lotta di liberazione.
Le staffette sono anche le punte avanzate della diffusione; ritirano la stampa clandestina della propaganda antifascista da distribuire nelle frazioni, ma anche i volantini e le circolari delle direttive di lotta da consegnare alle basi partigiane.Da vivandiere a staffette a partigiane combattenti, le donne sono una presenza costante nel territorio della Bassa bolognese; costituiscono il tessuto connettivo di tutte le forme di ribellione e di protesta, da quelle armate a quelle sociali e civili di piazza.Soprattutto in Emilia e nel Bolognese queste caratteristiche della resistenza al femminile emergono in tutta la loro originalità.Ed è soprattutto nell’inverno 1944-1945 che si intensifica la lotta per resistere, “Contro la fame, il freddo e il terrore”.Nel periodo gennaio-marzo 1945, sono numerose le manifestazioni di donne che si svolgono davanti ai municipi di alcuni comuni della provincia contro le autorità comunali fasciste, per protestare contro la fame e per la distribuzione di generi alimentari.Fino alla liberazione il 25 aprile 1945
Da quel momento prende consistenza l’organizzazione dei Gruppi di difesa della donna che cresce e si sviluppa, diventando punto di aggregazione del consenso femminile contro l’evidente incapacità del governo locale fascista di garantire le più elementari forme di vita civile. Non a caso le proteste si svolgono nelle piazze davanti ai municipi, identificati come simboli di inettitudine e di responsabilità delle gravi mancanze nei confronti della popolazione.Le massaie, le contadine, le popolane, non si sono lasciate ingannare né intimorire dalle minacce, ma hanno energicamente reagito esigendo la distribuzione di generi alimentari, di vestiario e legna, sottratti alla popolazione e nascosti nei magazzini nazi-fascisti.Le ripercussioni di queste proteste sull’apparato fascista sono molto forti, perché oltre ad evidenziare una presenza organizzativa molto radicata sul territorio, segnalano un allargamento esplicito, sensibile e vasto del movimento popolare contro la guerra, la sua “ingiustezza” e il peso sociale sopportato.
La rivendicazione del diritto al voto e ad essere elette è il simbolo, o meglio la naturale conclusione della maturazione politica delle donne nella resistenza,trova le sue radici nella scelta della libertà e della democrazia.Scrive un giornale clandestino:“Noi donne dell’Italia libera stiamo conducendo una battaglia che è per la libertà di tutte, per il progresso di tutte: la battaglia per il diritto di voto.I compiti per la ricostruzione sociale, politica, amministrativa del Paese sono stati finora ripartiti fra la popolazione maschile, ma noi che abbiamo resistito e combattuto per affrettare il ritorno della libertà abbiamo il diritto e il dovere di non essere soltanto spettatrici di questo rinnovamento. Pensiamo che la nostra opera sia necessaria ora come fu necessaria allora. Il giorno in cui saremo tutte riunite dovrà segnare una ripresa della attività comune, sancita da una legge che ci consideri pienamente cittadine del nostro Paese.”Le donne vogliono essere riconosciute come soggetti attivi che partecipano alla vita della nazione. Il cambiamento della società italiana e la modernizzazione dell’elettorato vanno di pari passo verso un profondo mutamento del quadro sociale. È l’inizio di un processo di rinnovamento della società italiana che si riflette nella nostra Costituzione e segna la diversità e il non riconoscimento con il passato.
 Il 25 ottobre 1944 si costituisce a Roma il Comitato pro voto composto dalle rappresentanti dei movimenti femminili di tutti i partiti politici della Resistenza: comunista, socialista, democrazia cristiana, partito d’azione, repubblicano e liberale con la Federazione italiana laureate e diplomate istituti superiori e l’Alleanza pro suffragio che sollecita il Comitato di liberazione nazionale a chiedere da subito il diritto di voto alle donne.Il Decreto legislativo luogotenenziale del 1 febbraio 1945, n. 23 – Estensione alle donne del diritto di voto - è adottato in regime di pieni poteri ed in extremis nel Consiglio dei ministri presieduto da Ivanoe Bonomi( su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi)il 30 gennaio, giorno dell’entrata in vigore delle disposizioni date ai Comuni dell’Italia liberata per la formazione delle liste elettorali con l’allargamento ai maggiorenni di sesso maschile.Una legge ordinaria quindi per un diritto che, come è stato più volte sottolineato, non è attribuzione o concessione, non è un diritto elargito, ma si iscrive come uno dei cardini fondamentali perché l’ordinamento di un Paese possa dirsi civile e rispondere alle essenziali esigenze della persona umana. La legittimazione del diritto di voto non prevede però un’altra condizione fondamentale derivante dal diritto di cittadinanza: l’eleggibilità. Questa dimenticanza verra colmata solo con il decreto n. 74 del 10 marzo 1946, quando era già in corso la composizione delle liste per le prime amministrazioni locali elette democraticamente dopo il fascismo.Il 2 giugno 1946 in Italia si svolse il primo referendum istituzionale. Gli italiani furono chiamati a scegliere tra repubblica e monarchia e 21 donne vennero elette all’Assemblea Costituente!!!

14 gen 2012

"DIODI" il trailer del film di Saverio Tommasi

Diodi è una parola. I diodi sono componenti elettronici che impediscono al flusso di corrente di tornare indietro. Hanno a che fare con la direzione. La giusta direzione, quella che fa funzionare le cose.Resistenza è una parola. La resistenza, in un circuito elettronico, permette il flusso dell'energia senza interromperla. La resistenza è una caratteristica fisica: la forza unita alla durata. La resistenza è la storia dell'Italia durante la Seconda guerra mondiale e della lotta al nazifascismo, una Storia che si intreccia con mille storie, voci e suoni. Ha a che fare con le speranze, la forza e la tenacia delle persone.La direzione, l'energia e la tenacia sono le caratteristiche delle quattro vite da cui nasce questo racconto. Due donne e due uomini. Quattro storie e una Storia. Quattro partigiani che sono e sono stati diodi.Laila, Pillo, Aldo e Didala sono i loro nomi. Nel 1945 Laila, Pillo, Aldo e Didala lottarono per un altro mondo e ce la fecero, anche se l'altro mondo non era questo.Alle loro vite siamo approdati attraverso il racconto. Un dono che non vogliamo perdere. Per questo abbiamo scelto di far viaggiare le loro parole, le loro espressioni e i loro sguardi raccontando la loro scelta, la scelta della resistenza. La scelta di stare dalla parte giusta, una scelta al tempo stesso intima e rivoluzionaria, un'esperienza tanto individuale quanto collettiva. Una strada che, percorsa da molti, ha portato al cambiamento.Diodi come la giusta direzione.Resistenza come corrente continua.Quattro come i punti cardinali, per non perdere l'orientamento.Diodi è un film dedicato ai partigiani Laila, Pillo, Aldo e Didala.
Prima assoluta: Venerdì 17 febbraio ore 21:00, Teatro Puccini, Firenze.

19 set 2011

Canto degli ultimi partigiani(Franco Fortini pseudonimo di Franco Lattes)

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell'acqua della fonte
La bava degli impiccati.
Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull'erba secca del prato
I denti dei fucilati.
Mordere l'aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d'uomini
Mordere l'aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d'uomini.
Ma noi s'è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l'hanno stretta i pungi dei morti
La giustizia che si farà.

23 ago 2011

La "STORIA" non si cancella!!!!

Come abbiamo appreso in questi giorno la manovra cancellerà anche le feste laiche 25 aprile,1° maggio e 2 Giugno,quelle ricorrenze che questo governo ha sempre combattuto e voluto eliminare dal calendario e che adesso vogliono farci passare come necessaria,costa troppo?Si dice...ma và!!mi domando allora  perchè non possiamo abolire il concordato con lo stato della chiesa e recuperare così immediatamente ben più di 4/5 miliardi di euro. Mi domando perchè non possiamo far pagare l'Ici su tutti i palazzi non adibiti al culto e di proprietà della chiesa.Mi domando perchè non possiamo spostare le festività religiose mentre le ricorrenze che uniscono l'Italia come la festa della Liberazione e la festa della Repubblica possono essere sminuite e soppresse?provate a togliere il 14 luglio in Francia o il 4 luglio negli Stati Uniti!!Quindi non prendeteci per il culo non è necessario neanche disquisire sull’argomento adducendo altri dati e informazioni sull’opportunità di mantenere la festa della liberazione alla data precisa in cui è avvenuta.Il chiaro e unico scopo di questa meschina iniziativa è di cancellare per sempre il 25 aprile passando attraverso una bieca tappa intermedia che la condanna a cadere sempre di domenica.
Anche perchè normalmente,una società civile si siede attorno ad un tavolo e discute pro e contro certe idee e iniziative.Normalmente se ne esce con una decisione che scaturisce dai ragionamenti incrociati di tutti,anche quelli più estremi e che corrisponde alla volontà della maggioranza di coloro che erano seduti al tavolo che a loro volta erano stati mandati a rappresentare la volontà dei cittadini.Però parliamoci chiaro è dal  1994 che la società civile in Italia è rappresentata da una bolgia di corrotti, faccendieri, razzisti, fascisti e puttanieri.Non si discute al tavolo con questa gente che è composta da individui orripilanti come Bossi, Calderoli,La Russa,Castelli, Alfano, Ghedini, Maroni, Bondi, giornalisti come Belpietro, Feltri e Ferrara, imbecilli laureati come Sgarbi, caricature pericolose come Scilipoti e così via.Inoltre con un presidente della Repubblica che non ha detto neanche una parola a riguardo e compresa parte dell'opposizione!!!!E allora stà a noi fare qualcosa!Non si può cancellare la storia,cancellare i giorni che rappresentano le fondamenta di queste repubblica  e  così sostituirli con dei numeri sul calendario, è una operazione analoga a quella che facevano i nazisti con le persone nel campo di concentramento.Loro cancellavano i nomi e li sostituivano a numeri.Queste festività  sono come i nostri nomi,ci riconoscono,ci rendono fratelli... Non facciamoci annullare,non facciamoci disperdere.Possiamo fare qualcosa, DOBBIAMO fare qualcosa almeno per il rispetto del sangue di chi è morto per quelle date! Ribelliamoci, parliamone, convinciamo i nostri vicini, scriviamo, uniamoci! Non lasciamo ai nostri figli e nipoti un mondo senza memoria... Un paese senza memoria è come un uomo con l'alzhaimer.... Un involucro vivo ma morto dentro!
Ora e sempre ....Resistenza!!!

Il commento dell'Anpi:
"Da quanto si apprende dai giornali, tra i provvedimenti che il Governo si accinge ad adottare - in relazione all'aggravarsi della crisi - ci sarebbe quello dell'accorpamento di alcune feste "non concordatarie" nella domenica più vicina oppure al lunedì. Ancora una volta saremmo di fronte ad una misura che molti considerano di scarsissima efficacia e poco corrispondente all'equità e alla ragionevolezza, sempre necessarie quando si richiedono sacrifici. Un provvedimento che, guarda caso, riguarderebbe le uniche festività laiche sopravvissute (25 aprile, 1 maggio, 2 giugno), dotate di grande significato storico e di notevolissima valenza politica e sociale.
L'ANPI, portatrice e sostenitrice dei valori che quelle festività rappresentano, non può che manifestare la propria, vivissima preoccupazione e chiedere con forza un ripensamento che escluda misure di questo genere, prevedendone altre che siano fornite di sicura e pacifica efficacia, non contrastino con valori storico-politici da tempo consolidati e soprattutto corrispondano a criteri di equità politica e sociale".

IL COMITATO NAZIONALE ANPI


B. è un Mussolini fallito(Giorgio bocca)
Quando si racconterà la storia dell'Italia sotto il Cavaliere si vedrà che c'erano tutte le premesse di una dittatura. E' mancata solo la violenza fisica sui dissidenti, sostituita con l'intimidazione mediatica
Perché la maggioranza degli italiani, anche conservatori, vota contro Silvio Berlusconi, contro la sua democrazia autoritaria? Perché dopo anni di rassegnazione riscopre la politica e l'adopera per porre fine a un regime che non ha neppure la giustificazione dell'efficienza? Perché il tiranno non ha saputo, non ha potuto fare di quello strumento decisivo del potere che è il terrore la certezza dei sudditi di essere dentro il tritacarne poliziesco.Berlusconi non ha saputo o voluto essere un dittatore sanguinario, torturatore, feroce. Ha pensato di poter sostituire i plotoni d'esecuzione con il fango della diffamazione e le persuasioni della corruzione, che gli fosse più facile devastare la faccia, la reputazione dei suoi concorrenti al potere che mettere in piedi il pesante apparato della repressione poliziesca. Non neghiamogli un naturale rifiuto per la violenza bruta, per la macelleria sociale, per i lavori forzati, i gulag. Il che non esclude la violenza, la volontà di ferro di distruggere gli avversari: il caso Boffo è esemplare. Boffo è stato eliminato non con le pallottole ma con la diffamazione. Come dittatore di nuovo tipo Berlusconi ha usato le armi di cui era ben fornito: il denaro e la stampa gialla.
Era dagli anni Venti, dalla nascita del fascismo, che un aspirante tiranno preferiva la diffamazione dell'avversario all'intimidazione fisica. Arrivato alla proprietà di molte reti televisivi e di un quotidiano nazionale Silvio è stato il primo a scoprire che il gossip, l'informazione mondana, i retroscena sessuali potevano essere una formidabile arma politica deterrente e distruttiva. Come si era impadronito della televisione, della pubblicità e delle loro seduzioni senza la minima preoccupazione culturale e morale, senza il minimo timore di cosa ne pensassero gli altri, i moralisti, gli intellettuali, famiglie a lui estranee, Berlusconi è diventato il signore dei telegatti televisivi e della stampa colorata o rosa o gialla, o per corrompere o per diffamare. Chiunque al mondo avesse avuto come lui la capacità e la fortuna di diventare un grande editore si sarebbe preoccupato di fare informazione di prestigio, avrebbe avuto come modelli "Le Monde" o il "New York Times". Ma lui, che prima di tutto è uomo di successo, ha preferito da subito fare dei suoi giornali qualcosa di simile a se stesso, pronto a rintuzzare il minimo attacco avversario, ripagarlo con diffamazioni senza misura, prolungate per giorni e settimane, su tutto ciò che di abusivo e di illegale potevano aver fatto i concorrenti o anche non aver fatto, bastava che fosse credibile che lo avessero fatto. La storia italiana politica o economica, come si era formata nella Repubblica democratica, non era una villanella senza peccato, esente da tutte le tentazioni connesse all'informazione, l'unico mondo in cui il fantastico e il falso possono sostituirsi al vero e al serio. La tentazione è forte e il sistema pubblicitario la moltiplica, ma in quella stampa, persino nel periodo fascista, esisteva un minimo di educazione, di civile convivenza: nessuno si è mai sognato nella Repubblica italiana di attaccare Togliatti per la sua relazione extraconiugale, e indiscrezioni sugli amori altrui erano rare e contenute.Con Silvio e il bunga bunga l'elogio del piacere della prostituzione diviene imperante, asfissiante. Dicono di Berlusconi che sia malato di sesso. Certo appartiene a quella specie umana che non sa parlare di altro, pensare di altro, quelli che il sesso lo portano in fronte.Una conferma che lascia sbalorditi: ricevendo a Roma il primo ministro israeliano Netanyahu, Berlusconi a un certo punto si è voltato verso un grande quadro e ha detto "questo è il bunga bunga del 1811, quello è Mariano Apicella e quell'altro sono io", indicando due personaggi. L'imbarazzato Netanyahu ha fatto un sorriso di circostanza. E arrivando a Palazzo Chigi Silvio aveva fermato il corteo per salutare una bella ragazza

PROTESTA POPOLARE ADERITE QUI

30 lug 2011

AD UN PARTIGIANO CADUTO (Giuseppe Bartoli)

E’ un fiume di ricordi ormai amico
la strada che conduce  a quei giorni lontani di smeraldo
dove sostammo come creduli ragazzi
a creare coi sogni nelle vene
fantasie di speranze e di parole
fra pugni di “canaglie in armi”
Forse potrei dimenticare il giogo
che mi lega all’arco dei rimpianti
se soltanto le voci dei compagni  tornassero a cantare
come quando la vita dilagava
e tu portavi alla gioia di tutti
il tuo sorriso di fanciullo
e la forza serena dei tuoi occhi
Ma anche se il tempo non ricama
che fili d’ombra sulla memoria
e il tormento di quell’assurdo giorno
quando attoniti restammo
davanti alla pietà della tua forca
è pur sempre l’ora della tua lotta
del tuo caldo vento di libertà
immenso come grembi di colombe
in volo fra fiori d’acquadiluna
Tu solo amico adesso
puoi scegliere i ritorni
e dirci ancora
col battito delle tue ali
le bellezze della vita
e le dolci innocenze della morte

8 mag 2011

La Bicicletta nella resistenza

In clima di "Giro d'Italie e di ciclismo ....Correva l’anno 1898 e a Milano scoppiavano i moti del maggio.Il Regio Commissario Straordinario, Fiorenzo Bava Beccaris, intuì quanto potesse essere pericolosa la bicicletta nell’organizzazione delle rivolte e decise di affiggere un manifesto che ne decretava il divieto nell'intera provincia di Milano.

Il divieto fu ripreso dai nazifascisti che, dal febbraio del 1944,emanarono numerosi bandi cittadini
che vietavano di circolare in bicicletta totalmente o nelle ore di coprifuoco,minacciando l’arresto e l’uso delle armi per il possesso e l’utilizzo di quel terribile strumento di “terrorismo”.E fu proprio durante la Resistenza che la bicicletta visse la sua stagione eroica e divenne un simbolo di libertà, soprattutto femminile.
E “si pedala col vento tra i capelli.Si osserva il paesaggio che scorre veloce,si respira a pieni polmoni,
si incontra ogni genere di persone.Si rischia, la staffetta lo sa perfettamente,e questo fa parte della libertà e della scelta che la giovane ha compiuto”
(da La bicicletta nella Resistenza, Fabio Giannantoni – Ibio Paolucci)

25 apr 2011

Roberta Bagnoli "25 APRILE 1945"


Anima mia respira
e vola libera
in questo giorno
che resiste orgoglioso
nella memoria dei pochi sopravvissuti
mostraci un volto integro e radioso
di sacra e inviolabile unità
eludi quel venticello nefasto
di disgregazione e d’intolleranza
che ammorba ed affligge
le radici del nostro belpaese
cogli rose di pace
deponile sulle lapidi a festa
e non scordare mai che siamo tutti figli
di un’unica madre generosa e pura
lascia che la voce di verità
carezzi cortecce d’alberi
e giochi con le fronde
del pensiero nato libero.
Anima mia sacra e infinita
non permettere che ancora
debbano piangere
dimenticate ed esiliate
le nostre care e antiche “cetre”.