05 dic 2010

Leggere e diffondere.....

In questi giorni leggevo che i nostri parlamentari "a nostre spese" faranno la  settimana bianca ..poverini lavorano troppo!oggi mi è arrivata una mail da un'amica su facebook,con un link,una lettera che condivido con piacere,si ricollega in parte al pezzo d'ieri dell'Unicef...In pratica è la provocazione del Comitato dei genitori di disabili gravi e gravissimi rivolta allo staff di governo che per una settimana serra le braccia del Parlamento: “venite a cambiare i pannoloni, introdurre cateteri, somministrare pappine, fare nottate di assistenza”..È aspra la considerazione che il Comitato nazionale delle famiglie dei disabili  fa alla notizia che il Parlamento italiano chiuderà i battenti per un'intera settimana.Troppi i temi inevasi nell'agenda politica,troppi gli intoppi burocratici e le scelte operate sulla finanziaria che ora rischiano di mandare in paralisi un sistema intero,un sistema in cui a pagarne le spese,tanto per cambiare,saranno le persone più fragili, come i disabili e i loro familiari. "Leggo sui giornali di questa mattina, della 'Settimana Bianca' - regolarmente retribuita – della quale i nostri Parlamentari godranno dal prossimo lunedì ed avrei una proposta per occuparli in un lavoro 'socialmente utile' – dice provocatoriamente Simona Bellini presidente nazionale del Comitato Genitori Disabili...
Una storia di vita quella della Bellini che non ha bisogno di molti commenti: "Sono l’unico mezzo di sostentamento della mia famiglia di tre persone, di cui due (mia figlia e il mio compagno) gravemente disabili – racconta la Bellini. Lunedì 6 dicembre il centro di riabilitazione che frequenta mia figlia, e che quindi mi permette di recarmi al lavoro, chiuderà fino ai primi di Gennaio a causa dei taglidicono – che le Regioni stanno operando in questo settore. Sono 15 anni che il nostro Parlamento – tra mille va e vieni ma senza nessun risultato concreto (la Legge è già passata alla Camera ma ora è di nuovo bloccata in Senato) - discute sul prepensionamento per i lavoratori che in ambito familiare assistono disabili gravi, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, impegno senza ferie né festività. Cosa farò da lunedì prossimo? Rischierò il licenziamento assentandomi dal lavoro? Simulerò una malattia che non c’è?".

Da qui la proposta provocatoria e densa di rabbia e sofferenza che formula la Bellini a nome di tutte le famiglie italiane che versano in queste condizioni: "Io la soluzione ce l’avrei... Visto che i nostri Parlamentari sono a riposo, almeno per questa settimana, perchè non vengono nelle nostre case a cambiare pannoloni, introdurre cateteri, somministrare pappine, fare nottate di assistenza... Per le miglialia di euro che percepiscono ogni mese forse potrebbe essere una buona occupazione, non credete? Noi accetteremo l’aiuto di tutti: di Ministri (specie del Ministro Tremonti, che ne sa veramente poco di disabilità grave!), Sottosegretari, del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio. La nostra disperazione non ci consente di fare distinguo! Potremo contare sulla loro collaborazione, che ne dite??? Noi, che solleviamo il nostro Paese di ingenti costi sociali senza alcun riconoscimento e nella totale invisibilità, in fondo lo facciamo gratis! Aspettiamo candidature..."
MI AIUTATE A DIVULGARLA? PER FAVORE INVIATELA ALLA STAMPA, ALLE AGENZIE, A TUTTI I VOSTRI CONTATTI...
M.Simona Bellini Presidente Nazionale Famiglie di Disabili Gravi e Gravissimi
Cell. 333 9294288 (Potete tranquillamente pubblicare il mio numero di tel. Grazie)

Esprimo piena solidarietà a Simona,io credo che la sua proposta non sia da prendere con tanta leggerezza, si potrebbe promuovere una petizione online su questa proposta di impegnare gli scaldapoltrone dei vari consigli regionali e parlamento in lavori socialmente utili,andrebbe a vantaggio anche loro visto che sono così preoccupati dell'allontanamento della politica dal Paese reale! Facciamo una petizione !
Qualche tempo fa leggevo(cosa che cita anche Simona nel suo intervento) "non ricordo dove" che le famiglie dei disabili gravi e gravissimi chiedevano inutilmente da più di 10 anni di essere equiparati, ai fini pensionistici, a coloro che svolgono lavori usuranti.
Dopo aver  raccolto migliaia di firme,dopo aver fatto appelli e manifestazioni nell'indifferenza generale,nel silenzio della stampa.Non hanno ricevuto nessuna risposta...Mentre i nostri Parlamentari,che hanno diritto
alla pensione dopo due anni e mezzo,non ritengono abbastanza grave questo problema.E le parole di Simona Bellini esprimono alla perfezione quella che è la realtà quotidiana di chi lotta ogni giorno, 24 ore su 24, per 365 giorni all'anno con questi problemi.Chi chiede il pensionamento anticipato non lo fa per riposarsi o girare il mondo ma per poter assistere meglio il proprio familiare.Il Governo come al solito  è assente, non ci sono
strutture nè figure professionali adeguate."I POLITICI HAN BEN ALTRO A CUI PENSARE" i propri interessi personali....

Voglio riproporre l'intervista di David Anzalone detto Zanza a l'Unità

«Io, handicappato che ridicolizza i tabù»
Zanza punge. Zanza mette in scena il suo corpo “targato H” e lascia il segno. Zanza racconta di sé senza elusioni: con pazienza e determinazione va diretto a incontrare gli sguardi degli altri - superbi, perplessi, pietosi, indifferenti, curiosi - per mettere a nudo se stesso; il suo handicap; la sua verità di uomo, nato 34 anni fa con una tetraparesi spastica e comico di professione. L’effetto è potente e rivelatore: chi guarda si scopre a sua volta nudo, spogliato dalle protezioni della “normalità”, dalla presunzione di immaginare, conoscere, dire. Esposto all’ironia che svela e disarma. Milioni di persone lo hanno visto per la prima volta attraverso la tv, perché ospite di Fabio Fazio e Roberto Saviano a Vieni via come , ma David Anzalone - detto Zanza - da anni si prepara e racconta gli equivoci quotidiani su handicap e normalità senza moralismi o astuzie retoriche. Prima lo spettacolo teatrale Targato H poi il libro Handicappato e carogna (Mondadori) scritti con Alessandro Castriota; un lungo percorso narrativo fatto di peripezie a scuola, al cinema, all’oratorio della parrocchia, davanti alla porta di un bagno pubblico o al bar, e grandi temi: nascita, amore, ricerca delle proprie origini, affermazione della propria dignità. Un percorso che oggi punta anche a un altro obiettivo: la realizzazione a Senigallia, dove Anzalone è nato e vive, di un centro teatrale ospitato da una vecchia Casa del Popolo e aperto a tutte le persone dai 15 anni in poi. Un laboratorio di formazione dal titolo Il corpo ribelle , dove formare artisti completi che sappiano essere attori e autori. E imparare a far funzionare il proprio corpo per esprimere sentimenti ed emozioni. Zanza pensa l’attore in questo modo e il comico come colui che «deve trasformare la tragedia, tirare fuori la sua tragedia, il proprio immaginario così che possano nascere piccole opere d’arte dall’esigenza interiore delle persone».
Perciò lei ha fatto così, è approdato al teatro comico partendo dalla tragedia?
«Professione: handicappato; segni particolari: nessuno. Questo è quello che mi hanno scritto sulla carta d’identità... Veramente! Allora dico, come fai a non fare il comico? Il rapporto fra il mio corpo e la società è ciò che mi ha sempre affascinato. Capii che il mio corpo handicappato, se allenato, poteva diventare un mezzo di comunicazione esplosivo. L’ho allenato e con lui racconto storie che cercano di mettere a nudo me stesso e perciò anche gli altri».
E perché il nome Zanza?
«Perché sono come una zanzara! Pungo sui pregiudizi e... lascio il segno!» Che rapporto c’è fra il suo corpo e le parole? «C’è assoluta sintonia: sono entrambi handicappati».
Ma perfezione e imperfezione, abilità e disabilità, come stanno insieme nelle forme espressive del teatro e del linguaggio?
«Per me, con la comicità. L’ironia è stata la via con cui sono riuscito a canalizzare in maniera socialmente accettata - più o meno - tutta la rabbia che mi portavo dentro. Potevo diventare un teppista... Meglio comico, no? L’autoironia è il solo strumento, il trampolino politico che mi lancia verso l’arte».
Handicappato è un termine che il politicamente corretto sostituisce con disabile. Handicappato è usato spesso come un’offesa... Eppure lei lo ha scelto come termine chiave
«Amo chiamare le cose con il loro nome e detesto gli eufemismi che spesso nascondono ipocrisia. Questo addolcire la pillola copre il pregiudizio e, soprattutto, alimenta la paura del diverso: la paura può essere legittima ma va superata con l’incontro reale fra le persone, senza eufemismi che fanno da air-bag. E poi, se il cosiddetto normale è il politico che fa i festini hard, il senatore mafioso, il calciatore cocainomane... Io non solo non sono normale, ma non ci tengo neanche ad esserlo!»
Da Fazio e Saviano l’hanno vista milioni di persone, ha avuto qualche timore?
«Beh, li ringrazio per avermi dato questo tipo di timore. Bellissima esperienza. Comunque, senza timori ed emozioni non potrei fare questo mestiere, no?»
Saviano ha raccontato di un centro destinato a ragazzi disabili controllato dalla ’ndrangheta... E ha detto che in quel contesto il “diversamente abile” era chi riusciva ad avere altre qualità come il coraggio di sfidare il crimine
«L’antitesi fra normalità e anormalità è un atto di presunzione, come lo sarebbe pensare all’handicappato come a una persona migliore a priori. Come ogni limite, l’handicap va accettato. Occorre non contrastarlo, non confliggere con lui, ma renderlo armonico con l’intera nostra esistenza. Solo così si può passare ad un livello superiore, cioè far diventare l’handicap una risorsa. Ma ciò vale per ogni condizione umana, se ci pensiamo bene».
Targato H” è lo spettacolo che presenta nei teatri italiani. Quale accoglienza di pubblico ha ricevuto?
«Nel monologo comico cerchiamo di smascherare le ipocrisie, dettate dal pregiudizio, nei confronti degli handicappati. Ci siamo accorti, poi, che l’handicap era diventato solo un pretesto, un mezzo e non un fine, per parlare a tutto tondo della paura dei “diversi”. Così, partendo dal tentativo di distruggere il tabù che “l’handicap è una tragedia su cui non si può ridere ma si deve averne pietà”, cerchiamo di ridicolizzare la paura e il buonismo allo scopo di fare incontrare le umanità in modo crudo ma autentico. Certo queste tematiche si tirano dietro anche alcune critiche ma, ve lo assicuro, la maggior parte delle persone che incontriamo a teatro non vedeva l’ora di sentirsele raccontare così».
Obiettivi simili anche per il neonato progetto della Casa teatrale a Senigallia?
«In questo caso non vogliamo realizzare un luogo di integrazione mirata, destinato a essere inquadrato come teatro e handicap o teatro sociale. L’obiettivo è fondare una struttura di formazione permanente e artigianale dove formare artisti completi che sappiano essere attori e autori. Il progetto comunque è ancora in fase sperimentale e partirà nel 2011».
Se un ragazzo handicappato fosse interessato al progetto ma avesse paura di confrontarsi con i suoi limiti e con la realtà che lo circonda, cosa gli direbbe?
«La nostra società non è soltanto interessata alla perfezione in sé, è interessata alla perfezione solo se ci fa consumare, così come con tutto il resto. Neanche l’handicap è immune dalla strumentalizzazione. Perciò la grande risorsa che gli handicappati possono comunicare in maniera esplosiva è il valore dell’originalità, della non omologazione. Però, per arrivare a questo, bisogna prendere coscienza di sé, valorizzare le proprie diversità e non cadere nella tentazione di voler essere “come gli altri”. L’omologazione è una trappola».

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