05 gen 2011

"Bamako-Dakar, il silenzioso tour della solidarietà"

I bambini neri
E poi i bambini. Qui sono di più. Sarà che stanno fuori, all'aria, sulla strada. Sarà che il controllo delle nascite non esiste. Girano, spuntano, corrono, saltano, si arrampicano, si agitano. Si affollano, si stringono, si spingono. Si moltiplicano. Impossibile contarli o riconoscerli. Sfuggono anche ad anagrafi e censimenti. I bambini fanno le cose che dovrebbero fare tutti i bambini, e che altrove non fanno più, almeno non in quei modi, in quegli spazi, con quell'allegria e quella libertà. Giocano. Tirando calci a un pallone spesso inventato. Rincorrendo un sacco di vento, che è un altro pallone dalla forma misteriosa - rotonda? ovale? - e dalla consistenza ipotetica - cuoio? plastica? stracci? -, o inseguendo una bicicletta, magari l'unica del villaggio, ciclata riciclata triciclata, o lottando, mani addosso, braccia addosso, gambe addosso, addosso.
I bambini dei villaggi, impegnati in operazioni di lavoro, quelli che vanno al pozzo carichi di secchi, quelli che guidano una mucca di cui puoi contare le ossa, quelli che contendono una torta immaginaria ai cani, quelli che fanno da guida, da padre e madre, da vigile, da chioccia a una nidiata di microfratelli. I bambini delle scuole, inquadrati in aule e classi, in compiti e attività, in quadretti e righe, quelli che si esibiscono in un saggio di danza e di musica, quelli che si cimentano a pallavolo o a basket. I bambini che guardano, osservano, scrutano, che vedono, pesano e forse anche giudicano, che non osano, che non azzardano, che non rischiano, i bambini che poi osano e chiedono, cingono, circondano, assediano. I bambini delle città, metropolitani e abbandonati, spaesati confusi disorientati, vittime.
I bambini africani sono tutto occhi, tutto bocca, tutto denti. Sono piedi scalzi, magliette europee, piumini cinesi. Sono il senso della colpa del mondo occidentale. E sono loro i destinatari naturali della cooperazione, dell'impegno, della coscienza.

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