02 dic 2010

De Gregori: «Viva l'Italia di Saviano... Ho deciso di restare»

INTERVISTA dall'Unità
Ci sono le sue canzoni dove appendere il tempo. E misurare le distanze, il vuoto e il pieno di quarant’anni della nostra storia. E raccontarla. Con le stesse parole, e saper loro trovare un nuovo senso. Francesco De Gregori l’altra sera è apparso in televisione appare,niente di più - alla trasmissione di Fazio e Saviano, «mi hanno corteggiato, devi venire a cantare quella canzone ». Quella canzone è Viva l’Italia. L’Italia derubata e colpita al cuore. L’Italia che non muore. Lui, la sua voce che il tempo non ha corrotto né consumato, l’armonica, la chitarra acustica. «Il contesto mi permetteva questa esibizione in forma minimale. E mi permetteva questa canzone: l’ho scritta nel 1979, in fondo a un decennio difficile, pensavo al terrorismo, alle bombe nelle piazze, sui treni, nelle banche - l’Italia del 12 dicembre... - all’inerzia e l’incertezza che attanagliavano il Paese. Adesso non saprei a cosa agganciare quelle parole, lo sfondo è diverso eppure resta così contemporanea. Perché lo è l’invito a credere, lo è l’amore e il tifo per l’Italia, senza lusingare un patriottismo abusato».



Viva l'Italia, l'Italia liberata,
l'Italia del valzer, l'Italia del caffè.
L'Italia derubata e colpita al cuore,
viva l'Italia, l'Italia che non muore.
Viva l'Italia, presa a tradimento,
l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
l'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura.
Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,
l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora,
l'Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,
l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l'Italia, l'Italia che resiste.
Evocare: può essere questo il modo di dirlo, trent’anni dopo. Sfogliare un libro di arcani che si rivelano semplici. «L’Italia non è più quella degli anni ‘70, non ha più la stessa idea “territoriale”. Si è allargata: l’Italia è di chi cerca lavoro e fatica a trovarlo.È degli immigrati che ci provano, resistendo in un posto dove non possono vivere per quello che sono, dovendo conquistarsi la permanenza. L’amore è la congiunzione che lega il Paese del 1979 a quello di oggi». De Gregori è una voce. È riconoscibile, come altre che hanno battuto il tempo, quella di Conte, o De André, che Aldo Grasso ridusse in due righe, e spremendo trovò la polpa: «Fabrizio era innanzitutto la sua voce, una voce che si riconosceva all’istante. E per questo, era una voce etica». Lo è anche quella di Francesco, così bella e intelligente. Una voce che deve esserci: andare via o restare, era il dubbio di Fazio e Saviano.




«Si va via se qualcuno o qualcosa ti spinge lontano. Potrei partire domani, essere nel mondo e sentirmi ovunque a casa. Ma io resto». È contento del successo della trasmissione, «è stata decisiva la qualità degli autori, degli ospiti, di Fazio e Saviano, che si è dimostrato anche uomo di spettacolo. C’erano gli ingredienti professionali e c’era una proposta nuova, un monologo al posto di persone che si parlano l’una sopra l’altra, e nessuno capisce più niente. Abbiamo scoperto che esiste un pubblico che aspetta queste trasmissioni, e se le trova batte un colpo».

Viva l’Italia di Saviano, con gli occhi aperti nella notte triste, viva l’Italia che resiste. «Il cittadino» De Gregori si guarda intorno e vuole parlare, «ma il nostro contesto di cantanti - questo siamo - è leggero e toglie valore. E non parlo più volentieri di politica, la vedo e la vivo da molto lontano. Ci ho creduto molto, poi ho visto mancare le risposte, che sono il compito che la nobilita. Non è solo un problema italiano: il mondo,nelle sue contraddizioni, nelle sue violenze, nella sua povertà testimonia il fallimento della politica». In realtà nessuno parla di politica: si parla molto - sempre - di “politici”, ed è un’altra cosa. E ai politici è lasciato il discorso. Ascoltare Saviano è politica, e lo è cantare, e fare bene un lavoro è politica. «Non ho mai messo nel conto l’insuccesso o il successo, ho fatto ciò che mi veniva di fare, l’aspettativa non era così ingombrante. A volte è venuta più gente, a volte meno». Questo è il modo di andare avanti a sessant’anni.
«Da ragazzo dicevo ai giornalisti che non mi vedevo sul palco a 40 anni. Sciocchezze. Lo facevo per marcare la giovinezza. Adesso non mi metto limiti, sono “sul pezzo”. E il pubblico si fa ancora vedere». Infatti il Tour con Lucio Dalla va avanti, Work in progress alla fine è stato un titolo profetico. «Finirà, come tutte le cose belle. Ma adesso continuiamo a girare l’Italia senza data di scadenza, a fare cose che ci piacciono. Non volevamo riesumare Banana Republic e replicare la nostra gloria come un marchio. Sarebbe stata una cosa commerciale, terribile». Banana Republic è del 1979 e si è già detto dell’impossibilità di rintracciare quegli umori. «Però ho ritrovato intatto il rapporto umano, e migliori siamo noi. Dalla è un meraviglioso compagno musicale. L’altra volta cantavamo poco insieme. Erano due pezzi di repertorio proposti in successione. Oggi ci siamo “frullati”».


Per funzionare hanno il naturale requisito della coppia perfetta: sono opposti. Fisicamente, mimicamente, nel modo di addentare lo spartito. Curiosamente, lui chiama l’altro sempre per cognome, «Dalla», mentre Lucio lo chiama «Francesco». «È scontato dirlo, ma ci divertiamo. Giochiamo con gli attrezzi musicali, con le luci, risaltando la nostra diversità di stare sul palco». Il concerto è un racconto che scombina il tempo, toglie i paletti e lascia le canzoni dove aggrapparsi. Finisce con un dispetto alla nostalgia, una canzone bellissima di DeGregori e molto degregoriana, e quel titolo curioso sta girando per radio: “Non basta saper cantare”. «L’ho scritta per mettere un testo nuovo in questa avventura». In quelle righe trova anche la vita di Dalla, più mossa e sofferta, più generosa e sputtanata. La vita di tutti: questa è l’evocazione, il filo rosso che De Gregori chiama «amore». «Dalla mi ha stimolato: cantare gli altri è come camminare su una terra vergine»


Quando era giovane e squattrinato, e doveva scegliere, De Gregori comprava i dischi di De André. «I compagni di scuola si dividevano fra Beatles e Rolling Stones. Io dicevo loro: sentite questo che parole... Si potevano scrivere canzoni diverse, che non fossero di consumo, buone solo per vivere tre giorni a Sanremo. Poi mi sono nutrito di musica americana, Dylan, e il mitico rock West Coast. Anche Lou Reed del meraviglioso album Transformer. Ascoltavo tutto, navigando senza rotta precisa». È strano parlare di vecchi dischi, di un odore che non esiste più. «È diventato un supporto ridondante. Si è realizzato un sogno sessantottino: la musica gratis, “scaricata” in fretta. Un’offerta generosa, infinita, che confonde la proposta. Questo forse rivaluterà l'oggetto “disco”, facendone un prezioso acquisto da collezione. La musica dal vivo invece resterà, perché è una scelta “attiva”: compro un biglietto, pago un prezzo, per un concerto e una bella serata». Nella sua musica sono entrati libri e scrittori, come Pasolini, e in concerto si sente, dopo anni, A Pa’, «Dalla mi ha convinto a cantarla di nuovo. La scrissi dieci anni dopo che era morto. Mi sembrava dimenticato per quella sua vita così scandalosa. Poi è tornato a essere citato, letto, trasmesso».

Popolarizzò il disgraziato amore di Pavese, il «Cesare perduto nella pioggia» che aspetta il suo amore ballerina in quel capolavoro visionario e corale che è Alice. E poi il cinema, «certo, l’ho bevuto, e dunque è uscito, in qualche modo. Bufalo Bill è nata dopo aver visto La ballata di Cable Hogue, un western dolente di Sam Peckinpah, la fine dell’epopea del cavallo e della pistola, schiacciati dall’avvento del motore a scoppio». Il cinema, Mario Monicelli: «Non riesco a entrare nella sua sofferenza. Faccio un passo indietro. E lo ringrazio perché ci ha lasciato messaggi di qualità e popolarità, che è un modo per aiutare a crescere un Paese». E questa voglia di far conoscere un mondo di pensiero e riferimento che in tanti, in questi anni, hanno condiviso, che ha divertito e tormentato Monicelli, e che pungola De Gregori, cos’è, se non “politica”?

Nessun commento: