01 set 2010

TERESA SARTI 28 marzo 1946 - 1 settembre 2009

Brilla la luce intensa
di luna piena
stanotte
sugli alberi dei pini
intorno nel giarino
silenzio notturno
porta chiusa con tre giri i chiave
tapparelle abbassate
afa estiva
Sopprime
In questa realtà apparente
nel giorno del tuo funerale
penso a te
vera amica mia
mai conosciuta
nuvola di cappelli rossi
Urlo grido maschera tolta
aprire le finestre
aprire le porte
aprire alla vita
restituendo almeno una piccola parte
del tuo amore sincero, sacro
semplice
profondamente umano
per entrare nel mondo dei veri
Bojana Bratic.

Il 1°sett del 2009 ci lasciava TERESA,la presidente di Emergency,la fondazione creata con il marito Gino Strada e salita alla ribalta per l’attività medica gratuita a favore delle vittime della guerra,di qualunque colore esse siano e in qualunque parte del mondo.Attraverso la costruzione di centri ospedalieri e luoghi di accoglienza e di cura tra le macerie prodotte dall’odio e dalla follia dei potenti,Emergency ha fatto dell’attenzione alla dignità umana la sua bandiera.Gino Strada deve molto a lei e,come lui, tutti quelli che continuano ad aver bisogno di Emergency,Teresa era una grande donna,intelligente e sensibile,non concepiva la guerra,la fame,la povertà...La STORIA VERA dell’umanita’ e’ fatta da persone come Teresa e suo marito Gino,non dagli imbecilli guerrafondai sempre citati sugli altrettanto imbecilli libri di storia,La STORIA dell’umanita’ e’ fatta da tutti coloro che hanno vissuto,pensato,creato,sofferto per migliorare la vita umana.Teresa e Gino hanno fatto la STORIA per tante persone.. La voglio ricordare insieme con infinito affetto attravarso le parole di Gino la loro figlia Cecilia,Vauro e questo racconto(sotto) che mi permette di rendere omaggio pure a
Enzo Baldoni:

"Lo so, di lettere così ne ricevi a dozzine, ma Mohammed, che vive in campagna, stava accompagnando la moglie a partorire giusto mentre gli americani stavano entrando a Baghdad. Un Bradley (carro armato leggero, ndr) ha cannoneggiato l'ambulanza. Mohammed è stato sbalzato fuori senza più le gambe e ha visto la moglie morire bruciata con il bambino che stava nascendo. Una qualche associazione benefica gli ha dato due piedi spaiati, un 37 e un 38, e gli manca una rotula. Si può fare qualcosa per questo ragazzo di Baghdad che mi sono preso a cuore? Si è appena risposato. Lui ha un sorriso che riempie il cuore d'allegria, ma la nuova moglie si vergogna di presentarlo ai genitori senza gambe. Ti abbraccio” firmato Enzo BaldoniIl destinatario della mail è Teresa Sarti,   presidente della ong italiana Emergency, che si occupa da sempre delle vittime civili dei conflitti ed è presente da nove anni in Iraq. L’associazione si mobilita e promette ad Enzo che Mohammed avrà le sue protesi. Mette in contatto il reporter italiano con il centro di riabilitazione che Emergency gestisce a Sulaymania, nel nord dell’Iraq. Lì potranno prendersi cura di Mohammed, e lui potrà camminare, e con  due piedi della stessa misura.Per potersi sposare.E perché tutti devono poter camminare.
“Sei un angelo, Teresa. Provvederò personalmente a trasportare Mohammed a Sulaymania e a procurarmi tutti i lasciapassare. (Scusami: in questo momento mi stanno venendo i lucciconi. Stupida emotività)”, risponde Enzo, allegando una foto che arriva dritto al cuore, una foto in cui lui e Mohammed sono seduti vicino e tengono in mano le due protesi spaiate. Ma soprattutto sorridono, sorridono della follia della morte e della follia della vita, dove degli stranieri ti tolgono tutto e degli altri stranieri ti restituiscono la vita.

La vignetta e le parole di Vauro:
"Una donna, anzitutto questo. Teresa è soprattutto una donna, capace come lo sono le donne di essere ingenua a partire da una profondissima intelligenza e sensibilità. Questa ingenuità, unita a una forte passione, la portava a non capire. Per intelligenza e caparbietà. Come sia possibile, per esempio, che tre quarti dell’umanità non abbiano da mangiare. Come si possa concepire la guerra come una delle scelte possibili. Non lo capiva. E io, che sono un tizio piuttosto incazzoso, devo a lei molto, per la sua ingenuità che mi ha insegnato fino a che punto il valore dell’idea sia legato all’esperienza e al sentimento, piuttosto che al cinismo della politica.Mi ricordo che quando eravamo in Iraq e Gino la sentiva per telefono, Teresa veramente non capiva come fosse possibile trasformare un Paese in un mattatoio. A volte, per questo suo caparbio non capire mi faceva anche innervosire, ma è era soprattutto un formidabile strumento per comprendere la mancanza di senso – reale - che hanno la guerra, la fame, la miseria. Si capisce, al confronto con la sua ingenuità, che sono cose incomprensibili: e se non ci fosse un apparato pseudo informativo che ce le fa digerire, saremmo a buon punto sul percorso verso la pace. Ecco, lei non capiva: e mi ha contagiato, non lo capisco nemmeno io.

Non capisco cosa è un clandestino, per esempio. È parola priva di significato: viviamo sulla terra insieme ad altre specie, clandestino potrebbe essere un marziano, uno che non appartiene a questa terra. Invece, ci stanno abituando a contenuti venefici oltre che idioti, ai dibattiti tra destra e sinistra su chi ne ha espulsi di più, su chi è più efficiente a negare un diritto fondamentale. In questo senso era una formidabile politica. Fuori dai Palazzi naturalmente. Lei, infatti, non capiva come certi valori come la pace, nel suk della politica potessero essere scambiati con la governabilità, per esempio. Non capiva come forze della sinistra, che avevano gridato il no alla guerra, arrivate al governo hanno coperto tutti i “senza se e senza ma” possibili, fino a votare il rifinanziamento di missioni come quella afghana. Ecco, io lo so che quando una persona muore diventa santa, tutti i morti lo diventano, e che ci saranno commossi ricordi di lei anche da parte di costoro. Ma spero che chi li esprime, ricordi anche la sua arrabbiatura rispetto scelte che non si sarebbe mai aspettata, soprattutto da chi a parole si dichiarava più vicino a Emergency oltreché ai suoi valori

Cecilia Strada da EMERGENCY.IT 1 Settembre 2010
Teresa Sarti Strada, presidente di Emergency, ci ha lasciati un anno fa
“I bambini, qui, quando hanno finito di giocare a pallone si tolgono le scarpe. I nostri bambini in Iraq, quando hanno finito di giocare si tolgono le gambe”. Teresa aveva un modo semplice e disarmante di raccontare il lavoro di Emergency, il suo lavoro. A volte bastava dare un’immagine: quella, appunto, dei ‘nostri bambini’, dei pazienti saltati su una mina e curati presso i centri chirurgici di Emergency in Iraq, che poi hanno ricevuto un paio di gambe (o di braccia) nuove nel Centro di riabilitazione che oggi porta il suo nome.
A raccontare dei nostri pazienti e delle loro ferite, specialmente quando si tratta di bambini, si rischia di scadere subito nella retorica: nulla di più lontano da Teresa, dalla sua personalità, e dalle sue parole. Nessuna retorica in lei, nessun compatimento, nessuno spazio per la commiserazione: di fronte alle brutture che ogni giorno invadono i nostri ospedali non bisogna perdere tempo a dire “poverini”, c’è semmai da chiedersi “E adesso che cosa possiamo fare?”.La cosa più preziosa che possiedo è un libro di Bertolt Brecht, le Poesie di Svendborg, che mi ha regalato lei, vent’anni fa. Alcune poesie hanno accanto un segno a matita – perché “sui libri non si scrive a penna!” – e sono le sue preferite, quelle che “questo basta a capire la guerra”.La guerra che verrà non è la prima: prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente ugualmente. Ecco: senza retorica, solo una constatazione. A farne le spese è la povera gente, sempre e comunque. E Teresa, nel corso dei quindici anni della sua storia d’amore con Emergency, l’ha visto bene: Cambogia, Sierra Leone, Afghanistan, Iraq…lingue diverse, colori diversi, sapori diversi, storie diverse, ma in fondo la stessa storia: la povera gente faceva la fame.Teresa è morta un anno fa, il primo settembre di un pessimo duemilaenove. In quest’anno, non è riuscita a vedere molte cose: la sua Emergency continua a lavorare, e tanto. Abbiamo inaugurato un nuovo Centro pediatrico di Nyala, in Darfur, da lei tanto voluto. Un Poliambulatorio per migranti (e non solo) a Marghera, che aprirà a metà ottobre. Il Centro che presto costruiremo nella Repubblica Democratica del Congo. E adesso che cosa possiamo fare?

Gino Strada,introduzione libro:Pappagalli
Di solito, le dediche stanno all’inizio dei libri.Le ho trovate talvolta un po’ fastidiose, appiccicaticce,come non c’entrassero poi molto con quello che veniva dedicato: A Maria con affetto,e a seguire un trattato di zootecnia sulla riproduzione artificiale dei bovini.Senza alcun disprezzo, sia chiaro, ma mi sono sembrate solo un omaggio, un regalo, qualcosa di esterno, se non di estraneo, a chi lo riceve.Ho voluto metterla alla fine questa dedica, perché tutto quello che precede, esattamente tutto, è stato reso possibile dalla generosità, dall’intelligenza, dalla pazienza e soprattutto dall’amore di Teresa.Così una dedica si è trasformata nella logica conclusione di questo libro che, anche se poca cosa, è interamente suo.
Lei lo ha “scritto” lasciandomi scorrazzare per il mondo,lasciando che togliessi a lei, e a nostra figlia,tempo,dedizione,sostegno,e purtroppo anche amore.Lei lo ha scritto,sopportando di non sentire mie notizie per mesi,pur sapendomi in zone di guerra,sobbarcandosi da sola l’educazione di una figlia e i cento guai di una famiglia,aspettando i miei ritorni,ascoltando ogni volta le mie preoccupazioni, coccolando i miei sogni e le mie follie.Senza mollarmi mai, anche quando lo avrei capito cento volte…
Non sono mai stato capace di dirgliele di persona fino in fondo queste cose, per lo stupido orgoglio che è sempre lì a proteggere la mia fragilità.Ma vorrei che lei sapesse che in ogni momento di questi lunghi anni, anche quando mi sentivo soddisfatto-indipendente-autonomo-realizzato, anche quando… non ho ma smesso di sentire dentro un po’ di tristezza, tanta nostalgia, un sacco di rimorsi. Spesso mi sono sentito un ladro,un truffatore.Avrei dovuto essere vicino a lei,darle amore e aiuto,partecipare ai suoi problemi,insomma esserci.E invece ero in giro a occuparmi di me e di gente strana, col turbante e con gli occhi a mandorla, di bambini altrui, di sconosciuti che ho curato perché andava fatto, ma forse,innanzitutto,per la mia personale soddisfazione.A qualcuno sarà stato utile.
Che cosa io abbia guadagnato non lo so,so di certo che cosa ho perso.Tornassi indietro,rifarei quasi tutto.Vorrei solo che al mio fianco,in ognuno dei tanti luoghi pieni di sofferenza che ho visto, ci fosse sempre lei. A consigliarmi, a impedirmi di sbagliare,a dividere con me momenti importanti, che solo la sua presenza avrebbe potuto rendere irripetibili.
A Teresa.

I bambini,qui,quando hanno finito di giocare a pallone si tolgono le scarpe.I nostri bambini in Iraq, quando hanno finito di giocare si tolgono le gambe”. Ecco così, senza retorica e senza vittimismi: diretta, immediata, pratica, amorevole. Teresa

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