23 set 2010

Giancarlo Siani

Era il 23 settembre del 1985 quando venne ucciso Giancarlo siani  il giovane cronista abusivo del "Mattino"che provò a scavare in mezzo,all'intreccio tra criminalità organizzata,potere politico e predominanza territoriale, freddato a soli ventisei anni da un'esecuzione di camorra,prima che potesse diventare anche ufficialmente giornalista.Non aveva ancora firmato il contratto,ma già era un giornalista-giornalista e non un giornalista-impiegato come appare invece il suo primo direttore a Torre Annunziata nell'amaro film di Marco Risi che mi fece conoscere un po' la sua storia.

Giancarlo Siani era come dicevo un giornalista, o meglio,un aspirante giornalista.E come tutti gli “aspiranti”, aveva un passato professionale fatto di collaborazioni saltuarie prestate a piccole testate cittadine e regionali. Da pochi mesi,era in prova al quotidiano “Il Mattino”,come inviato a Torre Annunziata,uno dei principali serbatoi di quella manovalanza criminale, ncora oggi protagonista negativa ma assoluta,della nostra realtà sociale.Lui amava scavare a fondo nelle cose.Analizzare la realtà circostante per comprendere e raccontare a tutti, perché in questa terra intrisa di sangue, la violenza,il sistematico sopruso,l’arroganza dell’illegalità, avevano generato una realtà parallela completamente predominante, assolutistica, feroce e sanguinaria.Ma non solo.

Oltre a raccontarlo,Giancarlo provava a contrastare questa assurda realtà.Lo faceva con il suo impegno civile,con la partecipazione ai comitati anticamorra,con la promozione di manifestazioni finalizzate alla sensibilizzazione della popolazione,verso un fenomeno che già allora,veniva vissuto, purtroppo,come una valida alternativa alla scarse opportunità occupazionali presenti.
Lui amava il suo lavoro.La sua passione,la sua tenacia,la sua capacità d’indagare battendo “a tappeto” il territorio, lo portarono a scrivere un articolo (leggi Sotto) con questo Giancarlo firmò la sua condanna a morte.Egli, infatti,aveva non solo fatto dei nomi,ma aveva anche descritto le logiche che determinavano le alleanze,gli affari,gli interessi e le poste in gioco.Aveva tracciato uno sconcertante quadro di malaffare che rappresentava la pura realtà delle cose.Non aveva espresso giudizi, avanzato ipotesi,sottointeso questo o quello.Lui in quel maledetto articolo,aveva semplicemente svolto in magistrale maniera, il suo mestiere. Lui aveva solamente fatto “il giornalista”.Siamo lontani da Gomorra e Saviano e Giancarlo Siani quindi,con la sua morte diventa un esempio...La dimostrazione che l’impegno attivo,genera consenso.Che questo consenso, se molto diffuso, contrasta efficacemente la criminalità. Criminalità che teme a tal punto chi s’impegna in prima persona e chi ne racconta le malefatte, da non esitare ad armare la mano dei suoi spietati sicari, pur di far tacere ogni libera voce.Lui, in quella sera di 25 anni fa, ci ha saputo indicare una strada da seguire. Ma quanti di noi, in questi anni, sono stati in grado di seguirla?Mi chiedo se non fosse accaduto?
Oggi avremmo forse avuto un giornalista professionista con alle spalle anni di gavetta. Disilluso, probabilmente, ma con un poco di speranza nei giovani. Avrebbe di sicuro anch’egli affrontato le varie crisi dei giornali così come li aveva conosciuti agli inizi: l’addio al piombo, le nuove frontiere di internet. Gli sarebbe piaciuto, probabilmente, scoprire in quanti ancora amano questo mestiere.
Giancarlo Siani però è stato ammazzato e oggi ci ritroviamo ancora una volta a chiederci com’è potuto accadere e a prometterci che no, non dovrà mai più succedere.Giancarlo Siani è stato un eroe, una persona tutta d’un pezzo che non si è piegato ai ricatti e alle intimidazioni dei boss della camorra ma, cosa ancora più importante era un ragazzo di 26 anni che ha dato la vita per un mestiere, il giornalista, con il quale pensava di poter spezzare il muro di omertà che ha sempre circondato gli ambienti malavitosi  a 25 anni dalla sua morte qualcosa SEMBRA muoversi, ma c’è ancora tantissimo da fare!!!
Vorrei dedicargli le parole di Tiziano Terzani:
Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all'idea di essere vicini al Potere, di dare del "tu" al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo.





Riporto qui l’articolo che decretò la sua condanna a morte. Fu pubblicato dal Mattino il 10 giugno 1985:

“Potrebbe cambiare la geografia della camorra dopo l’arresto del super latitante Valentino Gionta. Già da tempo, negli ambienti della mala organizzata e nello stesso clan dei Valentini di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse «scaricato», ucciso o arrestato. Il boss della Nuova famiglia che era riuscito a creare un vero e proprio impero della camorra nell’area vesuviana, è stato trasferito al carcere di Poggioreale subito dopo la cattura a Marano l’altro pomeriggio. Verrà interrogato da più magistrati in relazione ai diversi ordini e mandati di cattura che ha accumulato in questi anni. I maggiori interrogativi dovranno essere chiariti, però, dal giudice Guglielmo Palmeri, che si sta occupando dei retroscena della strage di Sant’Alessandro. Dopo il 26 agosto dell’anno scorso il boss di Torre Annunziata era diventato un personaggio scomodo. La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di «Nuova famiglia», i Bardellino. I carabinieri erano da tempo sulle tracce del super latitante che proprio nella zona di Marano, area d’influenza dei Nuvoletta, aveva creduto di trovare rifugio. Ma il boss di Torre Annunziata, negli ultimi anni, aveva voluto «strafare». La sua ascesa tra il 1981 e il 1982: gli anni della lotta con la «Nuova camorra organizzata» di Raffaele Cutolo. L’11 settembre 1981 a Torre Annunziata vengono eliminati gli ultimi due capizona di Cutolo nell’area vesuviana, Salvatore Montella e Carlo Umberto Cirillo. Da boss indiscusso del contrabbando di sigarette (un affare di miliardi e con la possibilità di avere a disposizione un elevato numero di gregari) Gionta riesce a conquistare il controllo del mercato ittico. Con una cooperativa, la Do. Gi. pesca (figura la moglie Gemma Donnarumma), mette le mani su interessi di miliardi. È la prima pietra della vera e propria holding che riuscirà a ingrandire negli anni successivi. Come «ambulante ittico», con questa qualifica è iscritto alla Camera di Commercio dal ‘68, fa diversi viaggi in Sicilia dove stabilisce contatti con la mafia. Per chi può disporre di alcune navi per il contrabbando di sigarette (una viene sequestrata a giugno al largo della Grecia, un’altra nelle acque di Capri) non è difficile controllare anche il mercato della droga. È proprio il traffico dell’eroina uno degli elementi di conflitto con gli altri clan in particolare con gli uomini di Bardellino che a Torre Annunziata avevano conquistato una fetta del mercato. I due ultimatum lanciati da Gionta (il secondo scadeva proprio il 26 agosto) sono alcuni dei motivi che hanno scatenato la strage. Ma il clan dei Valentini tenta di allargarsi anche in altre zone. Il 20 maggio a Torre Annunziata viene ucciso Leopoldo Del Gaudio, boss di Ponte Persica, controllava il mercato dei fiori di Pompei. A luglio Gionta acquista camion e attrezzature per rimettere in piedi anche il mercato della carne. Un settore controllato dal clan degli Alfieri di Boscoreale, legato a Bardellino. Troppi elementi di contrasto con i rivali che decidono di coalizzarsi per stroncare definitivamente il boss di Torre Annunziata. E tra i 54 mandati di cattura emessi dal Tribunale di Napoli il 3 novembre dell’anno scorso ci sono anche i nomi di Carmine Alfieri e Antonio Bardellino. Con la strage l’attacco è decisivo e mirato a distruggere l’intero clan. Torre Annunziata diventa una zona che scotta. Gionta Valentino un personaggio scomodo anche per gli stessi alleati. Un’ipotesi sulla quale stanno indagando gli inquirenti e che potrebbe segnare una svolta anche nelle alleanze della «Nuova famiglia». Un accordo tra Bardellino e Nuvoletta avrebbe avuto come prezzo proprio l’eliminazione del boss di Torre Annunziata e una nuova distribuzione dei grossi interessi economici dell’area vesuviana. Con la cattura di Valentino Gionta salgono a ventotto i presunti camorristi del clan arrestati da carabinieri e polizia dopo la strage. Ancora latitanti il fratello del boss, Ernesto Gionta, e il suocero, Pasquale Donnarumma”.Giancarlo Siani

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