09 apr 2011

10 aprile 1991 Moby Prince la Ustica del mare!!!

Sono passati esattamente 20 anni dal 10 aprile 1991,la notte in cui il traghetto Moby Prince in uscita dal porto di Livorno e diretto a Olbia si infilò tragicamente nella petroliera Agip Abruzzo ancorata in rada. Morirono 140 persone!!!Quello del traghetto Moby Prince, con le sue 140 vittime, è il più grave incidente nella storia della marina mercantile italiana,se si eccettua il lontano precedente del battello a vapore Sirio (4 agosto 1906) sul quale, al largo di Cipro, morirono 350 persone.Come bilancio di vittime, precede anche il naufragio dell'Andrea Doria,affondato il 26 luglio 1956 al largo dell'isola di Nantucket nel Massachusets (52 morti).Una tragedia, quindi, di dimensioni epocali:140 morti,140 persone carbonizzate,140 strazianti momenti di strazianti sofferenze.E dietro la tragedia, ancora oggi,il mistero più fitto,nonostante due sentenze della magistratura chiamata,peraltro,a giudicare soltanto i presunti ritardi dei soccorsi,non certamente le cause della tragedia.Quindi in 20 anni ci hanno detto mille menzogne...Hanno detto che c'era nebbia,menzogna.
Hanno detto che l'equipaggio stava guardando una partita in televisione,menzogna.Hanno detto che il comandante del Moby,Ugo Chessa,aveva compiuto un errore durante la manovra di uscita dal porto,menzogna.Hanno detto che il Moby aveva i radar spenti,menzogna.Hanno detto che la Agip Abruzzo era ancorata fuori dal cono di sicurezza,menzogna.Hanno detto che tutte le persone sul traghetto morirono in pochi minuti a causa dell'impatto e delle fiamme,menzogna.
La gravità di tutto questo sta proprio nel sapere che nonostante la vicenda processuale non è conclusa,le perizie e i documenti ufficiali parlano solo e soltanto di cause tecniche quelle che ho appena citato:la nebbia, la distrazione che, forse, regnava a bordo del traghetto.Inveve si è parlato di altri scenari più credibili,di immondi traffici di armi che in quelle ore,nelle ore del disastro,si stavano svolgendo nel porto di Livorno.Protagoniste altre navi,altre imbarcazioni,che facevano la spola tra la base USA di Camp Derby – vicinissima a Livorno – e le operazioni militari in corso nella ex Jugoslavia.Si è parlato di stranissime bettoline in movimento, quella notte. Ma le indagini non sono approdate a nulla.

Verità.E’ questa la parola a cui le persone rimaste coinvolte a vario titolo nei cosiddetti “misteri d’Italia” come questo del Moby Prince stanno dedicando energie,abnegazione, forzi, capacità di lottare. Spesso lo fanno con la consapevolezza che non solo difficilmente ne riceveranno soddisfazione, ma che, anzi, in cambio probabilmente non ricaveranno che isolamento ed innumerevoli difficoltà,persino nel condurre una vita normale,tutte conseguenze dettate da nient’altro che dalla scomodità delle loro testimonianze, motivo di imbarazzo per determinati vertici e cariche pubbliche dello Stato, che non possono permettere che alcuni “loschi affari” divengano di pubblico dominio.Questo è successo per la vicenda del Moby Prince quanto per la precisa volontà ed intenzione di chi occupa posizioni di potere di insabbiare il tutto,in nome di quella che forse a loro piace pensare sia “ragion di Stato”, ma che altro non è che vigliaccheria ed egoistica paura di perdere poltrona,denaro e reputazione,permettendo,però,che al posto loro, siano altri,innocenti,a dover rinunciare a questo ed altro.I fatti, ad esporli, sembrano all’apparenza semplici, oserei dire quasi banali, pur nella loro drammaticità...

La cronaca di quella sera (da "il fatto quotidiano 10 aprile 2010):
L’urto è violentissimo. La prua del traghetto penetra nella fiancata dell’Agip Abruzzo, fora la cisterna contenente iranian light. L’onda di combustibile investe il Moby Prince. È un attimo e il traghetto si trasforma in un inferno di fuoco.Sono le 22:27 del 10 aprile 1991. Il destino del Moby Prince e dei suoi 141 passeggeri è segnato. Se ne salverà uno solo, il mozzo Alessio Bertrand.Solo ventiquattro minuti prima il traghetto ha staccato gli ormeggi. A Livorno è una tiepida notte di primavera, mare calmo, serata limpida. L’equipaggio effettua le operazioni di rito per un viaggio verso Olbia, come ogni giorno. L’equipaggio è al lavoro e i passeggeri si sistemano a bordo, chi nelle cabine, chi a bere qualcosa al bar della nave. Uomini e donne comuni, intere famiglie. L’uscita dal porto avviene nella più totale normalità. Poi accade qualcosa che nessuna verità giudiziaria è mai riuscita a spiegare. Perché il Moby Prince si schianta contro una petroliera della Snam, alta come un palazzo di 10 piani, illuminata come uno stadio e lunga 280 metri?Quella dei passeggeri del Moby è stata una terribile agonia. Allo scontro e alla prima vampata ne sono sopravvissuti 120. Con la radio portatile di bordo i naufraghi si rifugiano nel salone Deluxe del traghetto, dotato di protezioni antincendio: là dentro sanno di poter resistere, in attesa dei soccorsi.L’apparato portatile del Moby Prince chiede aiuto, lancia il suo Sos. Due, tre volte. Ma nessuno lo sente. Nessuno ha udito neppure quello lanciato al momento della collisione. La radio, invece, riceve le comunicazioni che si intrecciano sul canale d’emergenza e tutti si rendono conto di quanto sia grave la situazione: nessuno li sta cercando. Asserragliati nel salone Deluxe passeggeri ed equipaggio ascoltano impotenti la petroliera che comunica la collisione con “una bettolina (piccola nave cisterna per trasporti costieri, ndr) che ci è venuta addosso”. La ascoltano attirare su di sé i soccorsi senza comunicare che nel disastro è coinvolta una nave passeggeri, che c’è gente da salvare. Nessuno degli 11 telefoni cellulari in possesso dei passeggeri riesce a chiamare a terra, nonostante la breve distanza dal porto. La plancia di comando è distrutta, Il comandante, Ugo Chessa, è morto. È rimasto in plancia fino all’ultimo, e non ce l’ha fatta. Il traghetto vaga in fiamme alla deriva come un fantasma incandescente, a due passi da Livorno con il suo carico umano in balia del fuoco. A bordo si cerca di resistere, ma inutilmente: dopo ore la temperatura nel salone diventa intollerabile. Decidono di uscire. Aprono un portellone alla ricerca di una di una via di fuga. Solo fumo e fiamme. È la fine. L’agonia degli ultimi termina all’alba. I primi soccorritori saliranno sul Moby Prince solo 16 ore dopo la collisione.Cos’è accaduto in quel pugno di minuti che precede le 22:27?( Luigi Grimaldi)

 Dopo la cronaca di quella sera mi collego nuovamente a quello che dicevo sopra l'insabbiamento della verità, sì perchè anche qui,appena si inizia ad esaminare i fatti un po’ più in profondità, ci si scontra subito con una serie di incongruenze e di punti oscuri che contaminano l’apparente caratteristica di pura fatalità dell’evento e lasciano invece emergere i contorni di scelte responsabili atte prima di tutto a nascondere ciò che stava davvero succedendo al porto di Livorno più che a salvare la vita delle vittime. E’ presumibilmente a questo che bisogna ricondurre il ritardo dei soccorsi, che si riveleranno ormai praticamente inutili e poi l’immediata diffusione di una versione dei fatti palesemente incongrua e traballante.Innanzitutto,come dicevo in precedenza bisogna considerare che quella sera il porto di Livorno era scenario di attività non del tutto di routine: essendo quello il periodo della Guerra del Golfo ed essendosi da poco conclusa l’operazione “Desert Storm”, in quelle ore erano in corso attività militari americane consistenti in un fluire di armi da e per la poco lontana base NATO di Camp Darby...Al porto di Livorno, in quel momento, c’è un’altra presenza che vale la pena di segnalare: quella del peschereccio 21 Oktobar II. L’imbarcazione non è un’imbarcazione qualsiasi: è una delle navi della flotta Shifco donate dalla Cooperazione Italiana alla Somalia delle quali la giornalista Ilaria Alpi scoprirà i traffici illeciti di armi e rifiuti tossici, finendo per questo uccisa nel 1994. In quel momento la nave è alla fonda ufficialmente a causa di un guasto, anche se poi verrà accertato che addirittura si rifornì di carburante.E’, quindi, in questo quadro non totalmente ordinario che l’incidente avviene. La ricostruzione che ne viene fatta subito dopo abbonda di elementi deboli: prima di tutto la nebbia, cui viene ufficialmente attribuita la causa della collisione. In realtà il capitano della Guardia di Finanza Cesare Gentile, testimone delle vicende, escluderà la presenza di nebbia e affermerà che la visibilità, al contrario, era buona, condizione confermata anche da un filmato amatoriale all’epoca mandato in onda dal TG1.

Sarà lo stesso capitano Gentile, inoltre, a parlare della possibilità che quella sera si stessero svolgendo, a fianco delle attività militari ufficiali, mobilitazioni illecite di armamenti in cui, presumibilmente, il peschereccio 21 Oktobar II era coinvolto. Il rapporto che il funzionario della Guardia di Finanza consegnò ai suoi superiori, in ogni caso, verrà sottratto e mai più ritrovato.C’è un’altra testimonianza la cui esistenza verrà diligentemente cancellata: il filmato contenuto nella videocamera di una delle vittime. Dopo l’autopsia la cassetta arriverà agli inquirenti con il nastro accuratamente tagliato.Come se non bastasse gli Stati Uniti hanno sempre dato risposta negativa alla domanda se esistessero dei dati ricavati dal monitoraggio delle attività in quel momento in corso a Livorno che potessero aiutare a far chiarezza sulla dinamica dell’incidente. A detta del governo USA in quel momento Camp Darby non stava sorvegliando il porto di Livorno, ma è davvero credibile vista la movimentazione di armi?Fra gli altri testimoni, ad affermare che in quel momento doveva comunque svolgersi un qualche tipo di operazioni di supervisione da parte delle autorità statunitensi, è l’ex-parà della Folgore Fabio Piselli, la cui vicenda è emblematica di quanto, anche a distanza di  vent’anni, sia difficile perseguire la verità in merito.

Ritrovatosi a svolgere delle attività che lo resero testimone diretto di quanto stava accadendo al Moby Prince, l’ipotesi portata avanti da lui e da altre persone rimaste, loro malgrado, implicate in questa tragedia è che quella notte a fianco del traffico lecito e dichiarato di armi americano, se ne stesse svolgendo uno italiano illecito e segreto con destinazione la Somalia e vari altri paesi.La manovra della Moby Prince, che poi si dimostrerà fatale, doveva servire solamente per simulare un piccolo incidente che avrebbe dovuto distrarre l’attenzione dalle attività non autorizzate che stavano avvenendoL’ex-militare è divenuto, purtroppo vittima di angherie e soprusi, che vanno dal boicottaggio in ambito lavorativo, alle esplicite istigazioni al suicidio fino all’episodio più grave: l’aggressione da parte di ignoti che lo hanno tramortito,chiuso dentro la sua auto e dato alle fiamme la stessa, da cui solo per miracolo l’uomo è uscito vivo.Se questo è il trattamento che si riserva a chi si sforza di cercare la verità sulla strage del Moby Prince, potrà mai davvero questa vicenda assumere contorni chiari e definiti? O rimarrà solamente uno dei molti “misteri d’Italia” in cui gli unici a subire come se fossero loro ad avere torto sarà la gente che con coraggio e volontà cerca di battersi per avere risposte serie, per ottenere sentenze che non offendano la loro dignità di cittadini che chiedono giustizia e la memoria di persone che senza alcuna ragione se non il caso sono morte in tali circostanze
Giacomo: "Mio padre, sparito quella notte"
Si può crescere con il rimpianto di non avere ricordi. Giacomo è diventato grande inseguendo i racconti che altri facevano di suo padre, leggendo i ritagli dei giornali, sfogliando le vecchie fotografie dentro i cassetti del salotto. Livorno è il porto e per lui il porto è la notte e il fuoco della Moby Prince. Il tempo si fa da parte, non contano gli anniversari quando c'è di mezzo il cuore. Aveva un anno e mezzo il 10 aprile 1991: "Mio padre è arrivato tardi, stava per perdere il traghetto. Mi hanno detto che era perché io volevo stare in braccio a lui, piangevo e mi ha fatto giocare ancora un po'". Antonio Sini aveva 42 anni, era un ufficiale della Marina militare e si era imbarcato sul traghetto per Olbia perché suo padre stava male e andava a trovarlo in Sardegna a Pattada: "Ci torno spesso anche io perché sento che le mie radici sono lì e mi fa così piacere quando parlando con i vecchi del paese mi dicono che ho proprio la voce uguale a quella di mio padre". Giacomo Sini adesso ha 22 anni, studia Scienze politiche a Pisa e si dovrebbe laureare il prossimo anno. Vivere con il fantasma di quella notte addosso significa resistere al silenzio, sopportare processi che non consegnano colpevoli, scivolare da capo a costruire ipotesi. E' come muoversi in un labirinto di specchi dove non si capisce più cos'è vero e cos'è soltanto una proiezione. Le parti si confondono, passa il tempo e niente resta limpido: "Quando l'avvocato Carlo Palermo fece riaprire l'inchiesta presentando la memoria per conto dei figli del comandante Chessa, si spargevano sospetti sulla presenza a bordo di mio padre in quanto militare. Si adombrava l'ipotesi che fosse al soldo dei servizi segreti e si disegnavano scenari legati al traffico di armi in rada. Io appresi la cosa dai commenti di certi blog in internet e chiesi spiegazione a mia madre. In un articolo si ipotizzava che Antonio Sini nemmeno fosse imbarcato sul Moby. La mia prima reazione fu: allora forse il babbo è vivo...".

Invece si può morire una seconda volta nello spazio di una frase, dice adesso Giacomo: "La mamma venne sentita dai magistrati e chiarì tutto, era sicura che mio padre fosse su quella nave. Quando era scattato l'allarme si era presentato all'equipaggio per aiutare i passeggeri. I suoi resti li trovarono sul ponte del traghetto. Eppure ancora adesso in rete circolano fantasiosi teoremi che ne offendono la memoria". C'era nebbia? O non c'era nebbia? Per colpa di chi è avvenuta la collisione? E perché i soccorsi non si diressero subito verso il traghetto che bruciava? "Mi hanno accompagnato mille domande in questi anni - riprende Sini - e ogni volta che non trovavo una risposta cresceva in me la rabbia e il bisogno di dare una spiegazione a quella sottrazione di affetti, al padre che mi era stato negato".Un giorno a scuola la maestra dice in aula: "Disegnate il vostro babbo". Giacomo vacilla, poi prende solo la matita scura e immagina suo padre dentro un'aula che insegna agli allievi dell'accademia militare. "Era l'unico disegno in bianco e nero della classe - ricorda - la maestra lo vide e mi disse che io non lo dovevo disegnare il mio babbo così perché dovevo accettare la realtà che fosse morto... Un altro lutto che non dimenticherò mai". Si cresce pure con le ombre, cercando di ammaestrare le lacrime, di moderare il dolore. Non sempre è possibile: "Ho letto centinaia di pagine sulla Moby Prince e ho accumulato sdegno e rabbia". Una rabbia profonda che viene da chi sente di non trovare una giustizia malgrado le aule dei tribunali, le perizie, il tormentato cammino di questo mistero lungo vent'anni: "Oggi io sono anarchico e continuo politicamente da lì a ricercare i responsabili che hanno ucciso centoquaranta persone". Centoquaranta persone morte sul traghetto in fiamme a poche miglia dalla costa: "Livorno ci vede ci vede con gli occhi" è la voce metallica che come un ritornello ossessivo martella dai vecchi nastri di quella notte. Era il comandante dell'Agip Abruzzo a parlare, lo stesso che dice "una bettolina ci è venuta addosso. - riprende Giacomo -. Una bettolina? Era un traghetto, com'è possibile commettere un errore di questo genere?". I pensieri vanno dappertutto, corrono, non danno sollievo. "Che idea mi sono fatto? Che c'erano evidenti carenze in quel traghetto probabilmente in nome del profitto: per esempio all'impianto sprinkler che doveva scattare e versare acqua sulle fiamme e che invece non funzionò e poi il radar, la mancanza di un nostromo e altre cose. Errori ci sono stati anche dalla capitaneria che non mandò subito i soccorsi verso la Moby Prince". Non c'è risarcimento alla sottrazione di un padre, questo è chiaro: "Mi manca tutti i giorni, mi manca di più quando non capisco le cose che ho intorno e mi viene da pensare, certo se ci fosse lui qui, sarebbe più facile...". Invece si contano i giorni e poi gli anni. Per aiutare la conservazione dei ricordi c'è una vecchia fotografia con un bambino biondo sulle spalle di un uomo che gli tiene strette tutt'e due le mani. Il cielo è azzurro come oggi, ma senza primavera. La bomba sul traghetto

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