08 feb 2012

Storie di sport:16 ottobre 1968 "Il giorno del pugno chiuso"

Loro sono quelli che col pugno chiuso contro il cielo svegliarono il mondo dai gradini di un podio olimpico. 16 ottobre 1968, i giochi di Città del Messico, un pomeriggio caldo e nuvoloso.Tommie Smith e John Carlos,primo e terzo nella finale maschile dei 200 metri,sollevano il pugno guantato di nero e portano il Black Power dentro il recinto sacro dello sport.Ascoltano l'inno senza scarpe,calzini neri,testa bassa.Alfieri di una razza povera e discriminata cui l'America concedeva dignità solo in cambio di successi sportivi.Con quel gesto entrarono nella storia, nella memoria e nei poster di una generazione.Icone di un'epoca di grandi cambiamenti che due atleti infiammarono pacificamente nel momento più alto della loro carriera,pagando quell'atto di coraggio civile con l'isolamento e l'ostracismo per tutta la vita.Tommie Smith era nato a Clarksville, in Texas, il giorno dello sbarco in Normandia. Cresciuto riempiendo ceste in una piantagione di cotone, si era iscritto all'università vendendo macchine e studiando la Costituzione e i discorsi di Thomas Jefferson. Correva veloce in pista, lo chiamavano Tommie Jet e lo paragonavano a Jesse Owens, il campione afro-americano che nel '36 aveva tolto il sorriso a Hitler dominando le Olimpiadi di Berlino nonostante la pelle scura. Lui però non voleva essere come il grande Jesse, cittadino emerito quando vinceva e negro il resto dell'anno.
Quando tagliò il traguardo davanti a tutti in Messico, Tommie Smith aveva 24 anni e decise di dedicare la sua medaglia d'oro ai fratelli e alle sorelle che venivano linciati, umiliati, esclusi nella terra delle pari opportunità.John Carlos invece era nato a Harlem, il ghetto nero di New York dove lavorava nel negozio di scarpe del padre e apriva le portiere dei taxi davanti ai locali jazz che rilanciavano le note di Duke Ellington. Grazie alle sue doti atletiche, aveva vinto una borsa di studio al college e si era poi trasferito in California dove si allenavano i velocisti più forti del paese. Lì, alla San Josè State University, aveva conosciuto Tommie Smith e insieme avevano aderito al Progetto olimpico per i diritti umani, una petizione degli atleti afro-americani contro le discriminazioni razziali promossa da Harry Edwards, sociologo e attivista con un passato da lanciatore del disco, il 'Professor Protesta' di uno dei tanti campus in fermento contro la guerra del Vietnam che la tv portava nelle case americane nella seconda metà degli anni Sessanta. Quando conquistò la medaglia di bronzo a Città del Messico, John Carlos aveva 23 anni e pensò che la giustizia sociale fosse più importante di un pezzo di metallo.Sei mesi prima a Memphis era stato assassinato Martin Luther King. Subito dopo a Los Angeles, era toccato a Robert Kennedy. Il sogno americano listato a lutto. Gli atleti riuniti attorno al Progetto olimpico per i diritti umani avevano discusso tra loro la possibilità di boicottare l'appuntamento dei giochi: non volevano essere i cavalli da corsa dei bianchi, chiedevano allenatori neri da aggregare alla squadra americana, contestavano la riammissione del Sud Africa razzista nella famiglia dei cinque cerchi. Nella primavera del '67 Muhammad Ali aveva rifiutato l'arruolamento nell'esercito per motivi di coscienza, vedendosi strappare la corona dei pesi massimi. Kareem Abdul Jabbar, che all'epoca era ancora un cestista universitario chiamato Lew Alcindor, rinunciò a un posto nella nazionale olimpica ma alla fine la proposta di boicottaggio non passò. Si decise per un gesto simbolico e rispettoso che richiamasse l'attenzione su una giusta causa e ognuno fu lasciato libero di decidere come comportarsi.
L'apertura dell'Olimpiade messicana fu preceduta di pochi giorni dalla strage degli studenti a piazza delle Tre Culture, un corteo represso nel sangue davanti ad atleti e giornalisti internazionali. Smith e Carlos non furono gli unici a sentire il vento del cambiamento soffiare alle loro spalle. Dopo di loro, i quattrocentisti Usa Lee Evans, Ron Freeman e Larry James salirono sul podio col basco nero in testa, salutando col pugno chiuso. Con un volo infinito, Bob Beamon riscrisse il libro dei record nel salto in lungo e andò a ritirare la medaglia d'oro con i calzettoni neri tirati su per protesta. La ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska vinse quattro ori e due argenti e quando fu suonato l'inno sovietico dell'avversaria Natalia Kuchinskaya abbassò la testa in silenzio contro i carri armati che avevano invaso il suo paese un mese prima. A cambiare la storia dell'olimpismo e l'iconografia del '68 fu però il podio nero dei 200 metri sul quale, accanto a Smith e Carlos, salì anche un terzo uomo. Bianco. L'australiano Peter Norman, che a 26 anni finì secondo e capì anche di esser finito nel bel mezzo della Storia. Negli spogliatoi dopo la gara, sfinito e sudato, si avvicinò ai due rivali che confabulavano tra loro con un paio di guanti in mano, comprati dalla moglie di Smith. Fu informato da Carlos di quello che si apprestavano a fare e chiese se per caso avessero una spilletta col simbolo del loro Progetto olimpico per i diritti umani. Norman era membro dell'Esercito della salvezza, un'organizzazione della Chiesa cristiana mondiale, e a Melbourne dove era nato e cresciuto aveva visto con i propri occhi la discriminazione razziale nei confronti degli aborigeni. Fu lui a suggerire agli altri due di dividersi i guanti, uno per uno. E si appuntò la loro spilla sul petto, rendendo ancora più dirompente la protesta in mondovisione. "Quel giorno diventammo fratelli", disse 25 anni dopo Carlos quando i tre si rincontrarono per la prima volta. Norman fu duramente ripreso dai dirigenti australiani e ai giochi successivi di Montreal non fu neanche convocato nonostante avesse i tempi richiesti. A Smith e Carlos andò molto peggio.Il pugno destro di Smith era la forza dell'America nera. Quello sinistro di Carlos la sua unità. I piedi nudi avvolti nei calzini neri lo stato di povertà in cui il loro popolo versava da sempre. La testa piegata durante l'esecuzione dell'inno un omaggio a tutti quelli che avevano perso la vita per la libertà. Il pubblico fischiò, applaudì, gridò: in pochi si resero conto sul momento di quello che stava succedendo. La reazione del Comitato olimpico internazionale fu immediata. I due atleti furono sospesi dalla squadra americana ed espulsi dal villaggio olimpico, accusati di aver ricevuto soldi sottobanco. Rispediti in patria, ricevettero pacchi di sterco e minacce di morte dal Ku Klux Klan, persero il lavoro, si disse che gli avevano ritirato pure le medaglie. Bisognava dimostrare che quel gesto li aveva distrutti affinché nessun altro ci riprovasse più. L'esercito cacciò Smith per 'attività anti-americane': volevano punirlo, lo salvarono dal Vietnam. Carlos, dopo una breve esperienza nel football americano, si ridusse a fare il buttafuori nei locali.Quaranta anni dopo Tommie Smith è un professore di sociologia che insegna ginnastica in un piccolo college a Santa Monica. Non si è mai pentito e i suoi studenti sono soliti chiedergli 'coach ma se sei così famoso, perché stai qui con noi?'. John Carlos fa l'allenatore di atletica in un liceo di Palm Springs, si occupa di servizi sociali, è un cristiano rinato. Dopo decenni di oblio, c'è sempre qualcuno che li cerca per un'intervista sul loro indimenticabile '68. Norman invece non c'è più, se n'è andato nel 2006 per un attacco di cuore e a reggere la bara a Melbourne c'erano Tommie e John. Gli sprinter che fecero la rivoluzione con un pugno, senza far male a nessuno. Dopo di loro lo sport non sarebbe più stato così politicamente sfrontato. Ma nemmeno, più, così innocente.

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