31 lug 2011

Caro presidente....

Leggo che il presidente Napolitano ha rinuciato all'adeguamento istat del suo stipendio,e che tra una cosa e l'altra rinuncerà ad una quindicina di milioni di euro!!Bellissimo gesto ci mancherebbe,però signor presidente con tutto il rispetto se Lei pensa di lavarsi la coscienza facendo qualche "piccola rinuncia" ha sbagliato di grosso,Lei ha colpa,la colpa di aver firmato porcherie proposte dal sedicente presidente del consiglio,Lei ha colpa per non avere ostacolato questo mercimonio politico,Lei ha colpa per avere uno stipendio privilegiato ed infine ha la colpa ( più grossa) di non avere la grinta,lo spessore umano ed il carattere di Pertini e Ciampi .....Farei anche presente,se mai leggerà queste 4 righe scritte da un operaio,che quello a cui lei rinuncia in pochi anni io nn lo potrei guadagnare neanche se lavorassi per 800 !
Non nota qualcosa di stridente? Non nota una certa disparità?Quello che noto io è che mentre noi nuotiamo costantemente in una vasca di merda,il mondo politico segue imperterrito nella realtà virtuale in una fantasia onirica dove sembra giusto spostare ministeri,votare contro l'arresto di politici e votare a favore delle missioni di pace che oltre a costare economicamente costano in termini di vite umane.Non si può accettare che il capo del governo, per il fatto che è stato eletto,debba governare qualsiasi cosa commetta.Non mi pare che la nostra Costituzione contenga questa norma.Se esiste un Presidente della Repubblica ci sarà pure una ragione,non può essere che lei abbia le  mani legate qualora si accerti che un governo invece di governare distrugge la nazione..L'ho sempre detto e continua a ripeterlo Presidente lei era in dovere di  intervenire molto prima,quando questo signore occupava il Parlamento facendone uno studio legale per farsi salvare dai processi e la popolazione li pagava con parcelle vergognose,al posto del loro cliente.Come si può definire questo chiudere gli occhi dinanzi a fatti così osceni,questo lassismo,questa indifferenza alle proteste della popolazione non più disposta a mantenere una cricca di malviventi,che oltre ad usufruire di stipendi immeritati,li derubavano di ogni avere,di ogni diritto, di ogni dignità?
Il popolo si rivolgeva a Lei per essere difeso, ma ci rispondeva che non aveva alcun potere e così firmava queste leggi vergognose, che arricchivano e salvavano un malvivente mentre crocifiggevano una popolazione indifesa,dinanzi all'arrogante violenza di un governo da buttare.Non c'è stato nessuno,nemmeno nell'opposizione,che si sia assunta la responsabilità di fermare questi mostri che stavano saccheggiando il proprio Paese, quando appunto, persino Benito Mussolini fu sfiduciato. Come si può ancora chiedere alla popolazione, dopo questi fatti, la fiducia nelle istituzioni? Quale italiano può ancora onestamente credere in un uomo dello Stato?Se davvero si vuole riconquistare la fede del popolo italiano è necessario compiere quell'atto di coraggio che finora è mancato. Si alzi in piedi e restituisca l'onore al proprio Paese.E' il solo modo per fermare l'odio che sta montando verso questa lurida casta!
GIUSEPPE D'AVANZO
Tiziano Terzani parlando della sua professione da giornalista diceva:
Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all'idea di essere vicini al Potere, di dare del "tu" al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo
Volendo salutare un grande giornalista,Giuseppe D'avanzo morto ieri dopo un malore durante una gita in bicicletta ho trovato le parole di Tiziano perfette,perchè Giuseppe era un giornalista vero,di razza,uno di quelli che ti riconciliava con quel mestiere tante volte calpestato da persone troppo prone al potere e al potente di turno.Leggere le sue inchieste era un piacere perché sempre accuratissime.Sapevi di leggere un prodotto serio e documentato.Giuseppe D'Avanzo è stato un testimone lucido,esemplare e geniale nella sua tenace ricerca della verità e nel limpido contrasto ai meccanismi perversi del potere, quello fine a se stesso.D'Avanzo,sapeva,ed è stato uno dei pochissimi interpreti della vita del nostro paese a capire che, ad esempio,il potere di B..Nelle sue inchieste la violenza di quel potere che si maschera dietro finti comportamenti sociali,emergeva in tutta la sua chiarezza.Metteva in guardia dagli inganni degli ammiccamenti, delle lusinghe e della loro tragica e perversa finalità. Ciao Giuseppe, ti leggevo come si legge un amico, che il viaggio ti sia leggero..Condoglianze alla famiglia di Giuseppe D'Avanzo e alla famiglia professionale di Repubblica
Dalla lotta alla mafia all'ultima pedalata  i miei venticinque anni accanto a Peppe
Falcone non parlava molto con i giornalisti, ma quando lo conobbe rimase affascinato dal suo modo di lavorare. Giorgio Bocca, seduto con lui nell'aula bunker al processo Andreotti gli chiedeva: "Ma tu come le sai tutte queste cose?" di ATTILIO BOLZONI
ROMA - L'ultimo pezzo di strada che abbiamo fatto insieme è stato lungo venticinque anni. L'amico di una vita. Al giornale e fuori dal giornale. È cominciato tutto a Palermo tanto tempo fa e sarebbe ricominciato tutto un'altra volta a Palermo fra qualche settimana. A Peppe piaceva la mia Sicilia, Palermo lo rapiva. C'eravamo conosciuti prima ma amici siamo diventati dopo. Quando lui era già venuto in cronaca a Roma - da Napoli, dove prima era alla redazione di Paese Sera e poi corrispondente di Repubblica - e io stavo ancora laggiù a farmi mangiare dalla paura. Scrivevo di mafia. Solo Peppe aveva capito sino in fondo la mia solitudine e con la sua generosità aveva fatto capire a tutti gli altri cosa significava fare quel mestiere a Palermo. Era l'inizio del 1987, forse primavera. Sulla sua pelle c'erano ancora i segni di chi era sopravvissuto in terra di camorra. Lui il Natale di due anni prima l'aveva passato nel carcere di Carinola, arrestato per avere pubblicato un articolo su capi crimine e neri coinvolti nella strage del rapido 904. Uno scoop. Il primo di tantissimi altri scoop che hanno fatto la storia di Repubblica.Viveva per quello Peppe.
Era giornalista. Un vero giornalista. Con il carattere che aveva, la sua lealtà, il suo metodo - non a caso si era laureato in filosofia - era il migliore di tutti noi. Cronisti che viaggiavano nel profondo Sud per descrivere le facce sconce di coloro che se n'erano impossessati, denunciare i maneggi di quei politicanti amici dei boss. Ma Peppe andava sempre oltre,scavava di più, "vedeva" sempre più lontano. Arrivava su una strada per un omicidio eccellente o entrava in una stanza per intervistare qualcuno, con cura maniacale prendeva appunti, non perdeva mai tempo in cerimonie: "La palla: dobbiamo seguire sempre la palla", mi diceva scherzando quando io o altri colleghi ci concedevamo una piccola distrazione.Di questo suo stile - asciutto, rigoroso - se ne accorse un giorno Giovanni Falcone, uno che con i giornalisti non parlava molto. Diffidente com'era, fu una sorpresa per tutti scoprire che il giudice istruttore più famoso e più guardingo d'Italia era rimasto affascinato da Peppe. "Proprio tu che sei napoletano?", lo prendevamo in giro noi amici siciliani, sempre superbi nei confronti degli altri meridionali. Sarà stato anche napoletano ma Falcone intuì che lui aveva capito tanto della Sicilia. E sapeva quanto era svelto di cervello, intransigente, determinato. Così Peppe cominciò a scendere sempre più spesso a Palermo. Per la Tangentopoli siciliana che scoppiò prima di quella milanese, per gli intrighi dei reparti speciali contro la procura di Caselli, per rintracciare i grandi pentiti di Cosa Nostra. Memorabile la sua intervista a Tommaso Buscetta appena tornato dagli Usa, firmata a quattro mani con Eugenio Scalfari.Le incursioni a Corleone per ricostruire la vita di Totò Riina, le sue denunce sul sistema giudiziario corrotto, i commenti incisivi sui pentiti manovrati. E poi le cronache delle udienze al processo Andreotti, con Giorgio Bocca seduto nell'aula bunker che lo guardava stupefatto e gli chiedeva: "Ma tu, come le sai tutte queste cose?". Peppe si lisciava il baffo folto e cominciava a raccontare i retroscena dell'ultimo mistero palermitano, il vecchio Bocca ogni tanto scriveva qualcosa su un quaderno e poi a cena lo tormentava con le domande. Aveva fonti di primissima mano. Ed era autorevole con le sue fonti. Da Palermo si spostava a Milano, scendeva nella sua Napoli, tornava in Sicilia. Quando uccisero Giovanni Falcone è come se avesse perso un fratello.
In quei mesi c'era Palermo ma c'era anche Milano. Il pool di Mani Pulite, le inchieste sulla corruzione, i ritratti dei grandi protagonisti. Tutti pezzi in prima pagina con la sua firma. Un passo sempre avanti agli altri. Un giorno mi chiama e dice: "Devi venire subito a Roma". Era il 19 marzo del 1994. Anche quella volta Peppe aveva la notizia. Il giorno dopo Repubblica titolò in prima pagina: "Quell'affare di mafia e mattoni". Aveva ricevuto la notizia giusta: qualcuno faceva il nome di Silvio Berlusconi alla vigilia della sua "discesa in campo". E raccontava di latitanti "in una tenuta fra Milano e Monza" amministrata dal boss di Publitalia Marcello Dell'Utri, degli "interessi" palermitani del Cavaliere, delle sue frequentazioni sospette. Era l'inizio di quell'indagine infinita su Berlusconi e la mafia che è ancora sospesa. È stato Giuseppe D'Avanzo a cominciarla. E a continuarla poi sul fronte di Milano, le dieci domande a Berlusconi su Noemi Letizia, gli altri scoop su Ruby. E poi sempre a fare da cane da guardia al potere. Su Gladio e Telekom Serbia, sul Nigergate e il rapimento di Abu Omar. Con Carlo Bonini aveva scritto un libro sul mercato della paura e la guerra al terrorismo islamico, con lui avevo pubblicato tre libri negli anni '90 su mafia e dintorni. L'ultima nostra passione erano le bici da corsa. Dove avremmo mai potuto passare le vacanze pedalando? In Sicilia, naturalmente. Ma Peppe ieri mattina se n'è andato, sulla strada che ancora una volta facevamo insieme per raggiungere una montagna dove non eravamo stati mai

7 commenti:

♥Giusy♥ ha detto...

bel post,condivido in pieno!
anzi se non ti dispiace lo metterei su FB!

ANAM ha detto...

E lo chiedi?? lo sai che non c'è bisogno...grazie un abbraccio e buona domanica!!!

♥Giusy♥ ha detto...

grazie caro!
buona domenica anche a te!

gisella ha detto...

sono perfettamente d'accordo è la stessa sensazione che ho avvertito quando ho ascoltato questa notizia....condivido in bacheca. gisella

ANAM ha detto...

Grazie Gisella i fa piacere che condividi il mio pensiero...condividi pure !!!!

Miryam ha detto...

Sono di passaggio. Ho letto e condivido tutto. Posso postarlo su fb ed eventualmente su uno dei miei blog? Saluti

ANAM ha detto...

Buongiorno Miryam,certo che puoi!!! a presto